Libano, un’esplosione fatale

Tradotto da Letizia Garlatti, riletto da Lorena Papini

Il 4 agosto 2020, il Libano è stato segnato per sempre: nel corso del pomeriggio, è avvenuta un’esplosione nel porto di Beirut, il polmone economico del Paese. Questo evento rafforza l’instabilità del Paese e affonda il Libano in una crisi politica, sociale e sanitaria in cui la nazione si dibatte da diversi anni.

Alcuni dati

Secondo il Consiglio Superiore della Difesa libanese, questa catastrofe è data dall’esplosione di oltre 2000 tonnellate di nitrato d’ammonio immagazzinate nel porto da diversi anni. L’ultimo bilancio riporta 6000 feriti, un centinaio di dispersi ed oltre 180 decessi nella capitale. Alla fine di agosto 2020, il Paese si è ritrovato con più di 300 000 sfollati per strada.

Quando la situazione si è fatta più chiara, la Croce Rossa libanese ha mobilitato quarantacinque squadre per sostenere i Libanesi all’interno del Paese, invitando ad effettuare donazioni di sangue (ne sono state raccolte 450 sacche) ed accogliendo migliaia di famiglie nei tre giorni successivi all’esplosione. Inoltre, per soccorrere il Paese, l’Unione Europea ha sbloccato un fondo di emergenza di 33 milioni di euro.

La reazione del governo libanese

La reazione del governo libanese non si è fatta attendere. Infatti, già dal 5 agosto 2020, l’ex Primo Ministro libanese, Hassan Diab, ha lanciato un “appello urgente a tutti i Paesi amici e i Paesi fratelli”, stimando che la crisi fosse grave e che il Libano avesse seriamente bisogno di aiuto. Due giorni dopo, il capo di Stato libanese, Michel Aoun, ha rifiutato la possibilità di un’inchiesta internazionale sull’esplosione in quanto, secondo lui, ciò “comprometterebbe la verità”. Ciononostante, la Procura di Parigi ha aperto un’inchiesta per “danni internazionali”. Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, ha dichiarato di “negare totalmente, categoricamente, che ci sia qualsiasi cosa che ci appartenga nel porto, né depositi di armi, né depositi di missili (…) né una bomba, né un proiettile, né nitrato”.

Il 10 agosto 2020 segna una seconda svolta in tale crisi. Il governo di Hassan Diab dà le dimissioni per rispondere alla pressione dei Libanesi, in seguito all’abbandono dei Ministri dell’Informazione, della Giustizia, delle Finanze, dell’Ambiente e dello Sviluppo Amministrativo.

Il 31 agosto 2020, è previsto che Moustapha Adib, ambasciatore libanese in Germania dal 2013, diventi il nuovo Primo Ministro per formare il prossimo governo.

La reazione del popolo libanese

Per quanto riguarda i cittadini, gli animi si sono scaldati. Le manifestazioni sono cominciate non appena è finita l’esplosione. L’8 agosto 2020, alcune manifestazioni hanno fatto irruzione nella sede del Ministro degli Affari Esteri, poi nel quartiere delle associazioni bancarie. Infatti, il settore finanziario è vivamente criticato in Libano, in quanto pratica importanti restrizioni sulle pensioni e il trasferimento di depositanti. I protestanti sono in seguito entrati nel Ministero dell’Energia, che rappresenta un settore corrotto agli occhi dei Libanesi.

Questo evento ravviva la tensione tra Libanesi e governo che regna nel Paese. Alcuni mesi prima, i Libanesi erano insorti in seguito all’annuncio di nuove tasse sulla benzina, sulle sigarette e le chiamate fatte tramite Whatsapp. Nonostante l’annullamento della tassa sulle chiamate tramite Whatsapp da parte del governo, i Libanesi hanno continuato ad insorgere, spinti a manifestare dal generale discontento dell’alto costo della vita nel Paese, in cui più di un quarto degli abitanti vive sotto lo soglia di povertà. Ciò ha soltanto rafforzato la crisi politica e sociale che regnava all’interno della nazione.

I Libanesi denunciano numerosi malfunzionamenti: il razionamento dell’elettricità, le restrizioni al budget ed un governo insoddisfacente. A loro parere, questo governo è diretto da un’oligarchia che porta il Paese alla rovina. Ciò ci permette di capire che cosa abbia spinto il governo di Hassan Diab a dare le dimissioni, con l’esplosione che rappresenta una catastrofe di troppo per i Libanesi.

