La Repubblica dell’Artsakh in cerca di riconoscimento internazionale

TRADOTTO DA SILVIA MONTORSI E CORRETTO DA VALENTINA NIEDDU

Lo scorso 13 febbraio, la Repubblica autoproclamata dell’Artsakh o “Alto Karabakh” ha celebrato i 30 anni del movimento di liberazione di questo piccolo territorio di 11.430 km2 che conta 150.000 abitanti. Questo territorio enclave è annesso de facto all’Armenia ma de iure (per legge) all’Azerbaigian. L’Artsakh è peraltro sempre in guerra con lo stato azero, che, nel 2016, ha lanciato un’offensiva che ha causato più di 100 morti. Popolato per il 95% da armeni, l’Artsakh possiede tutti i criteri di uno stato: un presidente, un governo, un parlamento e una popolazione che si identifica col territorio in cui risiede. Ciò che manca all’Artsakh è il riconoscimento internazionale. Se da un lato nessuno Stato membro delle Nazioni Unite ha per il momento riconosciuto l’Alto Karabakh, alcune città, regioni e 8 Stati americani hanno compiuto questo passo, come la California e recentemente il Michigan. Le Journal International si è recato a Stépanakert, capitale dell’Artsakh.

Questo territorio sconosciuto ha giocato nondimeno un ruolo cruciale nella Storia contemporanea. Approfittando della politica della Glasnost lanciata da Mikhaïl Gorbatchev, i dirigenti armeni dell’Alto Karabakh hanno reclamato maggiori libertà politiche. Da ciò emerse un vero e proprio movimento di contestazione. In seguito, l’Armenia e l’Azerbaigian hanno dichiarato la loro indipendenza nel 1991 e il parlamento della piccola enclave ha fatto lo stesso. Bakou inviò allora dei convogli militari per reprimere le velleità indipendentiste degli armeni dell’Alto Karabakh: un conflitto ancora in corso.

L’Alto Karabarkh: un territorio enclave, crediti foto: Courrier International.

Un secolo di conflitti

La prima dichiarazione di indipendenza dell’Alto Karabakh risale al 18 luglio 1918, dichiarazione che è stata fatta in un contesto geopolitico mondiale turbato dalla Prima Guerra Mondiale. Il Caucaso non è stato risparmiato: mentre l’Impero Ottomano stava implodendo in Africa e nei Balcani, i turchi cercavano di espandersi verso est, dove si erano stabilite le popolazioni di lingua turca, dal Dagestan al Turkestan, compreso l’Azerbaigian. Tuttavia, la presenza dell’Armenia impedì ai turchi di creare un territorio unico. Rivendicando Van – storicamente armena – l’Armenia bloccava la strada dei turchi verso la Persia. Chiedendo il Nakhichevan e lo Zanguezbur, ostruiva il percorso verso la Valle del Kura-Aras e l’accesso dei turchi a Bakou.

Il Trattato di Batoum tra l’Impero Ottomano e l’Armenia, firmato il 4 giugno 1918, è considerato dagli Armeni come un vero “diktat”, poiché le nuove frontiere la amputavano di 11.000 km2 di altipiani. La dichiarazione di indipendenza fatta dagli armeni dell’Alto Karabakh un mese e mezzo dopo, il 18 luglio 1918, poteva essere considerata come una risposta a questa “ingiustizia”.

Ciononostante, l’Armistizio di Moudros, firmato dall’Impero Ottomano e dagli Alleati nell’ottobre 1918, concedeva l’Alto Karabakh all’Azerbaigian. Gli azeri cercarono dunque di annetterlo con l’aiuto dei britannici. Per questi ultimi, l’interesse stava nel prendere il controllo sull’insieme delle esportazioni di petrolio di Bakou e impedire così ai bolscevichi di avervi accesso. Durante la Conferenza di Pace di Parigi (1919), i dirigenti britannici fecero tutto ciò che era in loro potere per mettere l’Alto Karabakh sotto la dominazione azera.

