Kosovo: 10 anni dopo l’indipendenza, l’impossibile transizione

TRADOTTO DA SILVIA MONTORSI E CORRETTO DA GIULIA STROZZI

Questo sabato 17 febbraio il Kosovo, nazione attualmente riconosciuta da 114 stati, celebrerà i 10 anni d’indipendenza. Tuttavia, non è detto che l’umore sia festivo a Pristina, data la catastrofica situazione economica, politica e sociale in cui si trova il paese. Non solo la transizione verso lo Stato di diritto non è avvenuta, malgrado i miliardi di euro spesi dagli Stati Uniti, dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea (UE), ma ancor peggio, i casi di corruzione sono aumentati a partire dal 2008, periodo in cui l’Europa, per mezzo della missione Eulex, si è vista affidare il “caso kossovaro”. Il Journal International ritorna su due decenni di fallimenti politici compiuti in Kosovo tanto dalla comunità internazionale che dalle élites locali, che hanno reso il Kosovo uno stato economicamente fallito e politicamente semi-autoritario.

L’indipendenza acquisita – in modo più che discutibile – nel 2008, “dall’alto” a scapito di Belgrado, non ha permesso a questo piccolo territorio di 10.908 km2 (l’equivalente della regione Abruzzo) e popolato da 1,8 milioni di abitanti, di cui il 95% albanesi, di prosperare economicamente. Il crimine organizzato, la corruzione su grande scala o ancora l’emigrazione sono parte integrante della vita dei kossovari. Nonostante più di 5 miliardi siano stati investiti nella ricostruzione dello stato tra il 1999 e il 2013, il Kosovo non ha smesso di sprofondare nella crisi. Se da un lato la situazione economica è leggermente migliorata negli ultimi 2 anni, dall’altro lato le politiche per l’instaurazione dello Stato di diritto si mostrano ancora ampiamente inefficaci. Ancor peggio, le ondate di privatizzazione che sono state condotte hanno favorito l’oligarchia kossovara, che si è accaparrata le ricchezze dello Stato. Il piano Ahtisaari avrebbe dovuto risolvere questi problemi e favorire il dialogo con la Serbia e la comunità serba residente in Kosovo, ma così non è stato: la Serbia rifiuta categoricamente di riconoscere l’indipendenza del Kosovo, considerato da Belgrado come la “Gerusalemme Serba”.

Il Kosovo, la “Gerusalemme Serba”

Il conflitto tra il Kosovo e la Serbia non è nato alla fine degli anni ’90. Uno degli elementi determinanti che porterà agli scontri del 1999-2000 e del 2004 è sicuramente da ricercare nella Costituzione del 1974, la quale introduceva l’idea che il potere della federazione jugoslava provenisse d’ora in poi dalle repubbliche, e non il contrario. In altri termini, la nuova costituzione riconosceva alle repubbliche federate il carattere di stati quasi-sovrani, ufficializzando in questo modo la creazione di una Confederazione jugoslava. La morte del Maresciallo Tito nel 1980, unita alla crisi economica, ha comportato, a partire dal 1981, a Pristina, i primi scontri tra albanesi e forze dell’ordine. In seguito, l’ascesa dei nazionalismi croati, albanesi e serbi all’interno della Yugoslavia ha continuato ad essere sempre più virulenta. Il culmine di questo nazionalismo esasperato è stato raggiunto il 28 giugno 1987 a Kosovo-Polje. La data e il luogo scelti da Slobodan Milosevic non hanno nulla di aneddotico: corrispondono alla celebrazione della battaglia omonima sul “campo dei merli”, che nel 1389 aveva visto la sconfitta dei principi serbi contro gli ottomani. Questo discorso nazionalista veniva a ricordare che la nazione serba era nata in Kosovo e che era di fatto la “Gerusalemme serba”.

Il Kosovo: un laboratorio per la Comunità Internazionale

Secondo il filosofo americano Francis Fukuyama, il decennio 1990 avrebbe dovuto segnare la “fine della Storia”. Al contrario, questo periodo è stato caratterizzato da numerosi conflitti, i quali vanno pensati all’interno del tentativo americano di forgiare nuove regole in maniera autoritaria. In tal senso, il Kosovo è stato, secondo Jean-Arnault Derens, caporedattore del Corriere dei Balcani ,“un animale da laboratorio sul quale si è provato di tutto” e i cui promotori cercano di ufficializzare un diritto d’ingerenza negli affari interni dello Stato. I bombardamenti degli Stati Uniti su Belgrado nel 1999, con la partecipazione della Francia e del Regno Unito, senza mandato delle Nazioni Unite, e perciò in violazione del diritto internazionale, poi l’intervento della NATO in Kosovo “sembrava ancor meno giustificabile per aver portato ad una contro-epurazione dei serbi del Kosovo [nel 2004]”, ricorda  Anne-Cécile Robert, giornalista del Monde Diplomatique. Nella sua opera “State-Building in Kosovo”, Lorenzo Capussela, che è stato a capo dell’unità economica della Rappresentazione Civile Internazionale – International Civil Representation – (RCI), afferma che l’indipendenza è stata data al Kosovo per evitare lo scoppio di un conflitto di dimensioni maggiori, che si sarebbe potuto verificare se gli albanesi non avessero ottenuto l’indipendenza del Kosovo. Per questo motivo, la Missione Interinale di Amministrazione delle Nazioni Unite in Kosovo (MINUK) “aveva lo scopo di aiutare nella transizione per costituire un governo democratico in Kosovo, e non di farne uno stato indipendente”, scrive Capussela.

