La situazione del femminismo in Africa

Tradotto da Valeria Riccardo, riletto da Lorena Papini

A dicembre 2020 è stata aperta una biblioteca femminista a Abidijan, in Costa d’Avorio. L’obiettivo è dare visibilità alle autrici nere del continente africano, i cui scritti spesso sono poco conosciuti. Come molte altre iniziative in Africa, questa si inscrive in un’ottica femminista. Con femminismo facciamo riferimento ad una dottrina che difende l’uguaglianza fra l’uomo e la donna così come l’estensione del ruolo della donna all’interno della società.

 Il continente africano conta 54 Paesi. Ciò significa 54 governi, 54 culture, 54 modi di vivere e dunque 54 contesti distinti. Di conseguenza, all’interno degli Stati africani esistono diverse teorie femministe, come lo Stiwanismo, il “nego-femminismo” e il maternismo. Ma al di là delle correnti che lo compongono, cosa si può dire del femminismo nel suo insieme in Africa?

La biblioteca femminista di Adidjan, in Costa d’Avorio. © Sidy Yansané / RFI

L’importante ruolo delle donne nella storia africana pre-coloniale

L’emancipazione e la lotta delle donne per l’uguaglianza non è una caratteristica propria della storia dell’Africa contemporanea. Ben prima del periodo coloniale, le donne hanno occupato funzioni centrali all’interno del continente. Ad esempio, “nel territorio che corrisponde attualmente al Camerun e alla Sierra Leone, le donne erano capi dei loro clan e dei villaggi” secondo il giornalista Angeles Juardo. Principalmente hanno avuto il ruolo, durante il XIXesimo secolo, di gestire le migrazioni degli Zulù.

La storia del continente africano è marcata da figure femminili emblematiche. Basta citare le regine egizie come Cleopatra, Nefertiti o la mauriziana Dihya per ricordarci di donne al potere al loro tempo. Anche alcune leggende africane accordano alle donne una posizione importante. Nella società tradizionale ugandese, ad esempio, si racconta che alcune abbiano governato, come Naku.

Le società matriarcali e matrilineari hanno lasciato alcune tracce in Africa. Entrambi questi tipi di società hanno posto la donna al centro dell’organizzazione sociale. Più approfonditamente, sulla base di quanto studiato dall’antropologa nigeriana Ifi Amadiume, una gran parte delle società tradizionali africani si strutturava attorno a due punti chiave: “un’organizzazione sociale basata su due sessi e una lingua che non distingue il genere femminile da quello maschile”. Ciò permette dunque “la normalizzazione dei ruoli tradizionalmente femminili per gli uomini e viceversa, senza che vi siano stigmi sociali o sanzioni”.

Ifi Amadiume, antropologa nigeriana

La disparità dei progressi femministi in Africa come frutto dell’influenza coloniale

Il colonialismo ha rappresentato una svolta per le donne. Ifi Amadiume stima che “prima del colonialismo, le donne assumevano funzioni ben più importanti e più complesse. C’era una migliore ripartizione dei ruoli fra i due generi. Gli uomini erano, in generale, più forti, ma le donne avevano più potere.”

Infatti, l’impatto del colonialismo sulla posizione delle donne nella società si spiega in parte a causa del cristianesimo vittoriano. Per dirlo diversamente riprendendo i termini della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichhie, l’idea predominante era quella “della sottomissione della donna. E l’idea che il loro posto era la cucina o la stanza da letto”.

Oggi, esiste una reale disparità in termini di condizione della donna sul continente africano. Questa disparità proviene principalmente dal periodo coloniale dove i progressi femministi non raggiunsero anche le colonie.

Così l’Uganda, antico Protettorato Britannico, è uno dei pionieri in materia di femminismo in Africa. Salimata Kaboré lo spiega con/spiega che è dovuto  “all’influenza delle donne britanniche che furono tra le prime a mobilitarsi in Europa per difendere i propri diritti”. Al contrario, il Burkina Faso, antica colonia francese, non ha realmente avuto dei movimenti femministi. Dei cambiamenti reali in merito all’emancipazione femminile hanno cominciato a realizzarsi a partire dal regime di Thomas Sankara (1983-1987).

“Correzione coniugale” o escissione: pratiche controverse

Diverse pratiche suscitano dei dibattiti. Per alcuni, riguardano la sfera culturale, mentre   da altri, sono considerate degradanti e disumane. La “correzione coniugale” in Mali rappresenta un esempio perfetto.

