Armenia: il ritorno dei conflitti

Tradotto da Elisa Rossi, riletto da Lorena Papini

Il 16 giugno 2020 il Parlamento armeno ha tolto l’immunità parlamentare a Gaguik Tsaroukian, leader del partito di opposizione, che è stato sottoposto alla custodia cautelare per dei crimini passati. In un momento in cui il governo fatica a gestire la pandemia, questi eventi preannunciano una crisi politica nel Paese?

Gaguik Tsaroukian, leader del partito “Armenia Prospera” è stato messo in detenzione provvisoria il 16 giugno 2020, quando in seguito ad una votazione gli è stata ritirata l’immunità parlamentare. Ottantasette deputati del partito del Primo Ministro Nikol Pachinian hanno votato a favore; per quanto riguarda i quarantaquattro restanti, hanno boicottato il voto. La procura ha deciso di mettere Gaguik Tsaroukian in custodia cautelare per indagare su due società di gioco illegali che gli appartenevano e che avrebbero causato un danno di sessanta milioni di dollari allo Stato, oltre a 685 mila dollari per l’acquisto illegale di terreni. È inoltre sospettato di aver comprato dei voti durante le elezioni del 2017, e suo figlio è stato recentemente interrogato dalla polizia a proposito di un altro procedimento penale.

Nonostante il divieto di assembramenti dovuto alla crisi sanitaria, centinaia di persone hanno manifestato a Erevan, la capitale, contro il Primo Ministro. “Per la prima volta da quando il Primo Ministro Nikol Pachinian è salito al potere in seguito alla “rivoluzione di velluto” del 2018, si è potuto sentire “Nikol dimettiti!” nelle vie della capitale” scrive il giornale armeno Golos Armenii. Alcuni manifestanti sono stati arrestati dalle forze dell’ordine.

Mentre il governo si confronta con una difficile gestione del Covid-19, si aggiunge anche una crisi politica. Infatti, l’opposizione aveva già accusato il Primo Ministro di aver gestito male la crisi sanitaria. Oggi denuncia anche il fatto che questi procedimenti sarebbero “motivati politicamente” al fine di far tacere le critiche.

Armenia: crisi sanitaria o politica?

Nonostante due anni fa decine di migliaia di armeni manifestassero nelle strade contro il rifiuto della candidatura di Pachinian, oggi alcuni reclamano le sue dimissioni. Nel 2018, per l’occasione delle elezioni per un nuovo capo del governo, la candidatura di Pachinian era stata rifiutata da cinquantacinque voti contro quarantacinque, malgrado avesse promesso uno “tsunami politico” qualora non fosse stato eletto Primo Ministro. L’ex Presidente Serge Sarkissian, che era già stato eletto per due mandati, aveva poi riformato la Costituzione di modo che tutti i poteri del Presidente fossero conferiti al Primo Ministro. Si presentò contro Pachinian alle elezioni per diventare Primo Ministro, causando una rivolta tra gli armeni che non lo volevano più al potere. Migliaia di persone affollarono le strade perché la candidatura di Pachinian fosse accettata.

Malgrado le manifestazioni Sarkissian fu eletto Primo Ministro, ma si dimise all’undicesimo giorno di manifestazioni. Alcune settimane più tardi, Pachinian prese il suo posto. Gli armeni volevano un cambiamento, e soprattutto un uomo politico che lottasse contro la corruzione e la povertà nel Paese. Pachinian, ex giornalista, si era presentato come un “uomo al di fuori del sistema” e aveva promesso di lottare attivamente contro la corruzione.

(Tweet) #Armenia: Il capo dell’opposizione, Nikol Pachinian, è stato nominato candidato al posto di Primo Ministro dalla sua coalizione lunedì mentre il Paese attraversa una grave crisi politica. Tutte le notizie:

Attualmente il Paese si confronta ad una nuova crisi di tipo sanitario legata al Covid-19, la cui cattiva gestione è denunciata. Gli armeni non sanno più su chi contare; il Paese è inoltre molto colpito dalla diffusione di fake news e di teorie complottiste, cosa che ha accelerato la propagazione del virus creando un sentimento di inquietudine.

