La legge marziale nelle Filippine: minacciati i diritti umani

TRADOTTO DA CLAIRE SIRITO-OLIVIER E CORRETTO DA BENEDETTA MARIA CAIAZZO

Dal 23 maggio 2017, è stata istaurata la legge marziale sull’isola di Mindanao. Il presidente Rodrigo Duterte ha imposto lo Stato d’urgenza sull’isola dopo la morte di una decina di civili uccisi da combattenti affiliati a DAESH – acronimo dello Stato Islamico-. Il governo filippino potrebbe estenderlo a tutto il paese, e ciò minaccia direttamente i diritti della popolazione.

Manifestazione contro la legge marziale. Crediti: Léore Pujol.

 

Gruppi terroristici a Mindanao

La presenza di questo gruppo terroristico nel sud del paese ha così provocato l’istaurazione della legge marziale -Stato d’urgenza-, a Mindanao. Da 4 mesi, le forze governative, aiutate dalle forze americane, occupano la regione al fine di eliminare la minaccia terroristica.  Rodrigo Duterte ha emesso la possibilità di estendere la legge marziale a tutto il paese, essendo il conflitto ancora irrisolto. La sua estensione implicherebbe un cambiamento drastico per la totalità della popolazione filippina: imposizione di un coprifuoco, soppressione della libertà di stampa e sospensione dell’habeas corpus – libertà fondamentale di non essere imprigionati senza giudizio-. Le legge marziale ridurrebbe considerabilmente le libertà individuali e collettive dei cittadini.

Ricordi del passato?

Le scarpe rappresentano le persone uccise nell’ambito della guerra contro la droga. Crediti: Léore Pujol.

 

Questo evento allarma in modo considerevole i filippini a causa delle rimembranze della legge marziale istaurata sotto la presidenza di Ferdinand Marcos -1965-1986- che è durata 10 anni. Questo triste ricordo rimane ancora vivo nelle memorie collettive. Questo episodio storico aveva avuto per conseguenza l’imprigionamento di 70 000 persone. Tra loro, secondo Amnesty International, 34 000 erano state sottomesse alla tortura e 3 240 erano state assassinate.

«Continuerò a battermi per i miei diritti e le mie libertà»

Sid, studentessa alla scuola di Belle Arti dell’Università delle Filippine, è arrabbiata di fronte alla svolta che prende poco a poco il suo paese. Questa giovane attivista combatte tutti i giorni per la libera espressione e il rispetto dei suoi diritti. Con la minaccia dell’estensione della legge marziale, teme che il governo cerchi di eliminare ugualmente l’opposizione politica. “Non voglio essere obbligata a rinchiudermi in casa alle 21. Non voglio vivere ciò che hanno vissuto i miei genitori per 10 anni. Qualunque cosa accada continuerò a battermi per i miei diritti e le mie libertà. Anche se Duterte vieta i media, non ha il potere di controllare Internet”.

Sfruttare due occasioni

Secondo Sid, il Presidente Duterte sfrutta due occasioni. Utilizza la lotta contro il terrorismo per combattere il traffico di droga e fa di questa lotta un punto d’onore della sua politica dall’inizio del suo mandato, giustificando così la possibile estensione della legge marziale. Questa guerra anti-droga, il cui metodo va contro il rispetto dei diritti umani, ha già causato la morte di migliaia di individui. L’assassinio dell’adolescente Kian Loyd Delos Santos il 16 agosto scorso nell’ambito di un’operazione anti-droga, ha provocato l’ira della popolazione filippina. La Commissione dei diritti dell’uomo delle Filippine ha così confrontato più volte R. Duterte a proposito della sua lotta violenta contro la droga.

Il 12 settembre scorso, queste proteste hanno avuto per conseguenza il voto di un nuovo budget per la Commissione dei diritti dell’uomo dal governo filippino. Il nuovo finanziamento dell’organizzazione indipendente si è elevato a soli 1000 pesos per l’anno 2018, l’equivalente di 19,6 dollari USA. Una somma derisoria. Intanto le manifestazioni si organizzano nel paese. Il loro motto: “Marcos martial Law : Never again” – La legge marziale di Marcos : Mai più-.

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