Durante i mesi di marzo e aprile 1920, una guerra-lampo ebbe luogo tra l’Armenia e l’Azerbaigian in merito all’Alto Karabakh. Joseph Stalin ha in seguito ceduto all’Azerbaigian due regioni popolate da armeni: Nakhichevan e il Karabakh, le cui frontiere sono state tracciate in modo casuale. Gevorg Mélikyan, membro dell’Istituto Armeno degli affari internazionali e di sicurezza, riassume così la situazione: “se ci si sofferma sul piano storico, l’Alto Karabakh non è mai stato azero.

L’obsoleto gruppo di Minsk

L’anno 1988 vede le prime rivendicazioni territoriali sull’Alto Karabakh. Ne è seguito un conflitto tra l’Azerbaigian e l’Armenia. Quest’ultima ne è uscita vincitrice soltanto al termine di 6 anni di conflitto. Nel mentre, l’Alto Karabakh aveva dichiarato unilateralmente la sua indipendenza nel 1991 in seguito a un referendum organizzato, che aveva raccolto il 96% di “Sì” per l’indipendenza.

Un anno dopo, nell’ottica di creare un dialogo tra armeni e azeri, fu creato il gruppo Minsk, co-presidiato da Stati Uniti, Francia e Russia. Quest’ultima ha giocato un ruolo più che ambiguo nelle relazioni che intrattiene con le due parti: vende armi ad entrambi gli stati e possiede anche una base militare a Gyumri, in Armenia. La Russia mantiene quindi un rapporto che le permette di conservare la sua influenza nella regione.

Il gruppo di Minsk dell’Organizzazione della Sicurezza e della Cooperazione in Europa (OSCE) è tenuto a trovare una soluzione internazionalmente accettata alla risoluzione del conflitto. La sua soluzione è contenuta nei “principi di Madrid”, limitati a 6, i quali auspicano: la restituzione dei territori occupati intorno all’Alto Karabakh; uno statuto interinale per l’Alto Karabakh che ne garantisca la sicurezza e l’autonomia; un corridoio che colleghi il Karabakh all’Armenia (Kelbadjar e Lachine); lo statuto finale di Alto Karabakh sarà determinato nel futuro attraverso un’espressione di volontà vincolante [cioè l’adesione della popolazione locale in un referendum]; il diritto al ritorno per gli sfollati interni e i profughi; delle garanzie internazionali di sicurezza, compresa una forza di mantenimento della pace.

Linea di confine con l’Azerbaigian. Crediti foto: Loretta Toth.

La “guerra dei 4 giorni” dell’aprile del 2016, la più sanguinosa dopo il cessate il fuoco del 1994 tra Erevan, Stepanakert et Bakou (30.000 morti e migliaia di sfollati), ha fatto 75 morti, quasi 200 feriti distrutto dei villaggi e ci ricorda le forti tensioni tra i due campi e l’inefficacia – per non dire l’obsolescenza – del gruppo Minsk. Malgrado ciò, il ministro degli affari esteri dell’Artsakh, Masis Mayilyan, si è detto “aperto al dialogo con l’Azerbaigian” ma “deplora che Bakou blocchi continuamente il processo di negoziazione”. Mayilyan ricorda anche la “necessità di un riconoscimento internazionale”.

Uno stato alla disperata ricerca di riconoscimento internazionale…

Secondo il diritto pubblico internazionale in vigore, e in particolare la dichiarazione di Montevideo del 26 dicembre 1993, uno stato si definisce per l’esistenza di tre criteri indissociabili: una popolazione permanente, un governo proprio che ha il potere di condurre delle relazioni formali “con altre entità simili” e un territorio delimitato e riconosciuto. L’Artsakh dispone di – quasi – tutti i criteri: un presidente, Bako Sahakian, un governo, un Parlamento, una popolazione – al 95% armena – che si identifica col territorio nel quale risiede, di cui Stepanakert è la capitale. Lo Stato ha attuato delle politiche sociali per popolare questo territorio. “Se una famiglia ha due bambini, lo stato le costruisce una casa. Per 4 bambini, riceve 2000$ in più. Infine, per 6 bambini e oltre, la famiglia riceverà una macchina.”, spiega un membro del governo.

