La rotta delle Canarie: la politica migratoria europea in discussione

Tradotto da Letizia Garlatti, riletto da Lorena Papini

Al largo delle coste nord-occidentali del continente africano, le Canarie sono diventate terra d’accoglienza dei migranti dalla fine dell’estate del 2020. Al momento della chiusura del Distretto di Gibilterra, la nuova rotta migratoria catalizza i dibattiti sulla gestione europea da mettere in atto in tempo di crisi sanitaria. In discussione, la riforma del patto sulla migrazione e l’asilo presentata dalla Commissione europea lo scorso settembre.

“Non trasformeremo le Canarie in una nuova Lesbo”, sono i termini in cui si esprime il ministro degli Interni spagnolo, Fernando Grande-Malarska, lunedí 16 novembre su Antena 3. In pochi mesi, i flussi sono aumentati in modo tale che le isole soffrono la loro maggiore crisi migratoria dal 2016. La Spagna urge l’Unione Europea a venirle in aiuto, in virtú del principio di solidarietá.

Un boom migratorio

Negli ultimi mesi, l’arcipelago osserva lo sbarco illegale di migliaia di migranti in arrivo dalle coste africane. Oltre 18000 sarebbero, infatti, arrivati via mare sul suolo spagnolo, cioé dieci volte più che in tutto il 2019. Questa recrudescenza dei flussi atlantici é un fenomeno collegato alla chiusura delle rotte mediterranee. Tre Paesi – Marocco, Libia e Turchia – hanno concluso un accordo con l’Unione Europea (UE). L’aumento dei controlli, la chiusura dei porti andalusi e il raddoppio della sorveglianza ai confini hanno avuto come effetto l’ostilità del bacino mediterraneo.

Tuttavia, ancora più pericoloso è il mare agitato che i migranti devono affrontare per giungere al porto di Arguineguín. Sovraccarico di passeggeri, venti contrari e raffiche, tale è il destino di coloro che si arrischiano. Cinquecento migranti vi avrebbero perduto la vita. Fuggire dalle violenze del Sahel, l’estrema povertà ravvivata dalla pandemia di Covid-19… i motivi sono numerosi. Queste migrazioni irregolari mettono alla prova la politica migratoria europea, già oggetto di dubbio.

Una politica migratoria europea ridefinita

In seguito all’incendio del campo d’accoglienza più vasto in Europa a Moria, sull’isola di Lesbo, avviene in settembre la presentazione di riforma di un patto in vigore dal 2008: il patto sulla migrazione e l’asilo. Agli obiettivi di razionalizzazione della politica migratoria risponde il principio di solidarietà fra gli Stati membri. Mentre con la Convenzione di Dublino la responsabilità del richiedente asilo incombeva sul suo primo territorio d’accoglienza, la nuova proposta preferisce una specializzazione per Paesi. Questa si basa su un principio di solidarietà tra i membri dell’UE. Viene così abbandonata la possibilità di percentuali da rispettare dalle nazioni. Il progetto si basa sulla scelta dei Paesi a prestarsi a territorio d’accoglienza oppure fare da sponsor finanziario d’accoglienza e/o di ritorno dei migranti in situazione irregolare verso la loro terra natale.

Oltre alla necessità per l’Europa di razionalizzare i flussi migratori, la Commissione ha anche spinto per una protezione rafforzata dei migranti. Con un sistema di pre-entrata nell’UE, la Commissione punta su un’accelerazione e un’estensione delle procedure. L’obiettivo è deliberare a monte dell’eligibilità dei migranti al diritto d’asilo. Nello stesso programma, la protezione dei confini per evitare i push back e la decriminalizzazione dei salvataggi in mare.
Tali misure, però, presentano dei difetti. Deliberare in cinque giorni su domande la cui valutazione solitamente richiede diversi mesi sembra difficilmente realizzabile. Allo stesso modo, definire quale Paese avrà l’incarico del finanziamento e quale altro avrà l’incarico dell’accoglienza promette dibattiti accesi.

I difetti europei

Al momento, sembra che Madrid tenga a bada la portata di questi arrivi di massa senza sostegno concreto dagli Stati membri. A fine novembre, il ministro degli Interni e il capo della politica estera spagnoli si sono rispettivamente recati in Marocco e in Senegal per dissuadere le eventuali partenze ed avviare il processo di rimpatrio. Se la “politica del ritorno” è sostenuta dalla Commissione europea, favorevole al rinvio di coloro la cui protezione internazionale non sia giustificata, di fatto, il principio di solidarietà del patto è poco effettivo.

Il 26 novembre, una lettera firmata da Spagna, Malta, Grecia e Italia è stata inviata ai leader dell’UE: Charles Michel (Consiglio europeo) ed Ursula von der Leyen (Commissione europea). Tali nazioni hanno rilevato la difficoltà di applicazione del nuovo meccanismo di solidarietà, che definiscono “complesso e vago”. Per quanto riguarda il segretario di Stato francese agli affari europei, Clément Beaune, egli ha manifestato la volontà di rafforzare questa solidarietà offrendo appoggio alla Spagna per i rimpatri. Tuttavia, di fatto, che cosa succederà? Il Patto sulla migrazione e l’asilo deve ancora essere presentato al Consiglio dell’Unione Europea prima di essere messo al voto. Presentato come un compromesso, questo lascia agli Stati membri la possibilità di accogliere o meno dei migranti. Eppure, alcune delle sue misure di applicazione restano ancora vaghe e l’esempio delle Canarie è significativo. Tra dimostrare la propria solidarietà e impegnare la propria responsabilità nella politica migratoria europea, là sembra nascondersi la lacuna del patto. Soltanto l’adozione di un tale accordo rivelerà se il principio di solidarietà possa rimediare alla mancanza di obbligo nella politica migratoria europea.

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