Un accumulo di tensioni sociali ed economiche fa si che gli armeni siano in rivolta. Da anni il conflitto con l’Azerbaijan crea delle pressioni sulle società: infatti esso persiste da venticinque anni, e ha causato un impoverimento della popolazione. Queste manifestazioni, benché non siano numerose come le precedenti, dimostrano la stanchezza della società e il suo bisogno di cambiamento.

Conflitto tra Azerbaijan e Armenia: la storia si ripete

Attualmente Armenia e Azerbaijan sono in pieno conflitto. Il suono dell’artiglieria e degli spari si sente nella regione dell’Alto Karabakh, zona di conflitto tra questi due Paesi. Attraverso infiltrazioni, droni o battaglie sanguinose, questi due territori si affrontano dal 12 luglio violando la tregua accordata e confermata nel 2016. I Paesi confinanti temono un ritorno agli anni 90, durante i quali i loro combattimenti avevano causato quasi trentamila morti. L’Azerbaijan e l’Armenia si disputano il contrario del territorio dell’Alto Karabakh, regione situata a sud dell’Azerbaijan ma popolata per la maggior parte da armeni. Essa fu annessa da Stalin nel 1921 e oggi, quasi cent’anni dopo questa annessione e trentadue dall’inizio della loro guerra, le tensioni continuano e si fanno sentire anche sul piano internazionale, dove certi Paesi non esitano a condividere la propria opinione sull’argomento. La Russia si sente particolarmente toccata da questo scontro e osserva da vicino gli scambi e gli eventi, mentre la Turchia sostiene l’Azerbaijan e l’Iran si appella a un allentamento delle tensioni.

La Russia, coinvolta in questi avvenimenti, segue dal primo giorno di scontri l’attualità di questi Paesi. Il 16 luglio il Parlamento armeno ha votato una legge sui media stranieri che vieterebbe la diffusione di canali stranieri sulle frequenze pubbliche a meno di non aver firmato un accordo preventivamente. Questa legge non passa inosservata alla società, agli inizi del conflitto contro l’Azerbaijan: il pubblico preferisce i canali russi ai canali locali rispetto alla qualità dell’informazione, in quanto i canali russi fornirebbero un’informazione globale sugli avvenimenti trasmessi. Ciò nonostante, Vladimir Putin condivide la sua inquietudine e il 17 luglio si riunisce con degli alti responsabili del Paese per discutere sulla situazione tesa nella frontiera tra Armenia e Azerbaijan. Il tema della riunione è stato spiegato in un comunicato del Cremlino. Tanto Putin come gli alti responsabili russi sono inquieti per la deriva degli avvenimenti: durante questa riunione si è svolto un dibattito sull’argomento per fare il punto sulla situazione alla frontiera, ed esprimono una “profonda inquietudine di fronte agli scontri violenti”.

Una situazione complicata, come riconoscono i responsabili dei Paesi coinvolti. Le riunioni, simili a degli intervalli in una scuola elementare, vertono a puntare il dito su chi ha iniziato gli scontri. Il Primo Ministro armeno Pachinian accusa pubblicamente l’Azerbaijan e dichiara che avrebbe cercato di impadronirsi di un posto di frontiera armena, mentre l’Azerbaijan dichiara che l’esercito armeno ha cominciato il conflitto attaccando l’esercito azero nel distretto occidentale di Tovuz. Delle tensioni che raggiungono rapidamente un piano internazionale: l’Azerbaijan ha minacciato di attaccare con dei missili la centrale nucleare di Metsamor in Armenia, mentre l’Armenia denuncia queste azioni in quanto “crimini contro l’umanità” ma aumenta le tensioni ribattendo che “se loro ricorrono a delle provocazioni su larga scale, otterranno una risposta adeguata” ha avvertito Hovannisian, celebre storico armeno, durante una conferenza stampa.

Il Primo Ministro armeno fa appello alla creazione di un nuovo meccanismo internazionale per evitare di mantenere il cessate il fuoco. Aliev aveva annunciato che si sarebbe ritirato dalle trattative di pace con l’Armenia, come comunicato dal giornale armeno Armenews. Pensa che servirebbe un cambiamento di mediatori (allo stato attuale, americani, francesi e russi) di questa sorveglianza del conflitto. Dichiara che “dovrebbero occuparsi piuttosto di rendere le negoziazioni più “significative”, oltre che cercare di impedire le violazioni della tregua”. Questa situazione tesa diventa il peggiore incubo dei Paesi confinanti, che hanno dei flashback degli anni Novanta.

