2018: l’anno della Russia e di Vladimir Putin

TRADOTTO DA BENEDETTA MARIA CAIAZZO E CORRETTO DA GIULIA STROZZI

Se la Russia accoglierà la coppa del mondo di calcio il prossimo giugno, un altro evento non meno importante avrà luogo il 23 marzo: Vladimir Putin ambirà, infatti, ad un quarto mandato come presidente del governo russo, in altre parole come primo ministro. Sono già 18 anni che Putin detiene il potere in Russia. Non è stata la parentesi Medvedev (2008-2012), di cui tutti sapevano che Putin ne era il burattinaio, a mettere fine ai poteri dell’uomo forte di San Pietroburgo. In “Un Russe nommé Poutine” pubblicato il 24 gennaio 2018, Héléna Perroud, che ha diretto l’Istituto francese di San Pietroburgo tra il 2005 e il 2008 ed esercita ancora un’attività di consiglio tra la Francia e la Russia, ha cercato di dare un’altra immagine del primo ministro vista dalla Russia, pur non negando le difficoltà economiche, politiche o ancora diplomatiche con le quali la Russia ha a che fare.

Vladimir Putin intriga. Uomo forte del Cremlino, scelto da Boris Elstine come successore a capo della Russia nel 1999. Molti si sono chiesti “Chi è Vladimir Putin?”.

Oliver Stone ha tentato di rispondere ma il suo documentario è stato largamente deriso per la sua connivenza con Putin. Viceversa di recente il canale franco-tedesco ha girato un documentario in due parti alquanto contro il capo del Cremlino e a favore degli Stati Uniti. L’opera di Héléna Perroud si posiziona invece come una “via di mezzo”.

Una tradizione di capi forti per uno Stato forte

Dall’862, data risalente alla fondazione della Russia ad opera di Rjurik, un principe più leggendario che storico, si sono succedute solo due dinastie: i Rjurikidi (862-1598) e i Romanov (1613-1917). Tra questi ultimi, figure come Alessio I (1629-1676) o suo figlio Pietro il Grande (1672-1725), hanno lasciato un’impronta nella memoria collettiva russa. Successivamente il periodo sovietico ha visto alla testa dello Stato, uomini “di ferro” come Lenin e Stalin. Nessuno di loro ha gestito il potere come si è fatto in Europa occidentale e Vladimir Putin rientra in quest’ottica. Il primo ministro ha elencato, pertanto, tre condizioni per costruire un futuro degno per la Russia: uno Stato forte, un’economia efficace e “un’idea russa” – rossiiskaia idea– nella quale egli distingue quattro valori essenziali ai suoi occhi per consolidare la società russa: patriottismo, potenza, statalismo e solidarietà sociale.

Il trauma degli anni ‘90

Ci sono state delle condizioni messe in ridicolo durante il mandato di Boris Elstine (1992-1999). Una battuta di spirito sovietica risalente a quegli anni dice: “Chi è il più grande economista marxista della Russia? È Gaidar – economista -: in soli due anni è riuscito in ciò che Lenin e Stalin hanno fallito: screditare completamente il capitalismo nel nostro paese”. Sottomessi alla “terapia shock” che doveva trasformare l’economia Russa in economia di mercato, i russi hanno vissuto lo shock ma non la terapia. L’inflazione ha raggiunto il 2500% nel 1992. La Russia ha vissuto in quel momento “il periodo più difficile della sua storia”, secondo le parole di Putin.

“Chi è il più grande economista marxista della Russia? È Gaidar – economista -: in soli due anni è riuscito in ciò che Lenin e Stalin hanno fallito: screditare completamente il capitalismo nel nostro paese”

La paura di una “Jugoslavizzazione” della Russia

Héléna Perroud scrive che quando Putin è arrivato al potere, aveva un’unica ossessione: che la Russia non subisse le stesse sorti della Jugoslavia. C’è da dire che la fine dell’URSS aveva già ridotto il territorio della Russia di un quarto e 25 milioni di russi erano dall’altro lato del confine. Molti non lo sanno, ma ci sono ancora oggi 170 etnie in Russia. Perroud afferma: “Putin non le ha mai messe in questione”, ma sa cosa è successo in Jugoslavia qualche anno prima. “La questione era fermare la disgregazione dello Stato” costatava Putin. Per questo bisognava intervenire laddove il rischio di secessione era più elevato: nel Caucaso, cioè in Georgia e in Cecenia. Le velleità separatiste degli islamici dell’“Emirato del Caucaso”, secondo le parole del presidente ceceno Akhmad Kadyrov, sono durate 10 anni (1999-2009), in un contesto internazionale di “lotta contro il terrorismo islamico”. Peraltro, come ha recentemente ricordato il capo del Cremlino, “l’Islam è presente da secoli in Russia, e bisogna distinguere i 25 milioni di musulmani dai 5000 combattenti che hanno preso parte allo Stato Islamico”. La questione musulmana non è dunque un problema per Putin, e ha dimostrato ciò già dal 2005 facendo entrare la Russia nell’Organizzazione della Cooperazione islamica come membro osservatore.

