L’attacco al Campidoglio, al cuore della storia americana

Tradotto da Letizia Garlatti, riletto da Lorena Papini

La cronaca di Recherches internationales

Ricordiamo brevemente i fatti che riguardano gli avvenimenti del 6 gennaio 2021 nella capitale degli Stati Uniti: una folla di rivoltosi di estrema destra, aizzata da Trump, presidente ancora in ruolo, é riuscita a penetrare all’interno del Campidoglio, dove si riuniscono le due camere del Congresso. I sovversivi volevano impedire al vicepresidente Mike Pence di svolgere la sessione di conferma dei risultati dell’elezione di novembre 2020, vinta senz’ombra di dubbio da Biden, il candidato democratico. Abbiamo potuto vedere le immagini che mostrano poliziotti sopraffatti e rivoltosi, praticamente tutti bianchi, che si scattano foto in diversi uffici, tra i quali quello di Nancy Pelosi, la dirigente democratica, presidente della Camera dei Rappresentanti. Cinque persone hanno perso la vita, tra le quali una donna, Ashli Babbitt, complottista, sostenitrice di Trump estremista , ex soldatessa ed anche ex elettrice di Obama. Alla fine, la polizia ha ripreso il controllo del Campidoglio e il voto certificante la vittoria di Biden ha potuto svolgersi durante la notte.

Lo schock e l’emozione hanno ovviamente avuto un forte impatto sia sui cittadini americani che sui telespettatori da tutto il mondo, molti dei quali hanno seguito l’assalto in diretta. Il “tempio della democrazia americana”, secondo l’espressione ripetuta in continuazione nei media, é stato attaccato da una banda di complottisti del movimento Qanon, vivamente incoraggiato da un presidente fuori norma e fuori controllo; Trump non aveva ancora riconosciuto la propria sconfitta e non aveva alcuna intenzione di farlo. Si trattava, quindi, di un serissimo attacco alle istituzioni democratiche e, indipendentemente dalle critiche che si possano indirizzare alla democrazia americana, la gravitá di questo tipo di evento é incontestabile.

É necessario porsi delle domande sull’incredibile incapacitá della polizia. La forza incaricata di difendere il Congresso conta 2300 individui e la manifestazione trumpista era stata annunciata da molto tempo. La Guardia Nazionale non é stata chiamata in rinforzo. Alcune immagini mostrano manifestanti che si scattano selfie con dei poliziotti, suggerendo una prossimitá almeno ideologica. Il capo della polizia del Campidoglio ha dato le dimissioni ed é stata avviata un’inchiesta, ma sembra chiaro che gli assalitori siano potuti entrare nel parlamento solo grazie all’incapacitá della polizia. Un gran numero di osservatori ha notato che la polizia reprime in modo ben piú violento le manifestazioni Black Lives Matter. Perció, bisogna analizzare sia la natura dell’assalto, sia ció che ha reso possibile l’invasione del Campidoglio.

Sia il vicepresidente che il capo della maggioranza repubblicana al Senato, McConnell, hanno preso le distanze da Trump, nonostante siano entrambi militanti di estrema destra e, fino ad allora, in linea con il presidente. La classe dirigente ha abbandonato Trump, che l’aveva ben rappresentata fino a quel momento.

Durante l’assalto suggerito dal presidente in persona e in seguito, é scoppiata una battaglia semantica sui media e tra i responsabili politici americani. Bisognava parlare di colpo di Stato, di putsch, di tentativo di colpo di Stato o di putcsh, d’insurrezione, di rivolta, di manifestazione finita male? In Francia, si é spesso fatto il parallelo con la giornata del 6 febbraio 1934, quando delle leghe fasciste o di estrema destra avevano tentato, senza successo, di penetrare nel Palais Bourbon; ma questo paragone pone dei problemi, in quanto la polizia non era stata sopraffatta e gli assalitori non erano stati incitati dal rappresentante supremo al potere.

