L’altro volto del fact checking

TRADOTTO DA BENEDETTA MARIA CAIAZZO E CORRETTO DA VALENTINA NIEDDU

La pratica del fact checking – verifica dei fatti – è un nuovo strumento usato dai media che permette di combattere la diffusione delle dicerie e della disinformazione. Dopo l’invenzione di Internet, la velocità e la quantità di informazioni sono aumentate considerabilmente, così come la loro diffusione, che ha numeri altissimi. Divulgare informazioni false non è mai stato così facile. Lo scopo della verifica dei fatti è, dunque, quello porre un freno a tutto questo… ma non solo.

La genesi del fact checking

Il fact checking è apparso durante gli anni 2000 negli Stati Uniti, mentre in Francia è presente dalla fine dello stesso decennio. Uno dei pionieri dell’Esagono fu il giornale Libération con la piattaforma Désintox, nel 2008. Un anno dopo, il giornale Le Monde utilizzerà lo stesso strumento nella sua rubrica les Décodeurs.

I media sembrano essersi abilmente adattati a questa nuova modalità di circolazione delle informazioni. Le rubriche del fact checking prosperano e sono diventate una necessità, visto il moltiplicarsi delle fake news (informazioni false), le quali possono avere anche conseguenze reali.

Non si tratta delle informazioni volontariamente scritte da celebri giornali di parodia – il Gorafi, Lercio (N.d.T.) – che rischiano di concorrere con i grandi gruppi di stampa scritta o televisiva. Il fact checking permette ai media di correggere le cifre e le informazioni fornite da “un esperto” o, ad esempio, da una personalità politica.

Per i mezzi di informazione, la verifica delle fonti può servire a riconquistare quote di audience restituendo credibilità al giornalismo, il quale soffre di una crisi di legittimità senza precedenti.

Effetti collaterali

La verifica delle fonti è una pratica sempre più radicata nelle modalità operative della stampa. Secondo ACRIMED, un osservatorio media, l’attuale pratica del fact checking ha i suoi limiti: non insegna molto di nuovo. La focalizzazione sul “fatto”, talvolta, occulta la base del dibattito. Concentrarsi sugli artefatti dell’informazione, piuttosto che sulle idee, elude l’informazione.

Tra le critiche più aspre alla nuova pratica del fact checking, troviamo Frédéric Lordon, il cui blog è associato al giornale Le Monde Diplomatique. Secondo le sue parole, la verifica dei fatti è una “frenesia […] ai più alti livelli di rappresentanza del giornalismo post-politico […] nel quale non c’è più nulla da discutere, tranne le finte verità”. E aggiunge che “avendo da tempo dimenticato a pensare, ogni tentativo di pensare ancora […] sul modello della filosofia del fact checking […] è di una nullità sconfortante, […] è la zattera della Medusa per un giornalismo in pericolo”.

L’era della post verità

Che si tratti di Désintox (Le Monde et Arte), Le vrai du fake (Francinfo), la scelta delle parole suggerisce la superiorità deontologica e professionale dei principali media di informazione. Un’analisi dettagliata mostrerebbe sicuramente che esiste un abuso nella verifica dei fatti. Un’informazione indugiata, al di fuori del suo contesto può portare alla perdita delle vere questioni al centro del dibattito. Gli attori dominanti del campo mediatico si rivendicano come i soli garanti della disintossicazione, della decodifica e della verità. In cambio, presentano l’informazione sotto forma dicotomica e manichea di “vero o falso?”, “informazione o condizionamento?”.

Di fronte alla velocità di diffusione e alla crescente quantità di informazioni, alcuni affermano che il fact checking si inscrive nell’era della “post-verità”.

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