A proposito del discorso distruttivo georgiano

Tradotto da Valeria Riccardo, riletto da Lorena Papini

“Il 20% del mio Paese è occupato dalla Russia” e ci resterà… se il discorso georgiano non cambia.

Chiunque sia stato in Georgia avrà sentito questa frase. Un’espressione inequivocabile che proviene da una campagna lanciata negli ultimi anni che ha avuto risonanza in tutto il Paese. È stata mostrata su poster, pareti, borse, account social e persino sulla pelle (una volta ho visto una giovane donna con un tatuaggio del genere), il che ha molto senso, poiché riassume abbastanza bene la posizione del discorso georgiano riguardo i territori contesi.

Questa frase sembra principalmente indirizzata verso coloro che supportano la causa georgiana, ovvero l’Occidente, l’America e la maggior parte della comunità internazionale. Infatti, la gran parte degli Stati sembra essere d’accordo con la posizione georgiana per cui l’Abcasia e l’Ossezia del Sud appartengano alla Georgia e dovrebbero ritornare sotto il suo controllo. La realtà è però lontana da questa conclusione, essendo le altre opzioni molto meno irrealistiche.

Che dire dell’occupazione russa che la frase denuncia?

Dal punto di vista georgiano, si tratta effettivamente della realtà. L’esercito russo si è stabilito ed è particolarmente presente in questi due territori, che appartenevano alla Georgia fino al crollo dell’Unione Sovietica.

Ci scontriamo dunque con i primi limiti della suddetta frase, perché la soluzione implicita a questo status quo palesemente ingiusto sembra essere semplicemente il ritorno al proprio Paese degli occupanti russi. In questo modo la questione si risolverebbe. La realtà è però è differente. Infatti i diretti interessati, ovvero gli abitanti di queste aree, vi si oppongono con veemenza, ma sembrano essere completamente ignoranti.

Qual è l’origine di questo discorso e come si è sviluppato negli ultimi anni?

Durante la maggior parte del conflitto, o addirittura durante tutta la sua durata, la richiesta delle due parti è rimasta la stessa, anche se dal lato georgiano ha cambiato la propria forma con una nuova maniera di rivolgersi all’Occidente. Lo possiamo spiegare con la “rivoluzione delle Rose” e l’ascesa al potere di Saakachvili, uomo di Stato giovane e dinamico che ha svolto i propri studi in Occidente. Saakachvili ha radicalmente trasformato la Georgia di Shevardnadze, vecchio ministro degli Affari Esteri sovietici. Le sue politiche hanno largamente contribuito a rendere la Georgia moderna, progressista e aperta, cominciando innanzitutto dai tentativi di integrare il Paese all’Unione Europea e all’America. Contrariamente, il discorso legato alla questione delle regioni separatiste è rimasto più o meno simile a causa delle sue prese di posizione piuttosto estreme: il progetto di riprendersi queste regioni anche con il ricorso alla forza.

Affermare che la Georgia abbia unilateralmente provocato la guerra del 2008 sarebbe una presa di parte poco professionale. Tuttavia, le tensioni sono aumentate e la Georgia ha sferrato un attacco contro Tskhinvali, la capitale dell’Ossezia del Sud. L’attacco si è concluso qualche giorno dopo con una disastrosa sconfitta dell’esercito georgiano a causa dell’intervento dell’esercito russo, che ha oltrepassato le frontiere delle zone di conflitto. Qualche settimana più tardi, la reazione russa è proseguita con il riconoscimento della sovranità dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud, successivamente riconosciuta anche dal Venezuala, dal Nicaragua, da Nauru e dalla Siria.

Attualmente, le posizioni si sono indurite. La Georgia vorrebbe reintegrare i due territori ma l’Abcasia e l’Ossezia del Sud vi si oppongono. Il loro obiettivo finale non è particolarmente chiaro. Le situazioni delle due regioni sono piuttosto differenti e meritano di essere osservate più da vicino. Da un lato, l’Ossezia del Sud è quasi interamente abitata dagli osseti, un gruppo etnico iranico che parla una lingua indoeuropea. Solo 50 000 persone abitano questo territorio montuoso, che taglia la Georgia da nord al suo centro approssimativo.

L’attributo “sud” implica che esista anche una Ossezia del nord, situata dall’altro lato delle montagne del Caucaso e che appartiene alla Federazione Russa, con cui l’Ossezia del Sud intrattiene naturalmente delle fitte relazioni. Il processo di integrazione nella Federazione Russa è avanzato considerevolmente, nonostante l’Ossezia del Sud si consideri uno stato indipendente, benché fortemente dipendente dagli aiuti russi. Lo stesso vale per l’Abcasia, di cui l’articolo parlerà più avanti.

