Apolide: il paradosso della nazionalità

TRADOTTO DA CHANTAL DORN  E CORRETTO DA SILVIA MONTORSI

10 milioni di persone nel mondo vengono considerate apolidi, ovvero l’equivalente della popolazione svedese, priva di nazionalità legale, che nessuno Stato considera come propria. L’ONG Strait Talk Hong Kong lavora per la risoluzione dei conflitti tra le nazioni, e questo venerdì ha invitato Chen Tien-Shi, professoressa al SILS dell’università di Waseda in occasione di una conferenza pubblica sul tema dell’apolidia. Tenutasi a Hong Kong, la conferenza aveva l’obiettivo di esaminare la situazione delle persone apolidi.

Le Journal International si è interessato a Chen, la quale, malgrado sia nata e cresciuta a Tokyo, ha vissuto quasi trent’anni come apolide.

La guerra come causa principale dell’apolidia

La professoressa ha iniziato il proprio discorso rievocando i propri problemi d’identità passati, dovuti al fatto di essere stata apolide. La sua storia inizia nel momento in cui i suoi genitori emigrano dalla Cina: all’epoca fu la guerra civile del 1940 a spingerli a emigrare verso Taipei, Taiwan, dove poi si sposarono. Nella speranza di una vita migliore, si traferirono a Tokyo, dove Chen nacque nel 1971. Nello stesso anno il Giappone rese ufficiali le proprie relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese a scapito della Repubblica di Cina di Taiwan: all’epoca sono quasi 20.000 i cinesi detentori di passaporti taiwanesi in Giappone, compresi i genitori di Chen, che si ritrovano di fronte ad una scelta difficile: essere naturalizzati giapponesi oppure rientrare nella Repubblica Popolare Cinese. Alla fine Chen e i suoi genitori decisero di assumere volontariamente lo statuto di apolidi.

La vita segue il suo corso fino al 1992, anno in cui Chen compie 21 anni e durante il quale fa un viaggio nelle Filippine con la sua famiglia. Sulla strada del ritorno decidono spontaneamente fare tappa a Taiwan. Ma al momento dei controlli d’identità le autorità le spiegano che, sebbene possieda un passaporto taiwanese grazie alla nazionalità dei suoi genitori, non può più accedere al territorio taiwanese senza un visto che attesti il suo status di espatriata.

Senza alcuna opzione viene rinviata in Giappone. Le brutte sorprese riservatele dal viaggio però non erano ancora finite. Non appena appoggiò un piede sul suolo nipponico, i controlli di frontiera dell’aeroporto di Tokyo le comunicarono che la data di scadenza del suo permesso di reingresso era ormai passata, documento dedicato espressamente al suo statuto di apolide, senza il quale non era più accettata nel paese in cui era nata.

A partire da quel momento non riuscì più a smettere di porsi una domanda nella sua testa: « se non sono né giapponese, né taiwanese, allora chi sono? ». Interrogativi che l’hanno tormentata a lungo e che la spingono a studiare le comunità apolidi in Giappone, e più recentemente in altre parti del mondo.

Diritti spesso inesistenti

Oggi sono 10 milioni le persone confinate all’apolidia secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). A differenza di Chen, queste godono raramente dei diritti fondamentali normalmente concessi a tutte le persone, e molte di loro sono costrette a lottare giorno dopo giorno per accedere all’educazione, al sistema sanitario, ecc.

Il più recente caso di apolidia è quello dei rifugiati rohingya: seppur stabilita nello stato più a nord del Myanmar, la comunità musulmana non è riconosciuta dal governo Myanmarese. Sono approssimativamente un milione le persone che si trovano ad affrontare gravi discriminazioni dalla parte del regime e di altre comunità presenti, e che sono costrette a vivere nella povertà e nella paura. Nel 2017, questi problemi si sono amplificati, con un aumento delle violenze perpetrate nei confronti dei rohingya, costringendo più di 600.000 persone a fuggire dal loro paese natale: una crisi che ad oggi non ha ancora trovato una soluzione.

Creata dagli Stati, la nazionalità permette di determinare lo statuto legale di ogni singolo cittadino: dovrebbe incoraggiare un sentimento di appartenenza nazionale degli individui, tutelandoli allo stesso tempo da un punto di vista legale. Si tratta di una relazione intrinseca a doppio taglio, nella quale il cittadino si identifica alla nazione in cambio di uno statuto e di diritti. Tuttavia, secondo Chen, « Nel quadro giuridico attuale molte persone ne sono escluse».

I numerosi casi di apolidia hanno dimostrato il paradosso della nazionalità, afferma Chen citando l’esempio di M.Lee in Brunei, che lei stessa aveva intervistato nel corso delle sue ricerche. Considerato apolide, quest’ultimo aveva tuttavia passato tre quarti della sua vita in Brunei, identificandosi, più che a qualunque altra nazionalità, come cittadino del Brunei. I suoi ultimi anni furono segnati dal cancro, malattia che ebbe la meglio proprio a causa di una mancata assistenza sanitaria nei suoi confronti.

Dal punto di vista di un apolide, Chen chiede « A chi dobbiamo essere leali? Cosa dobbiamo credere? Quale relazione esiste tra noi e il nostro paese? ». La questione consiste quindi nel capire quale aspetto abbia la precedenza tra il sentimento di appartenenza di ciascun individuo e l’imposizione da parte di un paese di avere una nazionalità. Pertanto, quando la legislazione induce una privazione dei diritti fondamentali nei confronti di alcune persone, piuttosto che proteggerle, dovrebbe essere rivista.

L’UNHCR cerca di mettere fine all’apolidia entro il 2024. Chen conclude la sua dimostrazione con una domanda « Com’è possibile risolvere un problema del genere nella sua totalità ? ». Domanda la cui soluzione non troverà sicuramente una risposta se non nella ragione e nella collaborazione tra gli Uomini.

Crediti foto: Crediti di Passports © Vimeo

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