Miseria e nobiltà di Aung San Suu Kyi

TRADOTTO DA FEDERICA SALZANO, RILETTO DA LORENA PAPINI

L’11 dicembre 2019 Aung San Suu Kyi ha difeso la Birmania dinanzi alla Corte di giustizia internazionale, minimizzando il genocidio perpetrato contro i Rohingya e giustificando le violenze commesse dalle forze armate. Come si può spiegare la posizione di questa donna da molto tempo glorificata per la sua lotta nella difesa dei diritti umani?

Aung San Su Kyi aveva due anni quando suo padre fu assassinato nel 1946 insieme a sette dei suoi ministri. Eroe della lotta contro l’occupazione giapponese durante la guerra, si era imposto come legittimo interlocutore per negoziare l’indipendenza con l’Inghilterra. Questo omicidio marca l’inizio della presa di potere da parte dell’esercito. Nel 1962 un colpo di Stato condanna il paese ad una dittatura militare che resiste ancora oggi e che ha isolato il paese per circa 50 anni.

Nel 1988, Aung San Suu Kyi (ASSK) rientra nel paese dopo circa 24 anni di esilio e s’impegna nella politica. Da allora non smetterà di militare contro il regime attraverso la Lega Nazionale per la democrazia. La sua opposizione contro la Giunta e la sua tenacia nella difesa dei diritti umani le valgono il premio Nobel per la Pace nel 1991. Questo premio le porta una forte notorietà su scala internazionale, notorietà sempre più limitante per le forze armate. Le viene assegnata una casa dove viene tenuta sotto sorveglianza, nella quale vivrà circa 15 anni, tra il 1990 e il 2010.

Nel 2011 il paese diventa più aperto a livello internazionale. La giunta si dissolve, il nuovo presidente riceve ASSK che accetta di rinnovare il dialogo con il governo. Nel 2016 la “Signora” (chiamata così dai suoi compatrioti) diventa ministro degli Affari esteri e Consigliere di Stato, e svolge in maniera ufficiosa il ruolo di Primo ministro. Ma questi passi verso la democratizzazione sono solo di facciata: il 25% dei seggi del Parlamento e i ministeri principali del governo (Difesa, Interni e Gestione delle frontiere) sono riservati ancora ai militari.

 

Avete detto genocidio?

A partire dal 2017, l’immagine di Aung San Suu Kyi si macchia a livello internazionale a causa del suo silenzio dinanzi al genocidio perpetrato contro i Rohingya. Difendendo la Birmania davanti alla Corte di giustizia internazionale lo scorso 11 dicembre, ASSK giustifica l’azione dell’esercito come missione di controinsurrezione parlando di “conflitto armato interno”.

Perché colei che era diventata un’icona nella difesa dei diritti umani ha deciso di prendere questa posizione? Si tratta innanzitutto di ragioni politiche per le quali ASSK sminuisce la violenza contro i Rohingya. In effetti il suo scopo è attirare l’attenzione di una popolazione costituita per il 90% da buddisti e fortemente ostile nei confronti della minoranza islamica. “I Rohingya uccidono i buddisti, sono violenti, vogliono sposarli” per colonizzare il paese. Questo discorso ascoltato recentemente durante un viaggio in Birmania, è rilevatore di un sentimento popolare nei confronti della minoranza etnica. ASSK forse ha perso la sua reputazione in Occidente, ma dispone di un forte sostegno popolare nel suo paese.

Un altro fattore di spiegazione è un’alleanza con l’esercito. L’ascesa di ASSK al potere è frutto di un’alleanza improbabile con i suoi vecchi aguzzini. Dispone quindi di uno stretto margine di manovre che la costringe a dover scendere a patti con i militari. Per lei, non condannare gli abusi dell’esercito è dunque il compromesso necessario per continuare il processo di democratizzazione. Ma, come sottolinea anche l’arcivescovo sud-africano Desmond Tuti, un simbolo della lotta contro l’apartheid e premio Nobel per la pace nel 1984: “Se il prezzo politico da pagare per la vostra ascesa è il vostro silenzio, il prezzo è decisamente troppo elevato.”

Aung San Suu Kyi durante una seduta dinanzi alla Corte Internazionale di giustizia, foto di Frank van Beek

In merito al genocidio, si consiglia la visione dell’eccellente documentario di Gwenlaouen Le Gouil: Rohingya, la mécanique du crime (in francese). Più di 700000 Rohingya sono in esilio nel vicino Bangladesh.

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