Hong Kong: un’ondata di arresti travolge l’opposizione

Tradotto da Valeria Riccardo, riletto da Lorena Papini

Oggi, il Covid-19 non è l’unica motivazione per cui la Cina fa parlare di sé. Sebbene delle sanzioni internazionali fatichino ad essere messe in campo, la Cina è criticata principalmente a causa delle sue questioni interne, dalle detenzioni di massa e la schiavitù degli Uiguri, alla repressione nei confronti di Hong Kong, che rappresenta una sorta di oasi democratica che -fino a poco tempo fa- veniva risparmiata dalle derive autoritarie del governo cinese. Conformemente all’adozione della legge relativa alla sicurezza nazionale, 53 figure dell’opposizione pro-democratica sono state arrestate dalla polizia in un gigantesco blitz il 6 gennaio 2021.

Lo statuto speciale di Hong Kong: “Un Paese, due sistemi”

Hong Kong fu occupata dal Regno Unito a partire dalla metà del 19esimo secolo. La colonia britannica fungeva allora come emporio marittimo e come porta di ingresso nel continente. L’isola di Hong Kong e Caolun (il suo corrispettivo continentale) vennero inizialmente cedute alla Corona britannica. Ma nel 1997, il contratto temporaneo concluso fra il Regno Unito e la Cina riguardo i “nuovi territori” ebbe fine. Ciò determinò il ritorno di questi territori, ai quali finalmente avevano deciso di aggiungere Hong Kong, sotto il giogo dello Stato cinese. L’intera colonia britannica fu dunque riconsegnata alla Cina.

Nel 1997, a Hong Kong venne conferito lo statuto di “regione amministrativa speciale”. A questo titolo, la ragione è sottoposta alla sovranità cinese ed è dipendente dalle decisioni del governo centrale per quanto riguarda la difesa e la diplomazia. Tuttavia, parallelamente, Hong Kong dispone di proprie istituzioni politiche, legislative e giuridiche. I cittadini di Hong Kong hanno anche la propria valuta: il dollaro hongkonghese. L’espressione “un Paese, due sistemi”, utilizzato nell’accordo di restituzione, illustra il rapporto tra la Cina e Hong Kong. Tuttavia, questo famoso accordo ha una durata di 50 anni a partire dalla sua entrata in vigore nel 1997: nel 2047, il governo cinese spera di poter recuperare Hong Kong come territorio pienamente cinese, e non più come una “regione a statuto speciale”.

Un’opposizione non del tutto nuova

Nonostante Hong Kong sia parzialmente indipendente in virtù del proprio statuto speciale, la realtà è ben più complessa. Per comprenderla, bisogna analizzare la Costituzione. Sulla base della legge fondamentale, il capo dell’esecutivo viene eletto a suffragio universale. In pratica, questo meccanismo non è sempre applicato; i leader di Hong Kong (che oggi è Carrie Lam) sono eletti da un consiglio elettorale, largamente composto da personalità che parteggiano per il governo cinese.

Inoltre, il consiglio legislativo (l’equivalente hongkonghese del Parlamento) non è più realmente rappresentativo della popolazione e della sua volontà, poiché su 70 deputati, solo 40 vengono eletti a suffragio universale. Il risultato è che i governi filocinesi sono continuamente favoriti e mantengono la maggioranza. Al contrario, i democratici sono condannati a rimanere all’opposizione, dato che non possono ottenere la maggioranza del consiglio legislativo (dovrebbero avere il 90% dei voti alle elezioni!) o portare uno dei loro membri a capo dell’esecutivo. L’influenza della Cina comunista su Hong Kong è maggiore, e da qui nasce l’impressione che l’opposizione sia radicale, quando, alla fine, non chiedono altro che la democrazia.

I grandi movimenti di protesta, dunque, non sono nuovi ad Hong Kong. Gli Hongkonghesi sono scesi in massa nelle piazze già nel 2003 (contro la riforma legale introdotta dalla Cina), nel 2012 (contro l’imposizione di un’istruzione patriottica agli hongkonghesi), nel 2014 (la rivolta degli Ombrelli conto la preselezione dei candidati dell’esecutivo da parte della Cina), In sintesi, dal 1997, ovvero quando Hong Kong è tornata alla Cina, le manifestazioni nei confronti del governo pechinese non sono che moltiplicate, e il desiderio d’indipendenza della popolazione cresce sempre di più.

Ma il conflitto che vede opporsi i pro-democrazia con i pro-Pechino ha preso una svolta decisamente più violenta a marzo del 2019. Il governo di Hong Kong allora aveva tentato di far passare un emendamento della legge d’estradizione, che avrebbe apparentemente permesso alla Cina, se fosse stato adottato, di intervenire nel sistema giuridico indipendente di Hong Kong. La questione successivamente si è proiettata sulla legge sulla sicurezza nazionale, finalmente adottata il 30 giugno 2020. Coloro che difendono la democrazia denunciano un provvedimento estremamente liberticida, e l’utilizzo che ne è stato fatto dalla sua approvazione non li contraddice. Appena due giorni dopo la sua adozione, lo slogan “liberate Hong Kong, rivoluzione del nostro tempo” è stato proibito. Inoltre, i manifestanti possono essere arrestati semplicemente per possesso di bandiere, adesivi o banner con slogan politici, senza dimenticare l’aumento dei controlli nell’istruzione, nei media, sui social network, così come l’utilizzo ormai legale della censura e la crescita dei poteri delle autorità. Una settimana dopo l’entrata in vigore della legge, almeno sette gruppi attivi sulla scena politica sono stati costretti a porre fine alle loro attività, temendo possibili ricadute legali.