Questa battaglia semantica é importante, perché determina le conseguenti azioni politiche. I Democratici hanno avviato una seconda procedura di destituizione di Trump per incitamento all’insurrezione. In una trasmissione su France Culture, lo storico Romain Huret, ha spiegato di non voler usare l’espressione di “colpo di Stato” per rispetto delle vittime dei veri colpi di Stato. Infatti, i putsch o colpi di Stato implicano un ricorso a forze armate, mentre nel caso del 6 gennaio, le forze armate non affiancavano gli assalitori e l’ordine é stato ristabilito appunto da forze di polizia. Essere precisi nella terminologia non porta a minimizzare la gravitá di un’insurrezione. I colpi di Stato come quelli del 1973 in Cile o del 1967 in Grecia, che gli Stati Uniti avevano aiutato a fomentare, hanno avuto conseguenze ancora piú gravi, in quanto l’esercito é rimasto al potere ed ha imposto una dittatura militare. I tentativi di colpi di Stato come quelli del 1981 in Spagna o del 2016 in Turchia sono anche determinati da una parte delle forze armate. In un altro testo pubblicato sulla piattaforma AOC “La mano destra del diavolo: guerre, milizie e alt-right negli Stati Uniti”, Romain Huret ritraccia efficacemente la storia dei fattori che favoriscono questo genere di rivolte. Il titolo deriva da una canzone di Steve Earle che denuncia il pericolo delle armi da fuoco. Per lui, l’essenziale é “l’emergenza e il rafforzamento della nebulosa miliziana e paramilitare sono innanzitutto il risultato dello Stato di guerra permanente dal Vietnam”. Pochi commentatori mediatici e nessun deputato democratico hanno, che io sappia, fatto un collegamento tra guerre esterne, presenza delle armi da fuoco nel Paese, milizie di estrema destra e brutalitá degli assalitori, tra i quali figuravano ex soldati.

Una senatrice, Susan Collins, ha dichiarato che durante l’attacco al Campidoglio ha pensato che gli “Iraniani” ne fossero i responsabili, mentre Nancy Pelosi vi vedeva lo zampino di Putin. Proprio mentre la democrazia americana é minacciata dall’interno da milizie istigate dal presidente, la tentazione di cercare il nemico all’esterno é dominante fra alcuni Democratici che vogliono, quindi, “proteggere la loro democrazia” guardando al di fuori della storia nazionale. Lo storico americano Eric Foner, invece, identifica giustamente le caratteristiche di questa insurrezione in un articolo pubblicato da The Nation, “The Capitol Riot Reveals the Dangers From the Enemy Within”. Egli ritraccia la storia delle insurrezioni razziste e le numerose mancanze della democrazia americana nel corso della Storia.

Questi due storici permettono di eliminare la tentazione di spiegare l’attacco al di fuori di una storia propriamente americana ma anche di sottolineare, come dice Huret: (che) “rendendo responsabile il solo Donald Trump dell’occupazione del Campidoglio, gli Stati Uniti ne dimenticano l’essenziale”, cioé questa storia di milizie che egli presenta. L’attacco dai tratti putsch del 6 gennaio 2021 é grave e preoccupante, soprattutto per il fatto dell’implicazione del presidente, la cui retorica é spesso incendiaria, se non genocidiaria, ma anche questa é, come Trump stesso, un sintomo di una malattia piú grave della societá americana. Una malattia che Martin Luther King aveva identificato nel discorso di Riverside Church nel 1967, come “la titanica tripletta di razzismo, materialismo estremo e militarismo”, incarnati da Trump stesso piú di cinquant’anni dopo.

Non si puó evitare la questione sociologica del terreno fertile del complottismo e delle milizie armate di estrema destra che sono ovviamente un grave pericolo per la democrazia. La rivoltosa uccisa dalla polizia nominata sopra aveva prima votato per Obama, poi si era unita a un movimento razzista e ai ranghi dei sostenitori di Trump. Il suo percorso illustra la cultura dello sconforto che puó condurre ad un complottismo golpista ma che potrebbe anche sfociare nella contestazione di sinistra. Per lottare contro gli insurrezionisti, bisogna sia adottare misure contro la crisi sociale aggravata dalla pandemia, sia porre fine alle guerre senza fine e fare abbassare il numero di armi in circolazione negli Stati Uniti. Ció va ben oltre alla destituzione di un presidente irresponsabile che gioca con l’estremismo. Nell’apparato del partito democratico, non si trovano leader all’altezza di Martin Luther King, anche se evocano la sua memoria in modo opportunista.

Pierre Guerlain, Professore di civiltà americana, Université Paris Nanterre

Photo de @simonfitall

Questa cronaca è realizzata in partenariato redazionale con la rivista Recherches internationales, alla quale collaborano numerosi universitari e ricercatori, che ha come argomento d’analisi le grandi questioni del mondo moderno, i problemi della mondializzazione, le lotte di solidarietà che si annodano e sembrano sempre più indissociabili dagli eventi di ogni Paese.

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