Un’economia che si solleva ma nessun “miracolo russo”

Da quando il presidente Putin è arrivato al potere, il PIL della Russia è stato dimezzato in un decennio, e il Prodotto Nazionale Lordo era di 3500 $ a persona, cioè 5 volte inferiore alla media dei paesi del G7. Il debito estero era di 133 miliardi di dollari. L’americano Stephen Cohen, al tempo universitario, aveva perfettamente riassunto la situazione: “Mai nella storia si è vista una tale distruzione economica in tempi di pace”. Allora Putin ha avviato numerose riforme fiscali per risanare le finanze. In qualche anno il debito è passato da 133 miliardi a 37 miliardi di dollari.  Nel 2006 e nel 2007 sono stati creati due fondi strutturali pubblici: il “fondo di riserva” e il “fondo di benessere sociale”. Entrambi hanno permesso di ammortizzare la crisi finanziaria del 2008. Ciò è stato possibile grazie alle numerose rendite delle materie prime, che costituiscono ancora il 40 % delle entrate del1o Stato, ma anche grazie alla “strategia 2020” (che non ha nulla a che vedere con quella europea). Si tratta di riforme che sembrano aver portato i loro frutti, poiché il PIL medio per abitante è oggi di 8750 dollari e la Russia figura al sesto posto mondiale secondo il FMI per parità di potere di acquisto. Tuttavia non si tratta di un “miracolo russo”. Oggi 20 milioni di russi vivono sotto la soglia di povertà con meno di 160 € al mese. Inoltre la corruzione resta sempre un enorme flagello. Secondo l’ONG Transparency International, la Russia, nel 2017, è al 131° posto su 176 stati. Il costo della corruzione rappresenterebbe dal 10 al 12% del PIL russo.

La demografia: tallone d’Achille per la Russia

L’altra grande sfida per Putin è la crescita demografica. Tra il 1992 e il 2012, la Russia ha perso circa 5 milioni di abitanti. Da 6 anni le percentuali migliorano, ma il tasso di fecondità per donna resta comunque inferiore a 2, indice minimo per assicurare la continuità della popolazione. “La famiglia di tre bambini deve diventare la norma” afferma Putin. A tal fine nel 2007 ha creato il “capitale materno”, un sussidio di 7000 euro per un secondo figlio, seguito nel 2008 dalla creazione della “gloria parentale”, che ricompensa le famiglie con 7 o più figli in presenza del capo del Cremlino. D’altro canto, l’immensità del territorio russo è popolata in maniera eterogenea. L’Estremo Oriente, che ricopre il 36% del territorio, ospita solo 6,2 milioni di abitanti in 6,2 milioni di chilometri quadrati. In questi ultimi anni la regione si è svuotata della sua popolazione benché sia piena di risorse naturali in un’area del mondo in forte crescita e al confine con la Cina che subisce, di contro, una demografia troppa alta.

“Il vicino estero”: una priorità

Vladimir Putin ha ribadito l’importanza di intrattenere relazioni privilegiate con “il vicino estero”, di cui “il consolidamento del processo di integrazione della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) è al centro della (sua) politica estera, è la (sua) prospettiva strategica”. Tra gli 11 membri della CSI, sono presenti 9 delle vecchie repubbliche dell’URSS tra le quali la Bielorussia, il Kazakistan e la Russia che formano la “Troika”, assemblate in un’Unione doganale dal 2010. Vladimir Putin è dispiaciuto del fatto che “il paese fratello quale l’Ucraina” non sia membro di questa Unione, la quale aumenterebbe il suo numero di consumatori a 215 milioni rispetto ai 165 attuali. La perdita dell’Ucraina nella sfera di influenza russa costituisce sempre una ferita aperta per Putin e i russi. Mantenendo le dovute proporzioni, l’Ucraina è per la Russia quello che il Kosovo è per la Serbia: l’origine della nazione russa. È a Kiev nel IX secolo che la dinastia dei Rjurikidi si è istallata e ha regnato fino alla fine del XVI secolo. Da allora l’Ucraina –Ukrajina significa margine, confine- ha dovuto prendere una scelta: raggiungere l’Unione doganale o l’Europa. Il rifiuto di firmare un accordo di libero scambio con quest’ultima nel novembre 2013 ha dato inizio alle manifestazioni di piazza Maidan.

Il “tradimento” degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e della NATO

“L’errore più grande da parte nostra nelle relazioni con l’Occidente è quello di avervi dato fiducia e il vostro errore è quello di aver scambiato questa fiducia per debolezza e di avene abusato”

Secondo Putin, la fine dell’URSS avrebbe dovuto andare di pari passo con la dissoluzione della NATO. Tuttavia, non solo ciò non si è verificato, ma la NATO si è addirittura allargata verso la frontiera russa. “Credo che sia evidente che l’espansione della NATO non abbia nulla a che fare con la modernizzazione dell’Alleanza o con la necessità di assicurare la sicurezza in Europa […] noi abbiamo il diritto di chiederci: contro chi è diretta questa espansione?” si domanda Putin. Questa ostilità contro la NATO viene ugualmente dai bombardamenti (illegali) sulla capitale serba nel 1999: “un segno nero indelebile in tutti gli strati della società russa” come afferma lo scrittore russo Solženicyn.

L’Unione Europea non è da meno. Le sanzioni votate contro la Russia non hanno fatto altro che orientare Putin verso altri mercati, come il BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica- e dove gli Stati Uniti sono assenti. Parte integrante della Nuova Banca di Sviluppo con sede a Shangai, pensata come alternativa al FMI e alla Banca Mondiale, mira a creare un’alternativa al mondo unipolare dominato dagli Occidentali. Putin riassume la situazione così: “L’errore più grande da parte nostra nelle relazioni con l’Occidente è quello di avervi dato fiducia e il vostro errore è quello di aver scambiato questa fiducia per debolezza e di avene abusato”.

Nel suo libro, Héléna Perroud offre dunque una descrizione corroborata dai suoi colloqui con Vladimir Putin che contrasta con la visione veicolata dai media occidentali, senza pregiudizi ideologici ma basandosi sui fatti.

Crediti foto banner: vborodinova

 

 

Potrebbe interessarti anche