Etiopi costretti all’esilio in Kenya dopo le violenze dell’esercito

TRADOTTO DA VALENTINA NIEDDU E CORRETTO DA SILVIA MONTORSI

Da diverse settimane, a seguito di quello che l’ex governo etiope ha definito come “un errore” dell’esercito, è cominciato un massiccio movimento migratorio della comunità Oromo verso il Kenya. Bisogna ricordare che questo “errore” ha causato la morte di una decina di etiopi della suddetta comunità.

In Etiopia, gli Oromo rappresentano il 35% della popolazione. Si tratta dell’etnia più numerosa del paese, anche se il potere è nelle mani dei Tigrini, un gruppo etnico minoritario (il 6% della popolazione). Fino a poco tempo fa, gli Oromo non avevano accesso al potere in Etiopia, sebbene siano il gruppo più numeroso in questo Stato.

Un conflitto politico e comunitario radicato da tempo

Nel novembre del 2016 cominciano le manifestazioni della comunità Oromo in Etiopia in opposizione al progetto di espansione della capitale Addis-Abeba, nate dal timore che alcuni contadini potessero essere espropriati dei loro terreni ancestrali. Da allora sono state registrate diverse forme di violenza perpetuate dall’esercito contro i manifestanti. Ciò ha fatto seguito a numerose repressioni che si abbattono sulla comunità Oromo da anni in Etiopia. Felix Horne, ricercatore della Human Right Watch, si era così espresso sull’argomento: “ Non viene detto che sono state uccise 140 persone, numero che potrebbe essere di gran lunga superiore, oppure inferiore. Ma quello che è certo è che la repressione continua, e su scala molto più ampia rispetto al passato.”

Violenze dell’esercito a Moyale

Di recente, alcune violenze perpetrate dall’esercito hanno costretto diverse migliaia di etiopi residenti nella regione di Moyale – città di frontiera divisa tra Etiopia e Kenya, nella regione Oromia – ad andare in esilio nella parte keniana.

Moyale, città di frontiera.

Il governo, nella sua versione officiale, attribuisce la colpa ad un “errore” dell’esercito che ha causato la morte di 9 civili etiopi. La sparatoria ha avuto luogo in un quartiere di Moyale noto per la sua opposizione al governo. A metà febbraio, dopo l’annuncio della dichiarazione di stato di emergenza, la quale vietava, tra l’altro, qualsiasi tipo di manifestazione, la tensione tra i residenti e i soldati schierati in città era considerevole. L’esercito avrebbe confuso dei civili con dei ribelli dell’OLF – Oromo Liberation Front – un gruppo politico Oromo che il governo non riconosce come partito d’opposizione. Tuttavia, i rifugiati riportano un bilancio di morti più elevato e assicurano che l’esercito era consapevole delle proprie azioni.

Ciò ha scatenato un clima di paura all’interno del gruppo etnico in questione. Le indagini quantitative sono ancora in corso, ma si tratta di migliaia di rifugiati che avrebbero oltrepassato la frontiera verso il Kenya. Ormai, molti di loro si trovano nel campo di Sololo, dove il censimento dei rifugiati è ancora in corso. Sadi Hassan fa parte di questi rifugiati. In un’intervista per Radio France Internationale (RFI) Afrique, la donna etiope ha dichiarato: “Ho visto uccidere venti persone davanti ai miei occhi. I soldati arrivavano a bordo di veicoli, si fermavano e uccidevano gente a caso, senza distinzioni, in mezzo alla strada”. Vi è quindi un divario notevole tra la versione del governo e quella dei rifugiati Oromo.

Un esilio tumultuoso

In un comunicato del 31 marzo scorso, l’agenzia di stampa cinese Xinhua constatava più di 8000 esiliati in Kenya. Inoltre, l’agenzia riporta che, in totale, più di 39.000 persone sarebbero state obbligate a spostarsi, a fine marzo, a seguito dei disordini nella zona di Moyale.

Nel campo di Sololo, nella parte settentrionale del Kenya, il censimento manuale degli esiliati viene svolto nei primi giorni da dei membri dell’Alto Commissariato per i Rifugiati e del governo keniano. Si effettua, ormai, su base biometrica, per poter evitare, ad esempio, le eventuali frodi attuate dai residenti keniani. Questi ultimi, infatti, potrebbero cercare di beneficiare dei viveri distribuiti ai rifugiati etiopi. Il censimento è ancora in corso, ma sappiamo che sono stati dichiarati quasi 10.000 rifugiati. Tuttavia, avendo anche i documenti keniani, molti etiopi in esilio rifiutano di farsi registrare per paura di perdere la loro nazionalità o di vedersi ammoniti dalle autorità del governo.

In queste condizioni d’urgenza, vengono presi dei provvedimenti e il campo si organizza. La Croce Rossa keniana ha messo in funzione un servizio telefonico per i rifugiati che hanno dei famigliari dall’altra parte della frontiera, in Etiopia. Una persone all’interno del campo testimonia: “È un servizio utile. Posso sapere chi è morto, chi è ancora vivo. E so che la mia famiglia è al sicuro.”

All’interno del campo, i rifugiati tentano di organizzarsi, avviando il commercio. La vendita di khat, in particolare, permette a qualche famiglia di sopravvivere. È il caso di Dabogoro Diga, intervistato da RFI Afrique, che prende in prestito l’arbusto da un grossista, per venderlo. Analogamente, alcuni provano ad accumulare denaro con lo stesso metodo, per trovare un posto più accogliente in cui dormire e per mangiare meglio. Tuttavia, quest’iniziativa presenta dei limiti: l’offerta di khat sovrasta tutte le altre e la quantità limitata di denaro di cui dispongono i rifugiati rende questo mercato molto modesto.

Un Oromo primo ministro: una speranza di riconciliazione?

Il 27 marzo 2018 l’Etiopia ha scoperto il nome del suo nuovo leader politico, dopo le dimissioni dell’ex primo ministro il 15 febbraio. Si tratta di Abiy Ahmed, il primo Oromo ad accedere a questa funzione dal 1991, in concomitanza alla caduta del regime comunista etiope. Considerato da molti come un riformatore, da lui ci si attende in particolare che riallacci i rapporti con l’Eritrea – paese con cui è in corso una diatriba da decenni – e che riappacifichi le diverse comunità etiopi.

Tuttavia, l’arrivo di un Oromo a capo del governo non è percepito come una grande conquista da parte dei rifugiati. Infatti, i Tigrini continuano a dominare il panorama politico etiope, come ricorda Borgolo Bargole Gonaya, adolescente del campo di Sololo: “I Tigrini dominano tutto. Fino a quando resteranno al potere, il Primo ministro non potrà aiutarci”.

Se da qualche giorno la popolazione etiope non oltrepassa più la frontiera con il Kenya, gli Oromo presenti nel campo, tuttavia, “non firmano nessun ritorno volontario”, come ha segnalato Henok Ochalla, coordinatore dell’ACNUR. Forse i rifugiati attendono, scettici, una vera presa di posizione del loro Primo ministro che permetterà loro di ricostruire la speranza. La sua sola nomina non è sufficiente.

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