Sameblod. Crédits : Sophia Olsson NORDISK FILMS

I Sami, popolo indigeno d’Europa alla ricerca della sua identità

Tradotto da Elisabetta Leonardi, riletto da Lorena Papini

I Sami popolano l’Europa del Nord da migliaia di anni, ma la loro storia è spesso poco conosciuta. Amanda Kernell, registra e sceneggiatrice svedese, ha deciso di dare loro voce e ripercorrere la loro storia nel suo film Sameblod (Sami Blood), uscito nel 2016 e vincitore dell’undicesimo premio Lux del Parlamento europeo nel 2017.

Chi sono i Sami?

I Sami sono il popolo indigeno del Nord Europa. Vivono in quattro paesi: Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia. Secondo il centro informazioni sami di Östersund, in Svezia, sono tra i 40.000 e i 50.000 in Norvegia, tra i 20.000 e i 35.000 in Svezia, tra i 5.000 e i 6.500 in Finlandia e circa 2.000 nella penisola di Kola in Russia.

Sami davanti a due tende lavvu (tipis), 1900-1920, Norvegia-Svezia. Photographie de Granbergs Nya Aktiebolag.

Coloro che abitavano la Scandinavia settentrionale 9.000 anni fa erano i diretti antenati dei Sami. Le prime fonti scritte che parlano dei Sami risalgono al 98 a.C. Li descrivono come un popolo di cacciatori. Infatti, i Sami praticavano uno stile di vita nomade. Sopravvivevano principalmente grazie alla caccia, alla pesca e all’allevamento delle renne. Quest’ultima rappresenta un’attività commerciale importante per i Sami, oltre che una tradizione.

L’artigianato, chiamato duodji, permetteva loro di fabbricare i propri strumenti e vestiti. Vivevano in comunità chiamate sjiddas, composte da tre o quattro famiglie le cui attività erano comuni e guidate dalla solidarietà. La caccia e la pesca si praticavano quindi comunitariamente su un territorio ben definito.

Anche la spiritualità aveva un posto importante nella loro vita quotidiana e rafforzava il loro legame con la natura. Per i Sami, il mondo è diviso in tre: il mondo celeste, il mondo reale e il mondo dei morti. Il sole era una dea primordiale e il divino permeava molti elementi della natura come il vento, la luna e il tuono, o alcuni animali, come l’orso. La comunità spirituale era organizzata intorno allo sciamano, che era al tempo stesso un profeta, un medico e un intermediario tra il mondo reale, quello degli dei e quello dei morti. Egli penetrava nei diversi mondi attraverso la trance, battendo il tamburo e praticando lo yoiking. Lo yoiking è considerato la forma musicale più antica d’Europa. Sono canti che permettono di celebrare la memoria di luoghi, eventi e persone, o di esprimere emozioni.

I Sami hanno anche una loro lingua, diversa a seconda della regione in cui vivono: il Sami dell’Est, il Sami del Centro e il Sami del Sud. Nove dialetti a loro volta compongono queste tre lingue. Un’immagine fedele di questo popolo e della sua cultura è difficile da fornire in quanto quest’ultima è ricca e molteplice. Lingua, artigianato e tradizioni variano da territorio a territorio.

L’inizio della colonizzazione e delle politiche di assimilazione

 

Il film di Amanda Kernell, Sameblod (2016), rappresenta la discriminazione, il razzismo e la denigrazione che il popolo Sami ha dovuto affrontare. Si svolge negli anni ’30 in Svezia.

Ma il razzismo degli anni ’30 fu il risultato di un processo di colonizzazione in atto da tempo. Già nel Medioevo i regni del nord avevano cominciato ad interessarsi ai territori Sami e alle loro risorse, poiché queste terre non appartenevano ad alcuno stato. La loro conquista iniziò con l’evangelizzazione dei Sami a partire dall’undicesimo secolo, facendo scomparire così l’intero spettro della spiritualità sami. In Svezia, lo Stato impose la conversione al cristianesimo nel XVII secolo. Tra le altre cose, proibì lo yoiking e il possesso di tamburi, che spesso furono confiscati e bruciati.

Per affermare la propria sovranità sui territori Sami, il Regno di Svezia impose loro inoltre una tassazione. Ciò andò di pari passo con la scomparsa dei sjiddas, poiché il sistema amministrativo svedese incorporò gradualmente i Sami.

