Covid-19: la pandemia delle violenze

Tradotto da Elisa Rossi, riletto da Lorena Papini

La quarantena, misura contro il propagarsi del Covid-19, giunge al termine. Oggi il bilancio mondiale delle vittime supera i 500 000 morti. Al tempo stesso, il “Great lockdown” (“la grande quarantena”) ha portato un nuovo pericolo altrettanto letale: la violenza.

Con l’aumento delle diagnosi positive al Covid-19, i centri antiviolenza hanno registrato un numero sempre maggiore di richieste d’aiuto. Le autorità e gli attivisti per la protezione dei diritti civili di diversi Paesi tra cui la Francia, il Regno Unito, la Spagna, il Canada e gli Stati Uniti hanno testimoniato un aumento delle denunce di violenza domestica e delle domande di accoglienza all’interno delle case rifugio durante la crisi sanitaria.

Anche prima che l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarasse la pandemia, le violenze domestiche facevano parte degli abusi dei diritti civili fondamentali. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite riguardante la parità dei sessi e l’emancipazione femminile, nel corso dell’ultimo anno 243 milioni di donne e di bambine nel mondo hanno subito delle violenze sessuali o fisiche da parte del partner. Durante la quarantena questo numero è aumentato, con delle numerose ripercussioni sul benessere delle donne e sul loro posto nella società.

(image) Delle attiviste per i diritti delle donne durante una manifestazione a Bucarest il 4 marzo 2020, Copyright: Daniel Mihailescu.

Le difficili circostanze sanitarie compromettono le cure e il sostegno di cui le vittime hanno bisogno, come la gestione clinica della violenza, la salute mentale e il sostegno psicosociale, alimentando inoltre l’impunità degli autori di questi atti. Un Paese su quattro non ha alcuna legge che protegga specificamente le donne contro le violenze domestiche.

“Cerchiamo di assicurarci che le persone comprendano che la polizia anticipa un aumento delle violenze domestiche, che si prepara per questo”, dichiara alla BBC Nicole Jacobs, commissario responsabile della gestione delle violenze domestiche per l’Inghilterra e il Galles. Aggiunge inoltre che è necessario che le donne con uno “status di immigrazione instabile” contattino le autorità e che parlino della propria situazione senza sentirsi minacciate.

Da parte sua, Phumzile Mlambo-Ngcuka, direttrice esecutiva di ONU Femmes, fa appello a un finanziamento globale per i Paesi coinvolti. “In diversi Paesi è impossibile per le donne provenienti da ambienti socio-economicamente svantaggiati segnalare dei casi di violenza domestica in quanto vivono in monolocali o bilocali con i loro aggressori.” Afferma che solo nei mesi che hanno seguito il peggiore momento dell’epidemia di ebola in Africa occidentale si è creata una consapevolezza sull’aumento delle violenze domestiche.

(image) Il Covid-19 e le violenze fatte alle donne e alle bambine, ONU Femmes.

In Europa, oltre alle violenze fisiche, le molestie online

Nella sfera privata, diverse iniziative riguardanti la lotta alla violenza contro le donne esistono da anni. Tra esse, il servizio HandsAway progettato da Alma Guirao, residente in Ile-de-France e vittima di un’aggressione sessuale nella metro di Parigi nel 2016. In seguito a questo incidente, ha deciso di creare una soluzione per le donne molestate per strada e nei trasporti pubblici. L’applicazione gratuita HandsAway permette di testimoniare direttamente in quanto vittima di un’aggressione sessista o sessuale o di denunciare una situazione osservata in pubblico attraverso la geolocalizzazione. Sull’applicazione è possibile inoltre informarsi sui diritti delle vittime di violenze sessiste o sessuali. Dalla sua creazione, HandsAway conta più di 100 000 iscritti.

Contro ogni previsione, lo scorso 7 giugno l’applicazione è stata vittima di un attacco: dei messaggi sessisti e inappropriati l’hanno invasa, non permettendo dunque di distinguere le vere segnalazioni dal resto. L’équipe di HandsAway non è restata indifferente e ha assicurato gli utenti che ciò “non sarebbe restato impunito”. Ciò nonostante, secondo il suo comunicato su Twitter, l’associazione è costretta a “chiudere momentaneamente il servizio HandsAway” per permettere di ripulirlo. Inoltre, si appella alle offerte del pubblico.

L’attuale messa in discussione del servizio pubblico

La Francia ha già uno dei tassi più elevati in Europa per la violenza domestica. Si stima che ogni anno 219 000 donne dai 18 ai 75 anni affrontino violenza fisica o sessuale da parte del partner attuale o di un ex. Tuttavia solo il 20% di esse richiede aiuto. Secondo le cifre ufficiali, ogni tre giorni una donna viene uccisa dal suo partner. La Francia ha messo a disposizione un servizio alternativo alla chiamata al numero di emergenza: dall’inizio della quarantena, le vittime possono richiedere aiuto nelle farmacie. La Spagna dispone già di un sistema in codice per segnalare le violenze domestiche in maniera più accessibile.

Sembrerebbe che la pandemia di Covid-19 alimenti diverse tensioni sociali che rinforzano la discriminazione. Un esempio lampante è l’ondata di manifestazioni sotto l’hashtag #BlackLivesMatter che è dilagata negli Stati Uniti in seguito alla morte di George Floyd. Questi movimenti hanno dato visibilità a diverse iniziative di denuncia delle violenze perpetrate dalle forze dell’ordine nel mondo. “Se la situazione continua, rischia di creare una spaccatura pericolosa tra la popolazione e le forze dell’ordine e giudiziarie” osserva Arié Alimi, avvocato penalista. E così il mondo che conosciamo diventa testimone del suo cambiamento. Ma fin dove potremo andare nel sacrificare il nostro “ieri”?

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