A questo punto ci poniamo una domanda semplice ed ingenua: perché la Georgia non lascia perdere e non permette che queste aree si autodeterminino?

La situazione è ovviamente ben più complessa e la tenacità georgiana si spiega perché entrano in gioco importanti questioni storiche ed economiche non risolte. Innanzitutto, basterebbe gettare uno sguardo sulla cartina per rendersi conto di cosa rappresenta per un piccolo Paese come la Georgia la perdita di diritti e di controllo su queste regioni: una mutilazione pesante ed estremamente dolorosa.

La perdita dell’Ossezia del Sud pone alla Georgia seri pericoli strategici. Il confine che l’Ossezia del sud ha recentemente stabilito corre lungo l’unica autostrada che collega i vertici est ed ovest del paese, situata nel punto più vicino a solo un chilometro a sud. La città di Gori e la capitale Tbilisi sono entrambe a poche decine di chilometri dal confine dove l’esercito russo sta costruendo recinzioni di filo spinato, che a volte viene ulteriormente spostato. Chiaramente, si stanno svolgendo atti di occupazione e dolorosi e stressanti test strategici. Al di là di questi aspetti importanti, lo stesso territorio montuoso non è particolarmente rilevante da un punto di vista economico. Probabilmente ciò che rappresenta realmente un grande problema è il ritorno dei rifugiati di guerra.

Per quanto riguarda l’Abcasia, entrano in gioco altri molteplici fattori. Questa zona subtropicale sulla costa del Mar Nero, con il suo paesaggio lussureggiante, verde e fertile, che si innalza fino alle montagne del Caucaso, potrebbe essere definita come un paradiso. Considerando la prospettiva georgiana, sono molti a considerarla come tale. Nel mondo post-sovietico questo territorio era, ed è ancora in misura minore, una destinazione turistica rinomata. È lì che si ritirava l’élite sovietica per rilassarsi, come lo stesso Stalin, che era di origine georgiana. Stalin è nato a Gori e possedeva diverse residenze secondarie (chiamate “Datcha”) nell’Abcasia, una delle quali era situata sulle montagne, proprio sulla sponda di un lago pittoresco circondato da fitte foreste.

L’Abcasia aveva una considerabile importanza quando era parte della Repubblica socialista sovietica georgiana (RSS) come regione a statuto speciale. I fattori di disputa più complessi e più tragici culminarono in una guerra sanguinosa e mortale tra il 1992 e il 1993. La questione chiave ha natura storica: chi abita l’Abcasia? Entrambe le parti tentano di minimizzare l’importanza che il gruppo etnico avversario ha avuto su questo territorio, il quale, nel corso dei millenni, ha vissuto una storia dinamica e complessa di appartenenza e di insediamenti. Naturalmente non riguarda solo gli abcasi e i georgiani, ma anche molte altre etnie che arrivarono, partirono o rimasero. Senza perderci in cifre apparentemente contraddittorie su chi ha popolato quella parte di quel territorio, in che momento e in che quantità, possiamo dire che sia i georgiani (e in particolar modo il sotto-gruppo dei Cartveli appartenente ai Mingreli, originario del nord-ovest della Georgia) che gli abcasi (il gruppo caucasico del nord-est che si trova più strettamente connesso con i gruppi etnici del nord del Caucaso come i Circassi, i quali posseggono una loro lingua appartenente alla famiglia linguistica del nord-ovest del Caucaso) hanno abitato questa terra per molti secoli.

Esiste una lunga storia condivisa tra georgiani (i Mingreli in particolare) ed abcasi, che per secoli formarono e fecero parte dei regni georgiani uniti. Condivisero la medesima sorte, quella di essere sopraffatti e conquistati dagli imperi circostanti. Dopo la dominazione ottomana, i Russi conquistarono il Caucaso, il che fu un compito difficile. Chi ha particolarmente sofferto della brutale conquista furono gli Abcasi, che subirono deportazioni e vennero assassinati.
Questo esempio ci fa anche capire che la Russia non è proprio un alleato di lunga data degli abitanti dell’Abcasia.