In Svezia, il Proclama Lappmark del 1673 ha fornito un quadro legislativo per la colonizzazione dei territori Sami. Offriva grandi vantaggi ai coloni che si fossero installati al nord, come un’esenzione fiscale di 15 anni. Tuttavia, questa dichiarazione richiedeva che i coloni si stabilissero solo in terre inutilizzate. Nel 1695, lo Stato rinnovò la dichiarazione. Essa ingiungeva ai coloni di sgomberare le terre coltivabili senza però abusare di disboscamenti. Ma i coloni violarono ripetutamente le clausole e cacciarono i Sami dalle loro terre.

Allevatori di renne Sami, 1905.
Crédits : Frank Hellsten

Fu nel XIX secolo che si verificò una vera e propria svolta per i Sami. La colonizzazione aumentò notevolmente e i conflitti con essa, cancellando completamente la fragile protezione offerta dallo Stato ai coloni. Inoltre, il XIX secolo è stato il terreno di coltura del movimento pan-scandinavo, che diffondeva l’idea dei legami comuni tra i paesi nordici e soprattutto della loro unità linguistica e culturale. Questo movimento ha contribuito notevolmente allo sviluppo del mito dell’omogeneità etnica scandinava. Di fatto, i Sami erano considerati inferiori e arretrati e gli Stati si assunsero la responsabilità di civilizzarli. La chiave fu l’assimilazione di questi popoli alla lingua, alla cultura, ai valori e alla religione “scandinava”.
Questo mito di presunta omogeneità nazionale e sovranazionale era tanto più risonante in quanto i paesi nordici sono rimasti terra di emigrazione fino agli anni Trenta del secolo scorso.

 

Uno Stato distruttore e razzista: tra desiderio d’emancipazione e perdita d’identità

Nel suo film, Amanda Kernell sottolinea con precisione le politiche di assimilazione messe in atto nel XIX secolo. Esse esistono ancora nel momento in cui il film è ambientato, gli anni ’30. Per tutta la durata del film, seguiamo Elle-Marja durante la sua giovinezza in collegio in Svezia. Elle-Marja ha 14 anni e vive con la sorella Njenna, la madre e i nonni in Lapponia svedese. Sono Sami e vivono di allevamento di renne. Ma la loro madre è costretta a mandarle in collegio, come richiede lo stato svedese.

Il collegio accoglie solo ragazze che hanno l’obbligo di imparare lo svedese. Nel ventesimo secolo e fino agli anni Sessanta, lo Stato svedese ha infatti istituito scuole per l’educazione del solo popolo Sami. Si chiamano scuole lavvu, ed educano i Sami a diventare buoni cittadini svedesi. L’obiettivo non era quello di farli vivere con gli svedesi, ma di lasciarli alla loro vita nomade. Imparavano solamente a scrivere e a leggere in svedese.

 

Elle-Marja & Njenna in collegio, Sameblod, 2016.
Crédits : Sophia Olsson
NORDISK FILMS

È qui che Elle-Marja e Njenna affronteranno la discriminazione e il razzismo, all’interno del loro stesso paese. Una scena impressionante mostra come lo Stato denigra i Sami. Molte persone provenienti da Uppsala, 70 km a nord di Stoccolma, arrivano a visitare il collegio. Ma in realtà, vengono a prendere le misure e osservare i bambini. Toccano i loro capelli, esaminano i loro abiti tradizionali, misurano i loro crani, i loro nasi. Confrontano la loro pelle e li costringono a spogliarsi per fotografare il loro corpo.

 

Elle-Marja, Sameblod, 2016.
Crédits : Sophia Olsson
NORDISK FILMS

Purtroppo la discriminazione non si ferma all’interno del collegio. La gente dei dintorni fissa le due ragazze, le chiama “sporche lapponi” e le accusa di puzzare. L’abuso verbale a volte arriva alla violenza fisica. A Elle-Marja, mentre cerca di difendersi da questi insulti, viene inciso l’orecchio da un gruppo di giovani adolescenti, proprio come fanno i Sami per marcare le renne.

Elle-Marja sogna un futuro diverso. Vorrebbe diventare professoressa e studiare a Uppsala, dove si trova la più antica e prestigiosa università scandinava. Ma la preside del collegio si rifiuta di scriverle la lettera di raccomandazione che le permetterebbe di accedere alla scuola. Secondo lei, infatti, non ha le stesse capacità dei bambini svedesi, la sua gente non è adatta a sopravvivere in città e il loro cervello è troppo diverso da quello degli svedesi. Dice che il suo popolo deve invece rimanere in Lapponia, o scomparirà.