Infatti, la pratica permette al marito il diritto di attuare a volte una “piccola correzione” nei confronti di sua moglie, la quale è permessa dal codice penale maliano. Ancorata nei costumi, la “correzione coniugale” dunque è legale e la violenza coniugale non è percepita come un’anomalia all’interno della coppia. Questa pratica talvolta è sostenuta anche dalle donne. È il caso del presidente della Lega dei diritti umani del Mali, N’douré M’bamdiarra, che dichiara che “alcune donne che vengono picchiate pensano che la violenza sia un segno di interesse da parte del proprio marito”.

Tuttavia, la “correzione coniugale” ha dei feroci avversari. Il giornalista Robert Bourgoing lo sottolinea: “le femministe trovano che l’attitudine dei Maliani e delle Maliane nei confronti della violenza coniugale possa essere la loro sfida più importante ”. La violenza coniugale può essere percepita come un vero flagello, in quanto dall’80 al 90% delle donne che vivono in zone rurali lasciano che i loro mariti le picchino. Dunque, sono molti coloro che denunciano apertamente questa pratica che, per alcune etnie, consiste nell’utilizzare la violenza piuttosto che il linguaggio per spiegare e obbligare la loro donna ad accettare il loro punto di vista.

L’escissione, cioè l’esportazione degli organi sessuali femminili (clitoride), rappresenta un’altra pratica controversa. Quest’ultima suscita l’orrore degli occidentali, ma è una tradizione presente in molteplici Paesi africani. Originariamente, l’escissione si praticava per ragioni estetiche. Oggi, è giustificata da motivazioni religiose e sanitarie. Tuttavia, per gli oppositori di questa pratica, “si tratta di una tradizione barbara e retrograda che ha come scopo quello di sottomettere la donna privandola di una grande parte della sua sensibilità, rimuovendole il desiderio di essere infedele” come precisa Robert Bourtgoing. A maggior ragione perché viene praticata in condizioni igieniche deplorevoli, che potrebbero portare a numerose complicazioni.

Le donne mutilate dai 15 ai 49 anni nel mondo tra il 2004 e il 2015 (Jean Michel CORNU, Vincent LEFAI / AFP)

Progressi in prospettiva?

 Per le donne che vivono in zone rurali, un cambiamento è già percepibile. Se la loro vita è interamente dedicata alla produzione e alla riproduzione, molte sono le associazioni che lavorano per migliorare il loro status, e per una buona ragione, dato che le cifre sono allarmanti: le donne della savana africana lavorano in media 2490 ore in un anno, rispetto alle 1400 ore per gli uomini.

La giornalista Ramata Dia crede che l’emancipazione sia innanzitutto una questione economica. In Africa, le donne che vivono in contesti rurali rappresentano un peso economico non ignorabile. Producono l’80% della produzione alimentare, e si occupano della commercializzazione per il 60-90%. In pratica, tuttavia, queste donne non possono né chiedere prestiti alle banche né tantomeno essere proprietarie della terra che coltivano.

Le cose potrebbero cambiare se un gruppo di attori si mobilita. È il caso dell’ONG canadese Sahel 21, che vorrebbe fornire prestiti di 200 dollari alle donne. Gli interessi ricavati da questa somma, serviranno a costruire un fondo gestito dalle abitanti del villaggio, che crescerà esso stesso. Questa iniziativa, così come altre, portano molta speranza per il futuro.

Ma restando obiettivi, femminismo ed emancipazione sono parole che in Africa possono solo essere mormorate. Il femminismo sembra essere fragile nel continente, nonostante in certi luoghi si faccia meglio che in altri. In quest’ottica, gli obiettivi delle femministe devono rimanere concreti e misurati per poter sperare di essere realizzati. È quanto ha suggerito Sira Diop, presidente dell’Unione nazionale delle donne del Mali, quando ha affermato: “Non rivendichiamo nemmeno la parità di diritti con gli uomini. Vogliamo solo più diritti e un po’ di tempo libero“.

Alcune donne vanno a vendere verdura al mercato di Bangui in Centreafrique. © Miguel Medina/AFP

 

Credits foto:

Bibliothèque féministe : https://www.rfi.fr/fr/podcasts/reportage-afrique/20201228-côte-d-ivoire-une-bibliothèque-féministe-à-abidjan

Ifi Amadiume : http://igbopeople.blogspot.com/2009/05/ifi-amadiume.html

Carte : https://www.cnews.fr/france/2018-02-05/excision-une-campagne-pour-sensibiliser-les-adolescents-774232

Marché de Bangui : https://www.jeuneafrique.com/383578/societe/afrique-femmes-reviennent-vers-lagriculture/

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