La cattiva gestione del protettorato è altresì imputabile alla missione Eulex, colpevole di numerose negligenze. Lorenzo Capussela osserva che “la missione è stata un fallimento. Una mancanza di conoscenze del Kosovo, un frequente turn over del personale [in media ogni sei mesi] e il rifiuto di perseguire le élites oggi alla guida dello Stato, e questo quando la missione aveva tutte le prove per incolparle, hanno ampiamente contribuito a discreditare l’UE.

Eppure l’UE, attraverso i suoi dirigenti, non ha cessato di ripetere: “la nostra politica estera dipende dal successo della nostra politica nei Balcani. Altrimenti quale credibilità potremmo avere nella risoluzione di conflitti in Medio Oriente, in Africa e in Asia se siamo incapaci di risolvere i problemi a casa nostra.”

Pertanto, la gestione del Kosovo da parte della comunità internazionale – Minuk, Nato, RCI, Eulex, ecc. – ha condotto nel 2008 ad un’indipendenza “dall’alto”, imposta in maniera autoritaria, e ha portato ad un divorzio de iure non voluto dalla Serbia. Questo metodo non ha quindi provocato il cambiamento voluto: il Kosovo resta non funzionante e l’instaurazione dello Stato di diritto non ha avuto luogo.

L’impossibile instaurazione dello Stato di diritto e il fallimento delle Organizzazioni Internazionali

Tra il 1999 e il 2013 il Kosovo ha ricevuto più di 5 miliardi di dollari di fondi internazionali: 4 miliardi provengono dalla comunità internazionale e 1 miliardo dall’UE attraverso la missione Eulex. Ciò fa del Kosovo lo stato che ha ricevuto più aiuto per abitante nel mondo (158 euro all’anno per abitante). Una disposizione di mezzi finanziari e umani considerevole, ma che non ha permesso l’instaurazione dello Stato di diritto (rule of law). Il simbolo di questo fallimento è l’impossibile attuazione del “piano Ahtisaari” nel 2007. Dal nome del suo fondatore, Martin Ahtisaari, questo piano composto da 14 articoli doveva condurre il Kosovo a uno Stato di diritto funzionale: un’indipendenza della giustizia, un’economia di mercato, un pluralismo politico, una decentralizzazione rinforzata, in particolare dei poteri di rappresentanza e di amministrazione, importanti per i non-albanesi e nello specifico per i serbi del Kosovo. Alcune leggi in particolare non potranno essere adottate senza l’accordo di una minoranza di non-albanesi rappresentati in parlamento.

È più facile fare le leggi che applicarle

Un piano che doveva essere attuato sulla base del dialogo tra gli albanesi e serbi del Kosovo e la Rappresentazione Civile Internazionale, la quale aveva, analogamente all’Alto rappresentante in Bosnia-Erzegovina, la possibilità di annullare le leggi e di destituire i politici che “agivano in uno spirito contrario al piano”. La massima di Napoleone “è più facile fare le leggi che applicarle” prende tutto il suo senso nel caso del Kosovo, soprattutto quando si tratta di lottare contro i mali principali del paese: il crimine organizzato e la corruzione.

Uno stato economicamente fallito dilaniato dalla corruzione e dal crimine organizzato

Se c’è un ambito in cui le organizzazioni internazionali hanno drammaticamente fallito, questo è incontestabilmente la lotta contro la corruzione. Hashim Thaci, oggi presidente del Kosovo e leader del partito di “Liberazione Armata del Kosovo” (LAK), anche soprannominato “Snake”, era implicato in 8 casi di corruzione “su grande scala” e “crimini di guerra”. E non è che un esempio tra i tanti. Il giornalista Enver Robelli riassumeva così la situazione nel 2012: “questa casta pericolosa, arrogante, assetata di furti e di linciaggi degli avversari politici. Anziché essere in prigione siedono in parlamento e parlano di integrazione europea e di costruzione della democrazia, di diritti umani. È una decadenza come non se ne erano mai viste nei paesi in transizione dell’Europa del sud-est. Lo Stato è sequestrato e serve soltanto a soddisfare l’avidità personale di rappresentanti politici che hanno il solo scopo di rubare.

L’accaparramento di ricchezze da parte di un’oligarchia è uno sport nazionale in Kosovo. Nel 2007, ad esempio, il governo kossovaro aveva privatizzato delle aziende pubbliche – energia, industria, telecomunicazioni – per un importo di 600 milioni di euro. L’esempio più lampante è la costruzione di un’autostrada che collega Pristina alla frontiera albanese: l’equivalente del 25% del PIL è stato speso per questo cantiere. Inizialmente preventivata per un montante di 400 milioni di euro, l’autostrada ne costerà più del doppio (838 milioni) per soli 72 km costruiti. E questo quando un operaio è remunerato 1,5 euro all’ora.

