A El Savador : Abortire è uccidere

TRADOTTO DA CLAIRE SIRITO-OLIVIER E CORRETTO DA ELENA MORES

A El Salvador, ventisette donne si trovano attualmente in prigione per aver abortito. Teodora Vasquez, una di loro, è un simbolo di speranza. Liberata nel febbraio scorso, era stata condannata a trent’anni di prigione. Ma  è difficile rendere più flessibile la legge salvadoregna, una delle più rigorose al mondo nel campo dei diritti delle donne.

El Salvador non è sempre stato così rigoroso a proposito dei diritti delle donne. Dal 1947, le donne hanno diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in determinate condizioni: pericolo per la salute della madre, gravidanza derivante da stupro o da rapporto incestuoso, feto non vitale. Si deve aspettare il 1997 e il nuovo codice penale perché tutte le forme di aborto siano vietate. Questa revisione del codice penale fa seguito ad una campagna di comunicazione massiccia della chiesa cattolica e dei partiti conservatori promossa dallo slogan « abortar es matar » (abortire è uccidere). La Costituzione dichiara ormai che lo Stato deve proteggere la persona umana sin dal concepimento.

Nell’aprile 2018, due deputati hanno presentato un progetto di legge per depenalizzare l’aborto: Lorena Peña del partito di sinistra Front Farabundo Marti e il conservatore Johnny Wright dell’Alleanza Repubblicana Nazionalista. Questo progetto è sostenuto da Amnesty International, che si batte in Parlamento poiché la legge venga presa in esame. Secondo il quotidiano El Faro, una settimana dopo questo annuncio è stata presentata una petizione contro la legge di più di 21 000 firme al presidente dell’Assemblea nazionale, Guillermo Gallegos. Quest’ultimo ha rifiutato il dibattito, con il pretesto che pochi deputati avrebbero osato affrontare l’argomento durante le elezioni legislative del 2018.

Azioni politiche promosse dal basso

Le politiche interne del paese non permettono di fare uscire le donne di prigione e neanche di avviare una revisione del processo. Sono  ONG  internazionali ed associazioni locali a venire in aiuto a queste donne. Sara Beatriz Garcia Gross, coordinatrice di “Agrupacion Ciudanada per la Despenalization del Aborto” (Associazione cittadina per la depenalizzazione dell’aborto a El Salvador) lotta da più di una decina di anni per far promuovere la legge. L’associazione è alleata a livello regionale con il Nicaragua e l’Honduras al fine di fare pressione sui governi e di partecipare alla liberazione delle ventisette donne.

La legge proibisce l’aborto anche in casi gravi come lo stupro, l’incesto o se la gravidanza rappresenta un rischio per la madre. Le donne si trovano al centro di un sistema che lascia loro poco spazio per difendersi. All’ospedale, i medici hanno l’obbligo legale di chiamare la polizia quando hanno un dubbio, cioè ogni volta che una donna perde il bambino. Le donne sono riconosciute colpevoli d’infanticidio, che il codice penale salvadoregno definisce un “omicidio aggravato”. Incorrono in una pena che va dai trenta ai cinquant’anni di prigione.

L’influenza della Chiesa

Queste condanne sono il risultato di un sistema politico plasmato dalla religione cattolica e dal peso della Chiesa. Il 57% della popolazione è cattolica e praticante, secondo il think tank Pew Research Center. La Chiesa ha una forte influenza sulla società salvadoregna. La stretta alleanza tra il potere politico e la Chiesa rende quasi impossibile ogni progresso sociale. L’arrivo al potere di Donald Trump, nel 2017, non ha fatto che rafforzare il movimento anti-aborto. La maggior parte dei salvadoregni sono favorevoli a questa legge, perché pensano che il feto rappresenti una nuova vita protetta da Dio. Abortire va contro la fede cattolica ed è considerato un peccato.

Attualmente la migliore soluzione per le donne rimane quella di portare il bambino nato morto alla polizia, secondo Victor Hugo Mata, l’avvocato di Teodora Vasquez. In quel caso la donna non sarebbe considerata colpevole e potrebbe uscire di prigione entro tre o quattro mesi.

Foto : Teodora Vasquez l’8 marzo al Salvador per la giornata internazionale della donna. © Victor Peña.

 

 

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