Armenia: delle tensioni incontrollabili?

Il conflitto tra Armenia e Azerbaijan si protrae da qualche decennio. L’ultimo scontro armato tra i due risaliva al 2016, e si trattava dello scontro più sanguinoso dall’instaurazione del cessate il fuoco nel 1994. La battaglia era iniziata durante la notte del 1° aprile alla frontiera dell’Alto Karabakh, in seguito ad un’offensiva dell’esercito azero. Dopo alcuni giorni di tiri di artiglieria e numerosi decessi, il 3 aprile l’Azerbaijan aveva richiesto di “cessare unilateralmente le ostilità” e due giorni dopo l’Armenia aveva accolto la proposta. Da quel momento ci sono state solo delle tensioni alla frontiera, ma nessuno scontro ha avuto luogo. Durante quei giorni di combattimenti, Israele era stato chiamato in causa dall’Armenia che lo accusa di aver fornito diversi droni esplosivi all’Azerbaijan.

Nonostante la pandemia e il controllo dei media stranieri in Armenia, la società si vede presa da un movimento di solidarietà verso la propria patria. Questo sentimento è condiviso dall’altro lato della frontiera dall’Azerbaijan. Diverse manifestazioni hanno avuto luogo dall’inizio degli scontri da parte delle due popolazioni: il 15 luglio in Azerbaijan, nonostante il Paese fosse ancora in quarantena a causa del Coronavirus, centinaia di persone sono uscite a manifestare perché l’esercito azero si impadronisse del territorio e attaccasse l’Armenia. Questa mobilitazione è stata rapidamente bloccata dalle forze dell’ordine, e delle manifestazioni in sostegno all’Armenia si sono svolte all’estero, come in Francia e in Belgio.

(Tweet) Degli scontri sono scoppiati tra #azeri e #armeni durante una manifestazione davanti al consolato dell’#Azerbaijan a #LosAngeles. Questa manifestazione si svolge in un contesto di tensioni alla frontiera tra #Azerbaijan e #Armenia.

La situazione in Armenia si complica dalle ultime elezioni. Gli Armeni desiderano migliorare le loro condizioni di vita, e i rappresentanti politici non sembrano ascoltare le loro richieste. Un’instabilità sociopolitica attraversa il Paese e si amplifica a livello internazionale con delle tensioni diplomatiche. Mentre in certi giorni la situazione era definita calma, la notte del 21 luglio secondo il portavoce dell’Armenia il Paese sarebbe stato attaccato dall’esercito nemico. L’esercito armeno l’avrebbe respinto ma ci sarebbero state delle perdite importanti: Chouchane Stepanian, il portavoce del ministero della difesa armena, spiega: “le unità speciali del nemico hanno sferrato un nuovo attacco in direzione della posizione “Senza paura”. Le forze armene hanno respinto il nemico, causando delle importanti perdite. Secondo le informazioni provvisorie, le forze speciali del nemico hanno, oltre ai feriti, dei militari intrappolati nella zona”. Il portavoce del ministero azero della difesa, Vagif Dargahli, smentisce le affermazioni: “non c’è stato un nuovo attacco, men che meno dei feriti da parte nostra.

L’Armenia, oltre al clima di tensione politica all’interno del Paese, si trova in un conflitto armato con l’Azerbaijan. La gestione politica della crisi sanitaria e dei conflitti esteriori è sorvegliata da vicino dagli armeni stanchi, che chiedono dei politici che possano cambiare e cancellare il passato di corruzione che il Paese attraversa e poter andare avanti. Le tensioni sono sempre latenti in questa società, che attende speranzosa un futuro migliore.

(Tweet) “Il Paese sembra una start-up ed è emozionante fare parte dell’avventura”. In #Armenia, dopo le manifestazioni pacifiche, la nuova generazione sogna di ricostruire il Paese.

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