Questa scena rivela la categorizzazione di cui sono vittima dei sami. Essa nasce dalla prima legge sul pascolo delle renne del 1886, il First Reindeer Grazing Act. Questa legge stabilisce che l’allevamento delle renne è intrinseco all’identità Sami. Così la legislazione svedese ha imposto un’identità Sami omogenea, separando fondamentalmente gli svedesi dai Sami, che sono considerati capaci solo di allevare renne e quindi inferiori. I “veri” Sami sono coloro che praticano uno stile di vita nomade corrispondente all’allevamento delle renne. Gli altri Sami sono completamente invisibili agli occhi dello Stato e non hanno alcun riconoscimento o diritti. Eppure questa definizione arbitraria del Sami non dà più diritti a chi si adatta allo stampo, e li condanna anzi a uno stile di vita molto specifico che non deve invadere quello degli svedesi.

Questo confronto finale con la direttrice convince Elle-Marja a rinunciare alla sua identità e persino a rinnegarla e odiarla. Capisce che deve staccarsi da chi è per perseguire la vita a cui aspira. Decide di andare da sola a Uppsala e abbandona la sorella. Durante il tragitto brucia il suo costume tradizionale per vestirsi con abiti nuovi. Questo gesto segna una prima rottura con la sua cultura e la sua identità.

A Uppsala, riesce ad entrare all’università ma sotto un nuovo nome: Christina Lajler. Tuttavia, deve pagare una tassa di iscrizione che non può fornire. È quindi costretta a tornare dalla sua famiglia per chiedere soldi alla madre. Ma si trova di fronte alla loro incomprensione: perché ha cambiato nome per andare all’università? Perché vuole lasciare la famiglia?
Elle-Marja decide di vendere le renne che ha ereditato da suo padre e la sua cintura d’argento. All’inizio sua madre si rifiuta di dargliela, ma alla fine si arrende. Quando la madre gliela consegna, Elle-Marja segna una rottura totale con la sua famiglia e con una parte di sé.

 

Elle-Marja di ritorno alla famiglia, Sameblod, 2016.
Crédits : Sophia Olsson
NORDISK FILMS

Il film non mostra il suo ritorno a Uppsala o la continuazione dei suoi studi. Possiamo immaginare che sia riuscita a diventare insegnante, a costo di rinunciare alla sua identità e alla sua gente. Questo è ciò che mostra la scena d’apertura del film: ormai vecchia, la protagonista va al funerale della sorella con suo figlio. In macchina si rifiuta di ascoltare la musica sami, e al funerale ignora il resto della sua famiglia, segno che non ha mai riallacciato i rapporti con la sorella. Denigra persino apertamente il suo popolo: “Rubano, mentono”, dice.

Eppure alla fine del film, dopo aver ricordato le sue esperienze al collegio, sembra aver fatto pace con se stessa. Si è riallacciata con la sua identità e finisce per riunirsi alla sua famiglia per la marcatura delle giovani renne.

Una lunga strada per il riconoscimento

Il film di Amanda Kernell non è congelato nel tempo. Descrive un processo politico di esclusione, essenzialismo e confinamento che lascia il segno sugli individui e sulle società, perpetuandosi nel tempo. È facile intuire dai diversi periodi della narrazione che le ferite della politica dello Stato svedese nei confronti dei Sami sono ancora molto vive.

Infatti, nonostante i suoi sviluppi, la situazione dei Sami è oggi vittima di un atteggiamento di attendismo politico. I rapporti dei paesi scandinavi con il popolo Sami variano da paese a paese. Tuttavia, l’innesco per il riconoscimento delle minoranze si concilia con la nuova immigrazione. Nel 1945 i paesi nordici divennero terre d’immigrazione. Soprattutto la Svezia, perché era stato un paese neutrale durante la seconda guerra mondiale, con una grande offerta di lavoro. Così, i paesi scandinavi si sono resi conto dell’importanza di dare un posto al popolo Sami quando altre minoranze hanno iniziato a popolare i loro territori.

Purtroppo non è stato così semplice. Nel secondo dopoguerra, caratterizzato dalla democrazia, dal progresso e dai balzi in avanti della tecnologia, i Sami sono stati visti come un ostacolo al progresso nella loro pratica di allevamento delle renne. Tutto ciò è andato di pari passo con la distruzione dei terreni di caccia e dei pascoli delle renne. I Sami dovevano quindi essere espressamente assimilati alla popolazione per poter entrare il più rapidamente possibile nella macchina produttiva.