Con l’integrazione dell’Abcasia nella RSS georgiana, gli avvenimenti hanno preso una svolta che ha alimentato il risentimento e le tensioni. Nel periodo di Stalin e Beria (il quale era un mingrelio abcaso) è stata imposta la georgianizzazione tramite un insediamento di massa dei Cartveli (di nuovo dei Mingreli) nei territori abcasi meno densi e meno fertili. Nei decenni successivi, gli Abcasi erano nettamente di meno in relazione ai georgiani, accanto agli armeni e ai greci.

Con il crollo dell’URSS la Georgia ha vissuto un periodo particolarmente caotico e distruttivo, cadendo in guerra civile a causa del vuoto istituzionale nel quale prevaleva un forte nazionalismo. In Abcasia iniziarono le proteste contro la perdita di autonomia nella nuova indipendente Georgia, alle quali risposero forze paramilitari georgiane (che inizialmente non potevano essere considerate un vero esercito) che lanciarono un attacco nell’evidente tentativo di schiacciare i separatisti.
Scoppiò una guerra su vasta scala, in cui gli abcasi, insieme ad altri gruppi autoctoni e col sostengo della Russia e del Caucaso settentrionale, sconfissero e cacciarono le forze georgiane. Entrambe le parti erano motivate dall’obiettivo di attuare una pulizia etnica. Il risultato fu sbalorditivo: più di 200.000 georgiani, all’epoca la metà della popolazione, furono costretti a fuggire dall’Abcasia. Solo una piccola parte riuscì a tornare nel distretto di Gali, nell’Abcasia meridionale. La questione dei rifugiati, a cui viene negato il diritto al ritorno, rimane probabilmente la più problematica. Gli abcasi, infatti, temono che possa verificarsi un inaccettabile cambiamento nel rapporto demografico e nei rapporti di forza.

Dopo aver delineato gli eventi comuni e la prospettiva georgiana, è il momento di spiegare perché il discorso, che sembra vertere principalmente sull’occupazione russa, non produce effetti produttivi né per la Georgia né per gli abcasi.

L’idea secondo la quale gli abcasi siano totalmente pro-russi è sbagliata.

In un certo senso sono costretti ad esserlo, se vogliono sopravvivere economicamente e, giustamente, anche militarmente, dato che i georgiani continuano a minacciare di riprendersi ciò che considerano loro legittima proprietà. È comprensibile che la prospettiva georgiana si basi su questioni importanti e su emozioni forti, ma è necessario dire chiaramente che questo atteggiamento non porterà a raggiungere nessun obiettivo.

La semplice domanda: “Quale sarà la reazione degli Abcasi?” rivela un percorso verso risultati controproducenti. Ci sarà un ulteriore orientamento verso la Russia, che rinforzerà la propria posizione, aumentando la dipendenza degli abcasi verso di sé. Tuttavia, questa prospettiva non è nell’interesse degli abcasi, considerando la storia della nazione russa.

La Georgia deve chiarire che affidarsi alla Russia nuocerà al percorso verso l’indipendenza dell’Abcasia, oltre che a ledere gli interessi dei georgiani stessi. Un’Abcasia prossima ad essere annessa alla Russia porterà ancor di più all’allontanamento della regione dalla sfera di influenza georgiana. Una volta ottenuta l’indipendenza, invece, sarebbe interesse degli Abcasi di normalizzare le relazioni con i propri vicini, soprattutto con la Georgia.

Lo scenario più ottimista e forse anche più realistico vedrebbe un’Abcasia indipendente che sviluppa relazioni con la Georgia, innanzitutto tramite interessi commerciali, come la riapertura della linea ferroviaria che passa attraverso l’Abcasia. La ricostruzione di una importante rotta commerciale grazie ad un’asse Nord-Sud che collega la Russia alla Turchia porterà grandi benefici a chiunque si trovi su quella rotta. Tutto ciò potrebbe sembrare abbastanza utopistico e possibile solo in un futuro lontano. Nel frattempo, la retorica deve cambiare da entrambe le parti perché non ci saranno soluzioni unilaterali.

Conclusione

La mia conclusione, pertanto, non può che essere un appello alla Georgia in particolare: basta con il discorso della frase “il 20% del mio Paese è occupato dalla Russia”. L’occupazione non farà che proseguire e potrebbe addirittura aggravarsi se i georgiani continuano ad approcciarsi alla questione in questo modo semplicista e poco incline al compromesso.

Bisogna privilegiare il soft power aumentando la fiducia reciproca a partire da ciò che sembrerà accettabile per entrambi le parti. Gli Abcasi non devono temere di cadere in una trappola che li vedrebbe inghiottiti da uno o l’altro dei loro vicini.

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