La deforestazione in Brasile: un problema che persiste fin dall’epoca coloniale

Tradotto da Riccardo De Vanna, riletto da Lorena Papini

Al fine di ricollegarmi alla 54° puntata del programma radiofonico La PNYX, diretto dai miei colleghi del Journal International, vorrei tornare sul tema della deforestazione nella foresta amazzonica. In che modo essa attinge dal retaggio coloniale, ma anche dalla dittatura militare di cui Jair Bolsonaro, l’attuale presidente del Brasile, dice di essere un fervente adepto?

Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere che la foresta amazzonica è sempre stata oggetto di una deforestazione, più o meno massiccia, a seconda del contesto storico, politico ed economico.

La deforestazione durante l’era coloniale

Poco dopo la scoperta del Brasile nel 1500, i coloni instaurarono un’economia basata sullo sfruttamento di varie risorse naturali come il legno, i minerali, le piante medicinali, ecc. La canna da zucchero venne gradualmente introdotta nel paesaggio con l’intensificarsi della tratta degli schiavi verso la fine del XVI secolo. La monocoltura della canna da zucchero permise al Brasile di arricchirsi notevolmente e, in meno di un secolo, il paese divenne il primo produttore di zucchero al mondo.

Parallelamente, tutta l’America Latina fu danneggiata dalla conquista dell’oro, esacerbata dal mito dell’Eldorado. Con il calo della produzione di zucchero, la scoperta dei giacimenti di oro e diamanti nel Minas Gerais contribuì a dare un nuovo impulso all’economia. Si stima che un quinto della popolazione portoghese sia arrivato in Brasile per tentare la fortuna nell’ambito dell’estrazione di preziosi minerali.

Va da sé che questi modelli di sfruttamento vanno a scapito della popolazione locale, degli schiavi e della natura, che viene percepita solo come un mezzo per arricchirsi.

È negli anni ‘30 dell’Ottocento, con l’intensificarsi della produzione di caffè a seguito dell’industrializzazione, che la deforestazione aumenta notevolmente. Per lungo tempo la monocoltura del caffè è stata un’attività redditizia, poiché i grandi amatori di caffè, che vivevano principalmente negli Stati Uniti e in Europa, apprezzavano sempre più questa pianta, che è diventata nel tempo un prodotto di consumo di massa. L’industrializzazione delle attività fu ben presto accompagnata dalla nascita dell’industria pesante, che diede vita alle prime ferrovie, grazie alle quali è stato più facile avventurarsi nelle zone più impervie della foresta.

La colonizzazione della foresta sostenuta dal regime militare

Il regime militare del 1964 ha orientato le politiche di sviluppo nella dimensione economica, ignorando completamente tutte le problematiche di carattere ambientale. Tra i “Grandi obiettivi nazionali” vi erano importanti programmi di colonizzazione mineraria e agricola in Amazzonia. Negli anni Settanta, la giunta militare ha avviato la costruzione di diverse infrastrutture come la strada transamazzonica Belém-Brasilia, che ha facilitato la colonizzazione della foresta.

Per definire una proprietà, il sistema fondiario funzionava quindi sulla base dell’occupazione fisica. Pertanto, la deforestazione è stata una decisione razionale dei coloni, poiché permetteva loro di appropriarsi delle terre. A ciò si aggiungono un controllo poco efficace da parte delle autorità agrarie, la corruzione diffusa nel mercato fondiario, gli incentivi fiscali a favore dei grandi proprietari, senza dimenticare il mito del fazendeiro, che assimila l’allevatore di bovini all’élite. Di conseguenza, fino agli anni 2000, la deforestazione è stata inculcata dalle direttive del governo federale. Si diffonde principalmente lungo le strade e sui fronti pionieri agricoli seguendo l’”arco di deforestazione”.

Sebbene questi fenomeni si siano in parte arginati negli anni ’90 al fine di fare una buona impressione in occasione della conferenza di Rio, l’allevamento estensivo di bovini e di soia continua a rovinare il paesaggio della foresta amazzonica. In effetti, nell’arco di 10 anni (tra il 1993 e il 2003), il numero di bestie è quintuplicato fino a raggiungere 160 milioni di esemplari. Nel 2003 il Brasile è diventato il più grande esportatore mondiale di carne bovina con una produzione di circa 1,5 milioni di tonnellate e destinata principalmente all’esportazione. L’allevamento di bovini rappresenterebbe da solo circa il 75-80% delle terre disboscate; la portata del fenomeno ha indotto persino alcuni specialisti del settore a parlare di colonizzazione “per piede di manzo” (“par la patte du beuf”), assumendo un’importanza notevole nella colonizzazione agricola dell’Amazzonia. Con 42 milioni di tonnellate prodotte negli anni 2000, la soia è diventata la principale coltivazione del Brasile.

Il Brasile ha quindi sempre funzionato come un mosaico di cellule destinate all’esportazione, segnate da molteplici cicli economici: zucchero, oro, caffè, gomma, legno, soia, carne bovina. Se da un lato gli organismi internazionali si concentrano attualmente sulle questioni ecologiche, dall’altro le politiche pubbliche brasiliane fanno dell’Amazzonia un territorio da esplorare e sviluppare. Al pari del petrolio, l’Amazzonia è una risorsa sia per lo sviluppo economico che sociale. Ad esempio, l’integrazione di questo territorio con il resto del Paese era una risposta alle pressioni demografiche. Il Brasile si ritrova in bilico tra due direttive: da un lato lo sviluppo economico basato sul “sogno americano” e dall’altro la protezione delle risorse naturali. Si deve inoltre ricordare che alcuni governi, come quello di Lula (2003-2011), hanno cercato di conciliare lo sviluppo economico e sociale con le preoccupazioni ambientali. I programmi che promuovono l’agricoltura familiare nello Stato del Pará sudorientale hanno dimostrato in particolare che questa “mission” è possibile.

La responsabilità dei paesi europei riguardo la deforestazione

Tuttavia non si deve sottovalutare la parte di responsabilità dei paesi europei in questa faccenda. Infatti, come per qualsiasi altra merce, la carne bovina e la soia sono soggette alle fluttuazioni dei mercati economici. Dal 2016, la nuova diffusione della deforestazione sembra essere correlata all’aumento dei prezzi della carne bovina e della soia, di cui mercati europei assorbono il 40% delle esportazioni. Ad esempio secondo Comtrade, che rileva i flussi commerciali mondiali, nel 2017 la Francia ha importato l’equivalente di 3.500.000 tonnellate di farina di soia, di cui il 61% proveniente dal Brasile.

La deforestazione solleva la questione dello sviluppo sostenibile. In breve, come si possono sfruttare le risorse forestali per promuovere lo sviluppo economico e soddisfare al tempo stesso le attuali esigenze di benessere, senza compromettere la sostenibilità delle risorse e la prosperità delle generazioni future? L’Amazzonia sta subendo profondi cambiamenti le cui conseguenze ecologiche e sociali riguardano sia le popolazioni locali che quella globale.

In definitiva, l’ascesa al potere del presidente Jair Bolsonaro e la spettacolarizzazione mediatica degli incendi in Amazzonia non hanno fatto altro che alimentare ed acuire un problema che esiste fin dall’epoca coloniale.

Bibliografia

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