Agenda 2030: speranze e trappole per l’UE ed il federalismo europeo

      Articolo pubblicato il 2 maggio 2019 da le Taurillon, webmagazine che collabora col Journal International

Tradotto da Agnese Biliotti, riletto da Lorena Papini

In pochi ricordano ciò che accadde venerdì 25 settembre 2015. Eppure, è la data di un importante evento storico, purtroppo passato inosservato, probabilmente perché non ha avuto la copertura mediatica che avrebbe meritato. Le conseguenze di questo evento continuano tuttavia ad essere attuali e ad influenzare strategie e leggi di molte nazioni.

In quella data, dopo tre anni di dibattiti animati, le nazioni di tutto il mondo hanno adottato i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite definendoli una priorità e dando vita a ciò che più si avvicina ad un programma politico globale. Diversamente dai programmi di sviluppo precedenti, l’Agenda 2030 dell’ONU abbandona il sistema insensato della divisione degli Stati tra Paesi sviluppati, modelli da seguire, in via di sviluppo o ritardatari per sposare l’ideale dello sviluppo sostenibile. Così facendo, l’ONU riconosce che, fino a quel momento, nessun Paese è riuscito a raggiungere uno stato di sostenibilità che consenta un equilibro tra ambiente, società ed economia. Secondo l’Agenda 2030, l’Europa è un Paese in via di sviluppo, sebbene questo concetto possa sembrare inappropriato se pensiamo ai grattacieli di Francoforte o di Varsavia, all’aria pulita e all’acqua potabile di molte città europee come anche alle grandi distese di terre protette. Eppure, in un certo senso, lo è veramente: nonostante tutti gli sforzi per raggiungere l’obiettivo, l’Europa è lontana dall’essere sostenibile. Solo negli ultimi anni, l’impatto dell’Agenda 2030 ha lentamente iniziato ad influenzare le scelte politiche europee; ne è un esempio la recente pubblicazione da parte della Commissione europea del documento di riflessione “Verso un’Europa sostenibile entro il 2030”, nel gennaio 2019. Eppure, perché l’UE dovrebbe prendere in considerazione un piano d’azione dell’ONU fatto più per i Paesi più poveri al mondo che per gli Stati membri dell’UE? L’Agenda 2030 potrà essere applicata a livello europeo? E se sì, come sarà un programma federalista basato sull’Agenda 2030?

Per stabilire un piano d’azione europeo occorrerebbe emendare l’Agenda 2030…

A causa di diversità economiche, sociali, culturali e di interessi al suo interno, l’Unione ha più volte dimostrato, nel fronteggiare le crisi del decennio scorso, di essere priva di coesione politica. Gli Stati membri sembrano non trovarsi d’accordo su di un chiaro piano d’azione ed in questo vuoto strategico, l’Agenda 2030 ha il vantaggio di essere già stata firmata da tutti i Paesi dell’UE. Più precisamente, il testo rappresenta un compromesso sulla sostenibilità redatto in modo da essere accettato da tutte le nazioni, a livello mondiale, e quindi con diversità ben più ampie di quelle presenti all’interno dell’UE.

Tuttavia, proprio perché l’Agenda 2030 è stata concepita come un compromesso adottabile da tutti i Paesi, presenta comunque delle lacune consistenti che la rendono poco adattabile al contesto europeo. Se il rispetto per la dignità e per i diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto sono riconosciuti valori fondamentali dall’UE, nell’Agenda 2030 questi trovano posto solo marginalmente o per niente. Sebbene gli OSS trattino vari aspetti inerenti alla dignità umana, non trovano però fondamento in un programma per la difesa dei diritti umani (anche se bisogna riconoscere che nell’UE stessa, vari governi e un numero considerevole di cittadini sembrano non condividere pienamente questa visione). È vero che gli Obiettivi 5 e 10 mirano a promuovere l’uguaglianza economica e di genere, ma ci sono altre disuguaglianze che non vengono proprio considerate, come quella sociale o politica. L’Obiettivo 16 riguarda, tra le altre cose, la promozione dello Stato di diritto, ma libertà e democrazia sono assenti dall’Agenda 2030. Esistono anche delicate contraddizioni tra alcuni obiettivi; per esempio, il testo cerca di incoraggiare lo sviluppo industriale ed allo stesso tempo di ridurre il cambiamento climatico.

