Aborto: i pregiudizi alla prova dei fatti

Legale in alcuni paesi, ma regolarmente rimesso in discussione, proibito in altri, l’aborto è un argomento d’attualità al centro di numerosi dibattiti. Ci sembra importante e necessario tornare ancora una volta su questi interrogativi, tentando di rispondervi in maniera concreta.

 

Aborto nel mondo nel 2013 © Titanicophile

«Abortire significa uccidere »

Il principale argomento impugnato dagli antiabortisti è il fatto che l’aborto non sarebbe altro che un omicidio. Questo presuppone che l’embrione – o il feto a partire dalla ottava settimana – sia un essere vivente. Ora, è legittimo domandarsi cosa giustifica una tale presa di posizione. Come sottolinea il filosofo Francis Kaplan nel suo libro L’embrione è un essere vivente?, l’embrione fa parte di un insieme « vivente ». Esso è in effetti costituito da un ammasso di cellule e tessuti, al pari di un piede o di un dito.

© James McNellis

E tuttavia questo non fa di esso un essere vivente. Per essere considerato tale, ci sono infatti diverse condizioni da soddisfare: un funzionamento e uno sviluppo autonomi, una sufficiente indipendenza. Avere delle funzioni biologiche non è condizione sufficiente: molti organismi ne sono dotati ma non per questo sono esseri viventi. Ciò che è necessario è disporre di tutte le funzioni che permettono la vita, cosa di cui, a priori, né l’embrione né il feto inferiore a dodici settimane sono dotati. A questo stadio, essi dipendono direttamente dalle funzioni materne – è il caso, per esempio, della digestione. Durante le prime dodici settimane, l’embrione è dunque un essere vivente al pari dell’appendice vermiforme. Rimuoverlo non costituisce di fatto un crimine, né un omicidio.

Nel suo libro, Kaplan sviluppa ulteriormente il suo pensiero, introducendo la nozione di « essere sufficientemente vivente». Secondo lui, la gravidanza costituisce un continuum nel quale l’embrione passa progressivamente da uno stato di vivente a uno di essere vivente. Tra questi due poli, esiste secondo lui un momento in cui il feto è « sufficientemente vivente ». Esso è dunque un essere vivente in divenire. Kaplan conclude inoltre che quella fase incomincia con l’inizio dell’attività neuronale, ossia dopo il primo trimestre di gravidanza. Nella maggioranza dei paesi che lo autorizzano, questa soglia costituisce anche il limite legale per praticare l’aborto. Per saperne di più, un articolo di Frédéric Vengeon riassume il pensiero di Kaplan qui.

«L’aborto causa di problemi sociali»

Un altro argomento regolarmente utilizzato per contrastare l’aborto è il fatto che questo possa generare problematiche sociali. I pro-life denunciano per esempio l’uso dell’aborto selettivo. In effetti, in paesi come l’India per esempio, si abortisce spesso per evitare la nascita di una bambina. Tuttavia, se si riflette sulla questione, si comprende che all’origine di questo fenomeno non c’è l’aborto. Si tratta piuttosto dell’organizzazione della società indiana che spinge le coppie ad abortire, se aspettano una figlia femmina. Come ricorda Arte in questo servizio, l’India era a giugno 2018 il paese più pericoloso al mondo per le donne., che vi subiscono discriminazioni, violenze fisiche e sessuali etc.

https://www.youtube.com/watch?v=KB9iQJHgmeM

Aborto nel mondo nel 2013 © Titanicophile

Al contrario, sembra invece che l’aborto possa avere conseguenze positive per la società. All’inizio degli anni ’90, il tasso di criminalità negli Stati Uniti, che era all’epoca al suo apice, è bruscamente calato. Questo calo non era stato previsto da nessuno dei criminologi e degli specialisti dell’epoca, molti anzi si preoccupavano e prevedevano un bagno di sangue imminente. Gli specialisti erano perplessi. Molte ipotesi sono state formulate per spiegare il calo della criminalità, in particolare della criminalità violenta. Fra le altre, nuovi metodi impiegati dalla polizia, inasprimento delle pene, sconvolgimento del mercato del crack e delle droghe, etc.

Aborto e criminalità

Tuttavia, le analisi dell’economista Steven D. Levitt e del giornalista del New York Times Steven J. Dubner hanno minimizzato, se non del tutto invalidato, l’insieme di queste teorie. Nel loro libro Freakonomics, dimostrano infatti che la diminuzione della criminalità si spiega in gran parte con la legalizzazione dell’aborto estesa in tutto il paese il 22 gennaio del 1973, in seguito alla sentenza della Corte Suprema nel caso Roe vs Wade. L’anno successivo, non meno di settecentocinquantamila donne hanno fatto ricorso all’aborto. Basandosi sulle statistiche disponibili, l’indagine di questi due giornalisti ha tracciato il profilo tipico della donna che in quegli anni ha beneficiato del diritto all’aborto. Era spesso una donna single, un’adolescente, o una donna svantaggiata, o tutte e tre le cose insieme.

Le ricerche di Jonathan Gruber, Philip P. Levine e Douglas Staiger spiegano anche che i bambini non nati in questo periodo avrebbero avuto più probabilità di essere poveri (50% in più della media), di crescere in una famiglia monoparentale (più del 60%). Questi fattori sono dei forti indicatori di una possibile delinquenza futura. Evitare che un bambino nasca in queste condizioni, significa evitare che commetta, più tardi, un crimine. Se il tasso di criminalità ha subito un drastico calo negli Stati Unite all’inizio degli anni ’90, è perché la generazione che in quel momento aveva l’età in cui più frequentemente si commettono crimini, e in cui i delinquenti muovono i primi passi, contava meno persone suscettibili di diventare dei criminali. Numerosi articoli dei due giornalisti sviluppano ulteriormente queste teorie e sono disponibili sul loro blog.

Abortire: un diritto fondamentale

© Steves Rhodes

Abortire è un diritto fondamentale della donna, il diritto di disporre del proprio corpo come desidera. Mettere in discussione questo diritto significa mettere in discussione i Diritti Umani. Abortire è una scelta. È una libertà che dovrebbe essere garantita a tutte le donne del mondo. È d’altra parte in questo senso che una risoluzione votata il 26 Novembre 2014 dal’Assemblea Nazionale francese ha riaffermato: «l’importanza fondamentale del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza» e ha ricordato che «il diritto universale delle donne à disporre liberamente del proprio corpo è una condizione indispensabile per la costruzione di una reale uguaglianza tra uomini e donne e di una società progressista.»

(http://www.assemblee-nationale.fr/14/ta/ta0433.asp)

 

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