Donald Trump in lizza per il premio Nobel?

TRADOTTO DA FEDERICA SALZANO E CORRETTO DA SILVIA MONTORSI

 Dall’inizio del 2018, gli sviluppi diplomatici con la Corea del Nord hanno fatto nascere e diffondere l’idea di un Donald Trump premio Nobel per la pace.

Sarà il quarto presidente americano ad essere premiato? Anche se i giochi non sono ancora fatti, è meno assurdo di quanto non lo sembri.

Sostegni importanti

Il presidente sudcoreano Moon Jae-in ritiene che «Trump possa vincere il premio Nobel per la pace» . L’idea sembra non dispiacere nemmeno a Jimmy Carter, presidente americano dal 1977 al 1981 e premio Nobel per la pace nel 2002 : « Se il presidente Trump riuscisse a stabilire un accordo di pace [..] allora penso che la sua candidatura dovrebbe essere presa in considerazione». Sarebbe «un successo storico e meritato», aggiunge l’ex presidente.

Negli Stati Uniti, Donald Trump, che tuttavia non ha l’unanimità all’interno del suo partito, ha ricevuto il sostegno di numerosi parlamentari e governatori repubblicani, i quali hanno scritto al comitato per il premio Nobel norvegese raccomandando l’attribuzione del Nobel per la pace a Donald Trump, lodando « i suoi sforzi nel portare la pace nella penisola coreana».

Basi comunque fragili

Effettivamente i presidenti delle due Coree hanno discusso durante uno storico incontro avvenuto il 27 aprile 2018. Come promesso al termine di questo dialogo, il 22 maggio giornalisti da tutto il mondo si sono recati in Corea per assistere allo smantellamento del sito di sperimentazione nucleare di Punggye-ri. La conferma della Casa Bianca di un incontro fra Kim Jong-Un e Donald Trump, previsto il 12 giugno, resta uno degli episodi più significativi.

Purtroppo, la situazione è estremamente più complessa di un semplice dialogo fra capi di Stato.

Tutte le potenze regionali cercano di trarre il maggior vantaggio possibile da questa situazione, ma i fattori politici, economici, culturali, nazionali e internazionali sono tanti e intricati, per non parlare della psicologia dei personaggi in questione.

Così, in un balletto diplomatico che crea confusione, l’incontro è presto annunciato, poi rinviato, poi annullato a causa di rinnovate tensioni, e poi forse alla fine avrà luogo. Impossibile da sapere. Il che ci ricorda che da qui a ottenere un vero riavvicinamento, se non addirittura una riunificazione – e il potenziale Nobel che ne seguirebbe – il percorso è lungo. Probabilmente più lungo, e certamente altrettanto sinuoso, del percorso seguito da Donald Trump a Washington.

Da notare che qui non ci si interroga sul ruolo realmente giocato da Donald Trump in questa storia – il quale necessiterebbe di un altro articolo – perché il presidente americano, come molti politici, ha un talento per l’appropriarsi dei successi altrui e per far passare degli atti simbolici per momenti di gloria.

Su un malinteso…

Carter ha rimpianto lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme deciso da Trump poiché considerato un duro colpo per la pace nella regione. La sanguinosa repressione israeliana contro i Palestinesi in collera sembra dargli ragione.

I bombardamenti in Siria si abbinano male a un Nobel per la pace, così come la polemica del Muslim ban o degli «shithole countries», ma soprattutto come dimenticare che, prima di definirlo «molto rispettabile», Trump in un tweet dava a Kim Jong-Un il soprannome di «Rocket man»?

Ma ricordiamoci di Barack Obama che, fin dai suoi primi giorni di presidenza, ha dato il via al moltiplicarsi dei bombardamenti di droni in Medio Oriente. I primi due bombardamenti hanno ucciso 29 persone. Solo in Pakistan sarebbero seguiti circa altri 3300 morti. Ciò non ha impedito l’assegnazione, nel dicembre 2009, del suo premio Nobel per la pace, che si è svolta senza incidenti. Può essere quindi che il ragionamento del comitato per il Nobel sia troppo complesso per i giornalisti?

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