Queste contraddizioni hanno già scatenato dibattiti animati sia a livello internazionale che nazionale, e sicuramente avranno luogo anche nell’UE. Infatti, l’Agenda 2030 non affronta alcuni temi che stanno a cuore ai cittadini europei, come la lotta contro il terrorismo o l’adozione di una risposta comune degli Stati membri di fronte alla crisi migratoria. Occorre tuttavia sottolineare che alcune loro priorità, come la lotta contro la povertà, l’esclusione sociale e la disoccupazione giovanile, la crescita economica, la battaglia al surriscaldamento globale, o ancora un miglioramento della tutela dei consumatori e della sanità pubblica, si trovano incluse negli OSS (Obiettivi 3, 4, 5, 9, 10, 11, 12 e 13 in particolare). Niente vieta comunque di definire una strategia europea di sviluppo basata sull’Agenda 2030 apportando le modifiche necessarie per prendere in considerazione ulteriori obiettivi e colmare le lacune già citate. I leader europei dovrebbero però evitare di compromettere il merito dell’Agenda 2030, ovvero il consenso di cui gode.

ma potrebbe essere la miglior occasione per l’UE di stabilire un piano d’azione politico che metta tutti d’accordo

Occorre infatti non sottovalutare il consenso di cui gode l’Agenda 2030 come agenda politica europea. In un’Unione Europea dove i capi di Stato fanno spesso fatica a trovare un accordo su come procedere, tale agenda potrebbe offrire alle democrazie europee liberali e non l’occasione per trovare un accordo su di una logica di cooperazione e di azione comune. Da considerare sono anche le sue ripercussioni a lungo termine: l’esperienza della realizzazione di un’agenda comune, potrebbe poi servire d’incoraggiamento per affrontare argomenti ben più controversi come l’immigrazione o i diritti del mondo LGBTIQ. Tuttavia, oltre al consenso in suo favore, l’Agenda 2030 presenta anche altri vantaggi.

I leader europei hanno fatto propria l’Agenda 2030, avendo in molti anche partecipato alle negoziazioni che hanno portato alla sua nascita, così che potesse ricevere il supporto politico necessario. Grazie alla sua completezza tematica (trattando aspetti quali la prosperità, l’alimentazione, la salute, l’istruzione, il cambiamento climatico, l’uguaglianza di genere, la salvaguardia dell’ambientale, l’igiene, la giustizia sociale etc…), l’Agenda 2030 potrebbe servire da guida per l’elaborazione di una politica di sviluppo generale dell’UE. Nell’ottica di questa strategia, l’importanza delle priorità nazionali della maggior parte degli Stati membri potrebbe essere rivalutata a livello dell’UE. L’Agenda 2030 propone inoltre, grazie agli OSS, un insieme di obiettivi chiaramente definiti e degli indicatori per raggiungere ogni suo punto.

Per far ciò, i sistemi statistici degli Stati membri si stanno adattando per misurare, e continueranno a farlo, i loro progressi in merito al raggiungimento degli OSS. Si tratta di un passo importante dato che, solo una valutazione adeguata permetterà agli Stati di progredire verso tali obiettivi ed adattare i propri modelli di sviluppo alla sostenibilità. Alla fine, nonostante sia un’agenda da “massimo comun denominatore”, rappresenta comunque un’occasione per l’Europa di realizzare un piano d’azione comune, consensuale e con il potenziale di ricevere l’approvazione dell’opinione pubblica. Il fine ultimo dell’Agenda 2030 è di dirigere gli sforzi comuni per far sì che il mondo che lasceremo alle generazioni future sia accogliente, florido e generoso almeno quanto lo è oggi.

Il seme di un piano d’azione europeo è già stato seminato; sta adesso al federalismo concimarlo

L’Agenda 2030 ha già mosso i primi passi sulla scena politica europea: in un comunicato del 2016 sulle successive tappe europee per un futuro sostenibile (Next steps for a sustainable European future – European action for sustainability), la Commissione europea si è impegnata ad “integrare gli obiettivi di sviluppo sostenibile nel quadro di azione europeo e nelle priorità attuali della Commissione”. A ciò ha fatto seguito una risoluzione “sull’azione europea per la sostenibilità”, approvata in Parlamento nell’estate del 2017, e la creazione di una piattaforma multilaterale ad alto livello destinata a facilitare il raggiungimento degli OSS nell’Unione.

Un importante risultato degli impegni presi dalla Commissione in materia è il documento di riflessione “Verso un’Europa sostenibile entro il 2030”, che precisa i fondamenti politici e i fattori che permetteranno di rendere l’Europa sostenibile e che descrive in dettaglio le prestazioni dell’UE in merito agli OSS. Assieme a questi progressi concettuali, un crescente numero di politici europei ai livelli locali, nazionali ed europei, tra cui figure di spicco come Udo Bullmann, il leader dei socialisti e dei democratici del Parlamento europeo, hanno fatto appello all’UE perché rendesse gli OSS priorità attraverso, ad esempio, chiari impegni di budget.

