Hirak: retrospettiva di un anno di contestazione sociale in Marocco

TRADOTTO DA BENEDETTA MARIA CAIAZZO E CORRETTO DA VALENTINA NIEDDU

A Casablanca, in questo periodo, si svolge il processo dei leader del movimento di protesta Hirak, nato un anno fa. Questo movimento ha messo in evidenza i ritardi nello sviluppo di alcune regioni nel Marocco del nord ed ha contribuito alla libertà di parola, malgrado la feroce repressione esercitata dalle autorità.

Ottobre 2016: ad al-Hoseyma, città sul Mediterraneo di 60.000 abitanti, situata nella regione del Rif marocchino, un controllo della polizia porta al dramma. Viene confiscata la merce ad un pescivendolo, poiché, secondo le autorità, era stata pescata illegalmente. Mentre tenta di impedirne la distruzione, il venditore muore accidentalmente, stritolato in un camion dell’immondizia. In seguito a questo evento, che ha rapidamente fatto il giro dei social media, in città dilagano manifestazioni per denunciare l’abuso di potere delle autorità e le ingiustizie sociali. Le proteste arrivano, poi, anche nelle altre grandi città del Marocco: a Tetouan, Casablanca e Rabat. Una concatenazione di eventi che ricorda l’immolazione di Mohamed Bouaziz, appiccatosi fuoco alla fine del 2010, l’episodio scatenante della “Primavera araba”.

Il re ha chiesto l’intervento immediato del Ministro dell’Interno per soffocare su nascere le contestazioni. Tuttavia nelle settimane successive le manifestazioni dilagano, ma vengono severamente represse dalle forze dell’ordine. Il 6 febbraio, durante una manifestazione organizzata in memoria di una figura del “nazionalismo del Rif”, decine di manifestanti e politici vengono feriti. Le loro rivendicazioni sono di tipo socio-economico, in una regione spesso trascurata dalle autorità pubbliche e sostenuta, per lo più, dal commercio di cannabis, la cui natura è storicamente provocatoria (o “separatista” secondo le autorità).

Maggio 2017: uno dei capi delle manifestazioni, Nasser Zefzafi, viene imprigionato dopo aver interrotto la predica del venerdì, accusando l’imam di servire da portavoce del governo per rimproverare i manifestanti. Il primo “errore strategico” da parte delle autorità: un’onda di arresti si abbatte contro i leader del movimento per mettere fine alle contestazioni. Tra maggio e giugno, si stima che siano state arrestate tra le 200 e le 300 persone. Tuttavia, ciò che ne risulta è l’opposto di ciò che ci si aspettava: le manifestazioni si sono amplificate.

Cambio di strategia

Giugno 2017: milioni di manifestanti sfilano a Rabat per reclamare la liberazione di Zefzafi, e di altri detenuti, di ciò che ormai è chiamato “Hirak”, o movimento. Rispetto alla piega presa dagli avvenimenti, il re interviene a fine luglio e concede la grazia a una quarantina di prigionieri. Un netto cambiamento di strategia non lontano dai calcoli politici. In un clamoroso discorso, pronunciato in occasione della Festa del Trono, anniversario dell’incoronazione del re, Mohammed VI si rivolge direttamente ai contestatori. Mette in causa la responsabilità dei funzionari e adotta un tono inusualmente duro nei loro confronti: “Alcuni di loro praticano l’assenteismo, […] non dimostrando nessuna passione per il lavoro e non nutrendo alcuna ambizione professionale”. Allo stesso tempo, viene lanciata un’inchiesta per comprendere i ritardi sul programma di sviluppo della regione del Rif.

Ottobre 2017: i risultati dell’inchiesta incriminano diversi responsabili per il ritardo ingiustificato del programma di sviluppo lanciato nel 2015, chiamato “al-Hoseyma, città faro del Mediterraneo”. Il 24 ottobre, infatti, tre ministri e due alti funzionari vengono licenziati mentre altri ministri sono sanzionati. È un forte segno mandato dal re. Con questa decisione, la più severa dall’inizio del suo regno, il sovrano intende mostrare che nessuno è inamovibile, che ha ascoltato i contestatori e che la repressione non è la sola risposta. Eppure il coordinatore delle famiglie dei detenuti stima che il numero dei manifestanti ancora imprigionati, in attesa di processo, sia 350.

Deriva autoritaria?

Novembre 2017: a Casablanca si apre il processo per una ventina di contestatori tra cui Nasser Zefzafi, con l’accusa di “attentato alla sicurezza dello Stato”. I detenuti rischiano dai 5 ai 20 anni di prigione. Con queste condanne e la severità delle pene inflitte, lo Stato vuole dimostrare che è in grado di mantenere l’ordine su tutto il territorio. Ma gli avvenimenti che si sono succeduti da più di un anno hanno sottolineato la deriva autoritaria di un potere che teme una nuova “Primavera araba”.

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