“Questa casta pericolosa, arrogante, assetata di furti e di linciaggi degli avversari politici. Anziché essere in prigione siedono in parlamento e parlano di integrazione europea e di costruzione della democrazia, di diritti umani. È una decadenza come non se ne erano mai viste nei paesi in transizione dell’Europa del sud-est. Lo Stato è sequestrato e serve soltanto a soddisfare l’avidità personale di rappresentanti politici che hanno il solo scopo di rubare.”

La cosiddetta “economia grigia” (o economia sommersa) rappresenterebbe tra un quarto e un terzo del Prodotto Interno Lordo (PIL) del paese. “Il Kosovo è uno dei fulcri del traffico di eroina tra l’Asia Centrale e l’Europa”, constata Capussela. Inoltre, l’indice Doing Business collocava il Kosovo al 40° posto nel 2017. Nel 2014, il 12% della popolazione del Kosovo viveva sotto la soglia di povertà fissata dalla Banca Mondiale, cioè con meno di 2$ al giorno. Nel 2016, il tasso di disoccupazione era del 30,4% e del 43,5% tra i giovani. Disuguaglianze che si esprimono tra le élites e il popolo ma anche tra uomini e donne: nel 2004 “le donne occupavano l’11,1% dei posti di lavoro in Kosovo. Sono tre punti in meno dell’Arabia Saudita”, constata Capussela. Disuguaglianze che non sono quindi di natura etnica, come ricordava Jean-Arnault Dérens: “i serbi del Kosovo non sono più poveri degli albanesi.

Ritorno delle tensioni e secessione del nord?

Non era stata la questione etnica a provocare la crisi della Jugoslavia, il fattore scatenante era l’economia. È proprio la crisi economica degli anni ’80 ad aver fatto implodere la Jugoslavia, e non il fattore etnico, seppur presente. Il fattore etnico è stato usato dai discorsi politici, come avviene sempre. Ed è per questa ragione che una delle grandi componenti del piano Ahtisaari si basa sul dialogo tra le comunità. Il piano voleva fare del Kosovo uno Stato indipendente e multietnico e per riuscirvi prevedeva un dialogo tra le comunità. “Il dialogo il Kosovo non l’ha mai voluto. È stato imposto, mal preparato. Inoltre, va di moda insistere sul carattere multietnico del Kosovo ma, a titolo d’esempio, questo paese non è multietnico quanto la Serbia (16%). Da nessuna altra parte in Europa c’è tanta segregazione quanto in Kosovo.”, osserva Jean-Arnault Derens.

Paradossalmente, “decentralizzando il potere” il piano da più potere alla comunità serba. Oggi, le 10 municipalità serbe sono una realtà (4 al nord e 6 al sud). La città di Mitrovica è ancora divisa in due: a nord la minoranza serba e a sud gli albanesi. La minoranza serba del nord continua a non riconoscere il Kosovo come Stato e nel corso di un referendum nel 2012 si è espressa massivamente contro di esso. Alcuni minacciano la secessione e l’annessione alla Serbia, una “soluzione” impensabile: che ne sarebbe delle minoranze serbe del sud? E degli albanesi del nord?

Se il ritorno delle tensioni non è da escludere, queste non saranno di ordine etnico, ma economico e sociale. A prova di ciò,  l’assassinio del politico serbo Olivier Ivanovic, albanofono e sostenitore del dialogo tra serbi e albanesi, è “stato probabilmente orchestrato dalla mafia serba, nei cui interessi non rientra il dialogo tra Belgrado e Pristina.”, constata Dérens. Ivanovic aveva lui stesso affermato nel 2017 che “siamo in una situazione in cui i serbi hanno paura di parlare.” Come faceva notare il giornalista Florence Hartmann nella sua opera “Milosevic, la diagonale du fou”, “qualunque politico serbo che tenta un compromesso con gli albanesi mette la sua vita in pericolo.

siamo in una situazione in cui i serbi hanno paura di parlare”

I serbi che lasciano il Kosovo sono d’altronde sempre più numerosi: nel 2011 rappresentavano l’1,5% della popolazione, cioè il 15% in meno rispetto al 2006. Diversi fattori spiegano questa diminuzione: un’emigrazione importante, un boicottaggio parziale del censimento della popolazione serba del sud del Kosovo e la forte natalità degli albanesi.

I serbi non fanno eccezione. Il Kosovo ha perso quasi 400.000 abitanti tra il 2006 ed oggi: da 2,1 milioni di abitanti lo Stato ospita attualmente 1,7 milioni di cittadini. Jean Arnault Dérens affermava, non senza ironia, che “il problema del Kosovo sarà risolto quando se ne saranno andati tutti” e quando il popolo serbo e albanese prenderanno coscienza del fatto che si trovano sulla stessa barca, e che questa fa acqua da tutte le parti per colpa delle loro élites.

 

Foto del banner : Pristina, capitale del Kosovo, crediti foto : Pierre-Alix Pajot

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