È importante però ricordare che gli OSS affrontano la maggior parte dei temi che preoccupano i cittadini europei, come la crescita economica, la lotta alla disoccupazione giovanile o al cambiamento climatico e la salvaguardia dell’ambiente, o ancora la sicurezza sociale. Ciò che è fondamentale agli occhi dei difensori di un’Europa federale (di cui faccio parte anche io) è che l’Agenda 2030 fornisce una visione politica attorno alla quale il movimento federalista potrebbe unirsi e riunire grandi gruppi di cittadini europei che vi vedrebbero una risposta alle loro preoccupazioni senza enfatizzare quegli argomenti che li dividono.

Nella logica del federalismo, ovvero nel rispetto delle varie differenze, preferenze e prerogative tra Stati membri, un piano d’azione federalista basato sugli OSS lascerebbe molte delle problematiche non presenti nell’Agenda 2030 al completo o condiviso scrutinio delle nazioni stesse. L’approccio federalista è necessario per lasciare ai Paesi membri abbastanza potere decisionale nell’affrontare quegli aspetti che rimangono fuori dall’Agenda 2030 ma che sono comunque priorità per i loro popoli, in particolare l’immigrazione e la sicurezza, senza comunque compromettere lo scopo principale di federare ulteriormente gli Stati membri. La Dichiarazione di Amsterdam di Volt Europa testimonia chiaramente l’impronta lasciata dall’Agenda 2030 su un movimento federalista.

Tuttavia, il consenso raggiunto sulla sostenibilità è stato rovinato dall’adozione di posizioni “progressiste” intransigenti su diversi temi controversi. Ciò molto probabilmente comporterà che l’interesse suscitato da Volt Europa resti confinato alle frange progressiste dei federalisti, e che rappresenti dunque ancora una volta un’occasione mancata per far progredire il federalismo verso la corrente politica dominante. Se vorranno riunire l’Europa attorno ad un piano d’azione comune basato sugli OSS, i federalisti dovranno camminare sotto due bandiere, quella della sostenibilità e quella del vero federalismo.

Prossima tappa: un piano d’azione per un’Europa sostenibile e federale entro il 2030

Se il movimento federalista (o parti di esso) è convinto della convenienza di un approccio basato sull’Agenda 2030, la prossima tappa sarà l’elaborazione di una strategia per un’Europa sostenibile entro il 2030. La piattaforma multilaterale ad alto livello per il raggiungimento degli OSS, che ha richiesto di adottare tale strategia e di coinvolgere la “società civile, partner sociali, istituti di cultura, industria, regioni e città”, potrebbe fornire un supporto a tale scopo. Cosa ancor più importante, far partecipare attivamente questi attori ai dibattiti potrebbe fornire al movimento federalista un’eccellente occasione per raggiungere quelle parti della società civile che non hanno contatti col federalismo e di ottenere il loro supporto.

Assieme allo sviluppo della strategia già menzionata, il movimento federalista potrebbe creare una tabella di marcia con scadenze, obiettivi e valutazioni per elaborare in seguito un programma politico orientato ai risultati. Tale programma dovrà trovare un compromesso tra le priorità obiettive dell’Agenda 2030 e quelle soggettive dei cittadini europei già descritte.

Che suggerimenti potrà trarre tale programma politico dagli OSS? L’UE ha riportato bocciature in varie materie: garantire modelli di consumo e produzione sostenibili (OSS 12), conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine (OSS 14), rafforzare le modalità di attuazione e rilanciare il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile (OSS 17). E, nessuno di questi obiettivi è tra le priorità espresse dai cittadini europei. Ciò rimarca ulteriormente la necessità di utilizzare l’Agenda 2030 come riferimento nell’elaborazione di strategie politiche per poi trovare un giusto equilibrio tra le priorità dei cittadini europei e quelle in materia di sviluppo sostenibile.

Ciò detto, la storia ha dimostrato che le esigenze dei cittadini europei sono soggette a cambiare di fronte ad argomentazioni coscienziose che rispettino le loro necessità e chiedano loro dei compromessi. In conclusione, qualsiasi programma di sviluppo sostenibile dovrebbe essere affiancato da un programma di federalizzazione che vi sia strettamente collegato e che rafforzi la governance dell’UE per consentirle di fronteggiare quelle sfide in materia di sostenibilità che non riesce ad affrontare col sistema intergovernativo attuale. Il risultato finale dovrebbe essere la realizzazione di un piano d’azione completo e consensuale per arrivare ad un’Europa sostenibile e federale entro il 2030.

Per molti, gli obiettivi di questa agenda sembreranno ottimistici, se non addirittura utopistici. Eppure, resto convinto che l’Europa sia davvero un Paese in via di sviluppo, nel vero senso della parola, e che, se necessario, saprà trovare la forza di crescere e la volontà di unirsi per superare finalmente i limiti attuali.

Foto di copertina, fonte:  Karsten Würth (@karsten.wuerth) su Unsplash

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