Il reale miglioramento dei diritti e del riconoscimento dei Sami da parte della Svezia si aggancia all’emergere di un dibattito e di una legislazione sui popoli indigeni e sulle minoranze sulla scena internazionale. Nel 1966, il Patto internazionale sui diritti civili e politici ha sancito il diritto di ogni individuo all’autodeterminazione individuale, politica, economica, sociale e culturale. Ma è l’articolo 27 che stabilisce davvero la condizione delle popolazioni indigene: riconosce che le persone appartenenti a minoranze di qualsiasi tipo dovrebbero poter esercitare liberamente il loro diritto di praticare la loro lingua, cultura o religione.

Così, nel 1977, la Svezia ha finalmente riconosciuto i Sami come popolo indigeno e minoranza etnica. Tuttavia, definisce la loro cultura come omogenea e i diritti dei Sami riguardano solo la protezione di tale cultura: le politiche svedesi li definiscono nel quadro molto ristretto dell’allevamento delle renne. Lo Stato esclude ancora coloro che non lo praticano da alcuni diritti e li priva dell’identificazione con una cultura Sami.

Il Sami Parliament Act del 1992 ha effettivamente liberato il Sami dalla camicia di forza imposta dallo Stato svedese. Afferma che l’appartenenza a un’identità Sami non è più correlata con l’allevamento delle renne. Ora è un misto di patrimonio culturale, lingua, religione, valori e tradizioni. Successivamente, il parlamento svedese Sami è stato istituito nel 1993 a Östersund. Esso fornisce al popolo Sami uno strumento amministrativo e di rivendicazione, ed è sia un parlamento di funzionari eletti che un’organizzazione municipale. Il suo compito principale è quello di perpetuare e proteggere la cultura Sami. È quindi responsabile della supervisione dell’allevamento delle renne, della distribuzione dei fondi della Fondazione Sami per la loro cultura e dell’avvio di progetti riguardanti la lingua Sami. Si assicura inoltre che gli interessi dei Sami siano rispettati per quanto riguarda l’uso dell’acqua e della terra.

E oggi?

La considerazione, il riconoscimento dei diritti e dell’autonomia del popolo Sami di Svezia è stato un lungo percorso, minato dal razzismo e dalla discriminazione. Ma il cammino è ancora pieno di insidie. Nel 2000, la Svezia ha riconosciuto ufficialmente la loro lingua e hanno ottenuto una vetrina in dei programmi su diversi media e cinque scuole Sami. Tuttavia, il loro potere politico è molto limitato o addirittura nullo. Il Parlamento Sami non ha una reale influenza politica. Non ha alcun potere di veto sulle decisioni amministrative, non può avviare una legislazione e non ha alcun potere fiscale. E’ solo un organo consultivo. Inoltre, i fondi per le attività e le organizzazioni culturali Sami dipendono dallo Stato svedese. Infine, i Sami non hanno ancora rappresentanti politici nel Parlamento svedese.

L’eterogeneità e la molteplicità dell’identità Sami è ormai riconosciuta, ma i diritti Sami sono ancora minimi. Ne è prova il fatto che la Svezia non ha ratificato la Convenzione Internazionale dell’Ufficio del Lavoro n.169 sui popoli indigeni e tribali. Questa convenzione, composta da 44 articoli, richiede ai Paesi di riconoscere le culture e le identità dei popoli indigeni e tribali che vi abitano. Fornisce un quadro di riferimento per il diritto di questi popoli alla terra, alla sicurezza sociale, alla salute, alle condizioni di lavoro e di assunzione. Soprattutto, sostiene il diritto di questi popoli alla consultazione e alla partecipazione a qualsiasi livello politico: esecutivo, legislativo, amministrativo.

Così, il film di Amanda Kernell, nata da una madre svedese e un padre di origine Sami, è un’opera fondamentale. Mostra fino a che punto la politica lascia il segno sugli individui e può segnarli per tutta la vita. E’ come un manifesto per non dimenticare, e per svelare una storia poco conosciuta, di cui gli Stati devono addossarsi la responsabilità ancora oggi.

 

Elle-Marja, Sameblod, 2016.
Crédits : Sophia Olsson
NORDISK FILMS

 

 

 

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