Dall’Europa-soluzione all’Europa-problema

Tradotto da Marco Schembri, riletto da Lorena Papini

Dopo il trattato di Maastricht, le borghesie conservatrici europee si erano rassicurate. Avevano compreso che la sovrapposizione di trattati successivi avrebbe permesso loro di consolidare il loro controllo sulle modalità e orientamenti della costruzione dell’Unione Europea. Oramai era libera la strada per promuovere un libero scambio “equo”, mettere in concorrenza con il settore privato i servizi pubblici, delocalizzare e devastare dei bacini d’impiego. Si trattava globalmente di rimettere in discussione l’insieme delle conquiste sociali conseguite dal 1945, presentate come delle scorie o delle asperità, ostacoli evidenti all’adattamento di un continente alla dilagante mondializzazione che sommergeva il pianeta.

L’Europa non faceva eccezione a ciò, ma al contrario costituiva la forma più spinta di un continente nel quale mai così tanta sovranità era stata conferita a delle istanze soprannazionali, e dove l’interdipendenza economica e finanziaria non si era mai così tanto sviluppata. Più che protezione contro la mondializzazione, l’Europa ne era diventata il suo laboratorio. L’orizzonte doveva essere sigillato. Le riforme e la costituzione dovevano trasformare il continente e permettere alle sue borghesie di godere di una quiete, garantita dall’entrata di esso nel “circolo della ragione”. Era dunque stata adottata una assicurazione totale, accompagnata da un riduttore di incertezza. L’ago della bilancia politica avrebbe potuto infine oscillare tranquillamente tra centrosinistra e centrodestra, potendo in questo modo attuare le stesse politiche fingendo un’opposizione.

Tuttavia, questa Europa-soluzione è andata in frantumi in seguito a reticenze e resistenze, e alle sue divergenze sull’orizzonte da ricercare. Il referendum di Maastricht e soprattutto quello per la Costituzione europea del 2005 ne sono stati l’annuncio. Inoltre, essi hanno fatto apparire delle nuove divisioni che non coincidevano più con quelle tradizionalmente stabilite. Nel complesso queste divisioni persistono e travagliano la società politica. Tutti i fatti che si sono accumulati a partire da quel momento – la ratifica del trattato di Lisbona, la decisione della Brexit da parte della Gran Bretagna, il comportamento nei confronti della Grecia di Tsipras, l’impossibilità di delineare una posizione comune sulle migrazioni – attestano che questa costruzione ispira sempre più reticenze, le quali si esprimono in maniera disordinata. La durezza di Bruxelles di fronte a ogni deviazione è oggi cosa certificata e non ci si deve più sorprendere delle turbolenze che si manifestano ovunque in Europa, a Est, a Nord e a Sud.

Di fronte a quello che rappresenta oggi la forma di questo liberalismo autoritario europeo, dei nuovi regimi emergono, qualificati come democrazie illiberali – regimi eletti democraticamente, ma che non rispettano le regole di separazione dei poteri, e persino le libertà politiche – sono sorti e sgretolano l’autorità di Bruxelles. Delle situazioni di stallo si creano con la Polonia, l’Ungheria e raggiungono la vecchia Europa, come l’Italia, nel contesto di una Brexit che non cessa di disgregare la vita politica britannica. Dei partiti apertamente antieuropeisti, approfittando di questo «spiraglio», non esitano più a investire il Parlamento europeo per rendere ancora più fragile la struttura dall’interno. Si preannuncia essere una lenta decomposizione. È così che va l’Europa, che non può più come prima interpretare con tanta sicurezza il ruolo della migliore protezione contro il cambiamento sociale.

I suoi responsabili oseranno chiedere alle forze progressiste, alle quali hanno fatto di tutto purché i loro programmi non potessero essere attuati, di aiutarli a combattere la nuova minaccia? Insomma, chiedere aiuto a coloro che si sono distrutti e rovinati, invocando ora un altro pericolo. Questa Europa che offrirebbe una scelta così ingannevole diventerebbe allora un vero problema.

Michel ROGALSKI
Direttore della rivista “Recherches internationales”

Questo articolo è realizzato in collaborazione redazionale con la rivista “Recherches internationales”, alla quale collaborano numerosi universitari e ricercatori, e che ha come area di analisi le grandi questioni che sconvolgono il mondo odierno, le problematiche della mondializzazione, i conflitti di solidarietà che si sviluppano ed appaiono sempre più indissociabili con quello che succede in ogni paese.
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