La serie di arresti per destabilizzare la fascia democratica

Dunque, dal 2019 la situazione a Hong Kong è estremamente tesa. La fazione pro-democrazia continua a battersi bene o male contro la deriva del regime cinese che tenta di imporsi, ma l’azione delle autorità per imbavagliare l’opposizione non cessa di assottigliarne gli adepti. Fermare gli oppositori politici del regime è ormai all’ordine del giorno, grazie alla legge sulla sicurezza nazionale e i suoi termini generali che permettono alle autorità di utilizzare qualsiasi pretesto per effettuare gli arresti.

In tal senso, Jimmy Lai, magnate hongkonghese di 73 anni, proprietario dell’Apple Daily (media conosciuto per le sue posizioni critiche nei confronti di Pechino), e baluardo del movimento pro-democrazia, è stato arrestato l’11 dicembre 2020 per “collusione con un Paese straniero o con forze esterne al fine di compromettere la sicurezza nazionale”, sulla base di un comunicato della polizia di Hong Kong.

Jimmy Lai nel 2019 alla Fondazione per la difesa delle democrazie (source : Wikipédia)

Ma più recentemente ancora, il 6 gennaio 2021, 53 figure dell’opposizione sono state arrestate in un gigantesco blitz della polizia. La maggior parte degli arresti sarebbe legato alle primarie che sono state organizzate questa estate dal movimento. I partigiani pro-democrazia desideravano approfittare del clima circostante, del sostegno popolare e della fascia democratica per tentare di ottenere, per la prima volta nella storia di Hong Kong, la maggioranza al consiglio legislativo, e poter infine avere realmente un impatto positivo ed effettivo per la legge. Alla fine, le elezioni legislative sono state rinviate a causa del covid-19. Le autorità pro-Pechino hanno colto l’occasione per rovesciare le ambizioni del movimento pro-democrazia, rivolgendosi ai suoi rappresentanti come dei “sovversivi” e qualificando le primarie come una “grave provocazione”.

Le vittime degli arresti sono dei vecchi parlamentari pro-democrazia, così come alcuni militanti. Due militanti Gwyneth Ho e Tiffany Yuen, hanno annunciato il loro arresto su Facebook, mentre alcuni vicini a Joshua Wong hanno affermato sullo stesso social che il domicilio del giovane è stato perquisito. Ricordiamo che Joshua Wong, attualmente in carcere, è una figura emblematica del movimento pro-democrazia. Si è fatto conoscere assieme ai suoi compagni Nathan Law e Agnes Chow attraverso la fondazione del partito Demosisto.

La condanna degli arresti da parte della comunità internazionale

Nonostante il governo abbia giustificato gli arresti assicurando pubblicamente che fossero “necessari”, in quanto il gruppo arrestato avrebbe cercato di minare la stabilità e la sicurezza della Cina e a “trascinare Hong Kong negli abissi”, una buona parte della comunità internazionale ha deciso di condannare la politica di repressione cinese.

“Gli arresti di massa di manifestanti pro-democrazia sono un attacco contro coloro che difendono con coraggio i diritti universali” scrive sul suo account Twitter M. Blinken, membro dell’amministrazione di Biden e futuro capo della diplomazia. “L’amministrazione Biden-Harris si porrà accanto al popolo di Hong Kong e contro la repressione cinese della democrazia”

Le condanne giunte dagli USA sembrano tanto più legittime se consideriamo che una delle 53 persone arrestate è proprio un avvocato americano. Dichiarazioni simili sono arrivate principalmente da parte dell’Australia, del Canada, del Regno Unito e dell’Unione Europea. La Cina ha risposto affermando che si trattava di gravi ingerenze negli affari interni di un Paese e che gli Stati e le Organizzazioni Internazionali devono smetterla, e rispettare la sovranità della Cina così come accettare la restituzione di Hong Kong. È vero che il diritto internazionale teoricamente proibisce l’ingerenza negli affari interni di un altro Stato, d’altra parte richiama anche al rispetto dei diritti umani.

Infine, delle 53 persone arrestate, 52 sono state liberate su cauzione. Tuttavia, sono stati ritirati loro i passaporti, e il vecchio presidente del Partito democratico, Wu Chi-Wai, è ancora in detenzione.

Data la situazione attuale in Cina e ad Hong Kong, non possiamo che temere che questi arresti non saranno gli ultimi. E anche se ancora non sono ancora arrivate accuse formali nei confronti dei 53 militanti rilasciati, non possiamo che temere che ciò accadrà molto presto. Per i partigiani della democrazia e per i giovani di Hong Kong, il cui obiettivo è di chiarire lo statuto speciale di Hong Kong prima del fatidico 2047 e di liberarsi della Cina, la lotta continua.

“Please Support Hong Kong” (Fonte : Olivier Hale sur Unsplash)

Fonti :

 

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