Etiopia: in preda al crollo dello Stato?

Tradotto da Valeria Riccardo, riletta da Lorena Papini

Mosaico etnico e religioso, l’Etiopia assiste in questi ultimi giorni alla cristallizzazione delle tensioni sotterranee tra il potere centrale e lo stato autonomo del Tigray. Eredità di questioni comunitarie, questo conflitto intra-statale mette in questione tutto il Corno d’Africa in un momento di proliferazione dello stato e della crescita di forme di radicalismo.

Martedì 4 novembre, il governo etiope di Adiy Ahmed lancia un’operazione militare nella regione dissidente tramite le Forze di difesa etiopi (FDE). Nel giro di qualche giorno, la questione si inasprisce, arrivando ai bombardamenti. Il Tigray rivendica il lancio di razzi sugli aeroporti di Gondar e di Bahir Dar. Amnesty International conta circa 500 morti a Mai-Kadra, città nell’ovest del Tigray.

Il risveglio delle tensioni

Nelle ultime settimane la città di Mekelle, capoluogo del Tigray, è stata scenario di numerosi scontri. Scosse dalle sommosse, si trovano coinvolte le  milizie del partito Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray  (TPLF) e i membri dell’esercito nazionale, che non rispondono più al potere centrale. Il governo di Addis Abeba non ha tardato a rispondere con fermezza, inviando truppe. Per ora, il primo ministro Abiy Ahmed rimane saldamente radicato nelle sue posizioni, e segue le linee direttive annunciate il 10 novembre 2020: l’esercito nazionale non si ritirerà fino al disarmo del TPLF. In una dichiarazione di tre pagine pubblicata sul suo account Twitter, il 22 novembre sono state concesse al TPLF settantadue ore per eseguire quanto stabilito. Trascorso questo tempo, verrà emesso un ordine di aggressione contro Mekelle.

Tali dissensi si introducono sullo sfondo di una messa in discussione della legittimità del potere centrale. Mentre le elezioni legislative sono state sospese ad agosto dal governo a causa della pandemia Covid-19, lo stato autonomo del Tigray ha mantenuto le sue elezioni regionali a settembre. Il TPLF, guidato da Debretsion Gebremichael, capo della regione, ha  ottenuto in quell’occasione una vittoria schiacciante, con oltre il 98% dei voti.

L’egemonia perduta del TPLF

Ritorniamo all’origine delle tensioni. Prima dell’ascesa al potere di Abiy Ahmed nel 2018, il controllo del Paese è nelle mani del TPLF da trent’anni. Dal 1991, una coalizione guidata dal TPLF e del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (EPLF) di Isaias Afewerki, attuale presidente dell’Eritrea, permise lo spodestamento della dittatura comunista del Derg. Da questa vittoria nacque  una costituzione che permise la Secessione all’Eritrea nel 1993 e l’ascesa al potere del TPLF, che si ancora agli organi politici dell’Etiopia. È così che nacque la sua egemonia.

Ma nel 2018, l’ascesa al potere del primo ministro oromo Ahmed spacca in due il Paese. Cosciente della prevalenza del TPLF in molti ruoli chiave, quest’ultimo si attiva per allontanarli, perseguitando alcuni dei suoi membri per corruzione. Il TPLF si nasconde nel Tigray e alimenta le inclinazioni secessioniste costruendosi una legittimità popolare. Per i suoi membri, il governo sta trascurando il sistema federale a favore di un governo unitario. In un Paese di diversità in cui il gruppo etnico maggioritario è ritenuto sovrarappresentato, il sentimento di marginalizzazione si inasprisce.

Un’unità nazionale da costruire?

L’Etiopia, con più di 100 milioni di abitanti, è il secondo paese più popoloso del continente africano. l’importanza demografica si rivela essere un ostacolo in un Paese che arranca nella ricerca di un’unità nazionale. Popolato per il 50% da cristiani ortodossi, per un terzo da musulmani e da qualche tribù animista, l’Etiopia è una terra di varietà religiosa. E lo è altrettanto sul piano etnico. Al nord si trovano popoli che parlano una lingua semitica, i Tigrini e gli Amhara, e al sud, sud-ovest, si trovano popoli di lingua Cushitic, gli Oromo.

Questa diversità contribuisce ai disordini del Paese e all’aumento delle tensioni. Mentre i Tigrini rappresentano solo il 6% della popolazione, gli Oromo ne costituiscono il 35%. I Tigrini si sentono emarginati rispetto a quest’etnia da cui proviene il capo di Stato. Dall’altro lato, gli Amhara e Oromo non si sentono meglio rappresentati. Bisogna ricordare che gli Oromo sono insorti violentemente lo scorso giugno dopo l’arresto di alcuni dei loro oppositori politici. La separazione tra stato e religione nella costituzione e l’organizzazione dell’Etiopia in una federazione di stati autonomi sono stati progettati per ridurre le tensioni. Ma questi dispositivi forse, al contrario, ampliano i divari intercomunitari alimentando sentimenti etno-nazionalisti.

Sfida per l’equilibrio regionale

Tuttavia, le tensioni non minacciano solo una guerra civile all’interno del Paese, ma l’intera regione in una guerra comune. Secondo Antonio Guterres, segreterario generale dell’ONU, “la stabilità dell’Etiopia è importante per tutto il Corno d’Africa.”

La pace con l’Eritrea nel 2018, che ha portato ad Abuy Ahmed il premio Nobel per la pace nel 2019, è lontana dall’aver annichilito le tensioni nella regione. Al contrario, la nuova amicizia tra Isaias Afewerki e Abiy Ahmed suggerisce che una guerra civile etiope prenderebbe una svolta regionale. Prova di ciò sono i razzi lanciati dal TPLF verso Asmara. Questo conflitto potrebbe essere ancor più dannoso a causa della porosità dei confini, che consente il coinvolgimento delle popolazioni dei paesi limitrofi. Elemento significativo in un’area in cui le linee amministrative non rispettano l’insediamento delle comunità. Non sarebbe quindi improbabile osservare, a causa del coinvolgimento comunitario, le popolazioni dei paesi vicini impegnate nella lotta. Il rischio sarebbe considerevole visti i processi di pace in corso in alcune aree già tormentate dall’ascesa dell’islamismo radicale, come la Somalia. Attualmente, quasi 40.000 civili etiopi sono già fuggiti dalla regione per il vicino Sudan.

In un momento di crescita statale, è interessante guardare al caso dell’Etiopia, la cui coerenza nazionale è fortemente messa in discussione. Minacciate dall’improvviso scossone delle autorità tradizionali nel 2018 provocato dalle differenze etniche, queste ultime devono costruire con urgenza l’unità su una base comune, al fine di preservare l’intera regione da una guerra comunitaria.

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