Ginevra: L’Iran e il triste ricordo dell’estate 1988

TRADOTTO DA LETIZIA MARTA MORA GARLATTI E CORRETTO DA BENEDETTA MARIA CAIAZZO

Il pomeriggio di venerdì 15 settembre 2017, la Place des Nations Unies di Ginevra si è trasformata nel luogo di un tragico ricordo della storia contemporanea dell’Iran. Le Journal International è andato in Svizzera per incontrare gli uomini e le donne che chiedono giustizia per i massacri commessi nel 1988 dal regime di Teheran.

Crediti: Siavosh Hosseini, MediaExpress.

I passanti sono sorpresi dalla moltitudine di scarpe ornate di papaveri, disposte sulla piazza, che rappresentano le 30’000 persone scomparse durante i massacri dell’estate 1988. Attorno alla piazza erano esposte foto, nomi e qualche riga sulla vita di queste dozzine di migliaia di prigionieri politici giustiziati.

Una “Fatwa” responsabile di 30’000 morti

Nel suo ultimo rapporto, l’inviata speciale sulla situazione dei Diritti Umani in Iran, Asma Jahangir, ha interrotto 28 anni di silenzio delle Nazioni Unite. La donna ribadisce che “nei mesi di luglio e agosto 1988, migliaia di prigionieri politici, uomini, donne e adolescenti sarebbero stati giustiziati in seguito ad una fatwa [avviso giuridico emesso da uno specialista della legge islamica su una particolare questione, ndr] emessa dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Khomeiny. I corpi delle vittime sarebbero stati seppelliti in tombe anonime e le famiglie non sono mai state messe al corrente di cosa fosse loro capitato”. Mostafa Naderi, sopravvissuto al massacro e presente a Place des Nations Unies, spiega che “durante le esecuzioni, [lui] era incosciente in infermeria a causa delle torture subite. Al [s]uo ritorno, tutti i [s]uoi compagni di cella [della sua] sezione erano stati giustiziati”.

“Le Nazioni Unite possiedono i mezzi per agire”

Il giorno prima di questa esposizione a cielo aperto, proprio nel palazzo delle Nazioni si era svolta una riunione per richiamare l’attenzione dell’ONU. L’obiettivo era aprire un’inchiesta internazionale per portare davanti alla giustizia i responsabili di questo crimine.

A fianco di giuristi ed esperti internazionali, Rama Yade, ex segretaria di Stato francese per i Diritti Umani, ha ripetuto che “non si dovrebbe tener conto delle considerazioni politiche ed economiche. La comunità internazionale dispone di strumenti efficaci, tra i quali sanzioni contro il regime iraniano, e dovrebbe utilizzarli per assicurare lo svolgimento di tale inchiesta”.

Le vittime e le famiglie in cerca di giustizia

Gli organi di giustizia e di sicurezza iraniani hanno lanciato una repressione violenta contro i difensori dei Diritti Umani, specialmente dal 2013, anno dell’elezione di Hassan Rohani alla presidenza. “Il regime iraniano demonizza e imprigiona gli attivisti che si battono per i diritti dei cittadini” rivelava Amnesty International il 2 agosto 2017.

“I difensori dei Diritti Umani cercano la verità e la giustizia per migliaia di prigionieri che sono stati giustiziati sommariamente o che sono spariti negli Anni ’80. I parenti delle vittime sono diventati difensori dei Diritti Umani per necessità. Si sono impossessati dei social network ed altre piattaforme per discutere delle atrocità commesse in passato”, spiega un membro di Amnesty International.

Le autorità hanno raddoppiato gli sforzi per zittire le discussioni sulle violazioni commesse negli Anni ’80, con lo scopo di cancellarle dalla memoria collettiva. Sono stati impiegati diversi metodi per cancellare le prove. La diffusione di informazioni tramite i social network permette ai difensori dei Diritti Umani di organizzarsi; grazie ad Internet, possono scambiarsi informazioni ed organizzarsi per assistere alle manifestazioni di commemorazione che si svolgono a Kharavan, nel nord-ovest del Paese.

Finora le Nazioni Unite si sono accontentate di condannare le azioni del regime iraniano, pertanto non sono ancora state emesse reali sanzioni contro i crimini commessi nel 1988.

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