All’Arthsakh manca soltanto il riconoscimento internazionale. In questo ambito, la piccola Repubblica fa dei progressi. Anche se per il momento non è ancora stata riconosciuta da nessuno stato membro delle Nazioni Unite, si è creata, in compenso, dei gruppi di amicizia con delle città francesi e belghe. Una cooperazione decentralizzata che si applica anche su grande scala. Ad esempio, 8 Stati americani tra cui la California e recentemente il Michigan hanno riconosciuto l’Artsakh. Masis Mayilyan conferma che “[la sua] politica consiste nel creare dei legami con delle città e degli Stati”. Si è detto “aperto al mondo, e pronto alla cooperazione con l’UE” in particolare. Alla domanda riguardante l’eventualità del riconoscimento da parte di uno Stato, ha risposto “che c’erano delle grandi possibilità in un prossimo futuro.

…Di un’importanza geo-strategica non trascurabile

È sorprendente vedere l’Azerbaigian attaccarsi ad ogni costo a un territorio montagnoso, enclave e in cui “ ci risiedono 0 azeri” , afferma Mélikyan. Secondo Aleksey Vesyoliv, giornalista a Eunetwork, l’Artsakh dispone di un po’ di terre arabili, di risorse d’acqua ma soprattutto di “risorse potenziali di oro, gas e petrolio”. Vesyoliv aggiunge che “l’Alto Karabakh non sa come sfruttarle per il momento.”

Su più vasta scala, un conflitto nell’Alto Karabakh potrebbe compromettere il transito del gas e del petrolio che provengono dal Mar Caspio fino in Turchia. Secondo Theodoras Tsakiris, professore di economia e geopolitica all’Università di Cipro, “questi gasdotti sono cruciali per l’Azerbaigian, la Turchia e in misura minore per l’Europa e l’economia mondiale.” La reticenza a riconoscere l’Artsakh può anche essere considerata da questo punto di vista: non bisogna irritare un partner – l’Azerbaigian – la cui importazione di petrolio verso l’UE è quadruplicata tra il 2005 e il 2015 a seguito delle sanzioni adottate contro la Russia (ma non solo).

“Riunificazione!”

Più sorprendente è il non riconoscimento dell’Alto Karabakh da parte dall’Armenia. Secondo Isabelle Abgaryan, membro dell’ONG armena “Noi e il nostro Paese”, “l’Armenia non riconosce l’Artsakh per non passare per l’aggressore contro l’Azerbaigian. Per contro, non esiterà a farlo se Bakou viola di nuovo gli accordi di Minsk.”

D’altronde, questa prossimità tra le due parti si è confermata durante la celebrazione dei 30 anni del movimento di liberazione dell’Alto Karabakh, con la folla che scandiva “Miasin” – riuniti – [con l’Armenia]. Il presidente Bako Sahakian ha del resto ribadito che “l’Artsakh non può immaginare uno sviluppo senza l’Armenia.”

Un alleato essenziale visto quanto il conflitto tra Erevan e Bakou è paralizzato e non troverà né soluzioni politiche né militari a breve termine: “Pace impossibile, guerra improbabile”, per riprendere l’espressione di Raymond Aaron. Un sentimento confermato dalle recenti dichiarazioni del presidente azero, Ilham Aliyev, che ha da poco dichiarato che “dalla [loro] parte, la guerra non è finita”. Parole a cui Bakou ha risposto, durante il discorso tenuto per i 30 anni di celebrazione del movimento di liberazione, che “l’Artsakh è pronto per la pace ma anche per la guerra.

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