Le reazioni internazionali

La Francia

La prima nazione a dichiararsi attenta alle necessità del Libano e dei suoi cittadini è la Francia. Pochi minuti dopo l’esplosione, Emmanuel Macron dichiara in un tweet: “Esprimo la mia solidarietà fraterna con i Libanesi in seguito all’esplosione che ha causato molte vittime e danni a Beirut, questa sera. La Francia è a fianco del Libano. Sempre. Dei soccorsi e mezzi francesi sono già in arrivo sul posto”.

A partire dal 6 agosto, Emmanuel Macron si dirige in Libano ed è allora l’unico capo di Stato ad essersi messo in viaggio. In occasione della sua conferenza stampa, ricorda che condivide completamente il dolore dei Libanesi e che sarà fornito aiuto medico e finanziario. Inoltre, Macron parla con trasparenza delle complicazioni politiche in Libano, alle quali, secondo lui, bisogna rimediare aiutando la nazione. Contrariamente a Michel Aoun, che non desidera aprire un’inchiesta sull’incidente, Emmanuel Macron suggerisce l’apertura di un’inchiesta internazionale “trasparente”.

La sera del 31 agosto, Emmanuel Macron è ritornato a Beirut per rimediare al disequilibrio politico, sociale ed economico che sta imperversando nel Paese. Il Presidente francese ha dichiarato il necessario insediamento di un “governo tecnico il prima possibile”. In più, ha visitato alcuni luoghi, in particolare la riserva di Jab, dove degli Alpha Jet hanno sorvolato il cielo con i colori della bandiera libanese in occasione della celebrazione del centenario del Grande Libano. Macron si è anche presentato al porto di Beirut per fare il punto della situazione con i rappresentanti dell’ONU e delle ONG presenti sul territorio.

Gli altri Paesi

Boris Johnson, Primo Ministro del Regno Unito, si è espresso in un tweet, promettendo di prestare aiuto a Libano: “Le foto e i video che provengono da Beirut sono scioccanti. I miei pensieri e le mie preghiere sono rivolte a coloro che sono affetti da questo terribile incidente. La Gran Bretagna è pronta a fornire aiuto in tutti i modi possibili, incluso ai cittadini britannici colpiti”.

Anche il capo della diplomazia americana, Mike Pompeo, ha proposto di aiutare il Libano. Da un altro lato, il Presidente americano, Donald Trump, ha stimato che le esplosioni “assomigliavano ad un terribile attentato”.

Per quanto riguarda la Germania, la squadra medica delle forze armate tedesche Bundeswehr è partita per Beirut per apportare il suo sostegno.

La Commissione Europea, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) hanno assicurato che progettano di apportare aiuto finanziario al Libano.

Le ONG e le istituzioni

Il 10 agosto 2020, una trentina di nazioni si è riunita per la videoconferenza detta “Conferenza internazionale di sostegno ed appoggio a Beirut e al popolo libanese”. Questo evento riuniva anche la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), la Banca Mondiale, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Lega Araba.

Inoltre, a metà agosto, l’ONU ha lanciato una richiesta di fondi di oltre 565 milioni di dollari per la ricostruzione economica del Paese.

In conclusione, il Libano ha ricevuto 250 milioni di euro di aiuti di emergenza da parte di una trentina di Paesi ed istituzioni.

Le conseguenze della catastrofe: numeri allarmanti

Il UNDP (sigla Inglese per il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) dichiara che “circa 10000 imprese situate nei dintorni immediati del luogo dell’esplosione sono state distrutte o hanno cessato le loro attività, oltre 100000 persone sono disoccupate ed in situazione di grave insicurezza alimentare. Inoltre […] 300000 persone hanno perso il proprio domicilio”. Questa catastrofe, quindi, ha lasciato molti Libanesi in una situazione di grande instabilità finanziaria.

Inoltre, questa catastrofe ha causato penuria alimentare nel Paese. Rola Dashti, capo della Commissione economica e sociale dell’ONU per l’Asia occidentale, ritiene che il governo debba prendere delle misure per evitare una crisi alimentare. Bisogna sapere che il porto di Beirut è occupato per il 70% dalle importazioni alimentari del Paese. Questo spinge il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ad inviare oltre 17000 tonnellate di farina per rifornire il Paese. D’altronde, il Libano è la nazione del Medio Oriente che più dipende dalle importazioni alimentari, un fatto che alimenta l’inquietudine dell’ONU.

Alla fine di luglio del 2020, il debito totale del Libano raggiungeva i 90 miliardi di dollari, quasi il doppio del suo PIL. Tale debito aumenterà molto sicuramente a causa delle spese per la ricostruzione del Paese.

La CESAO ha rivelato che il 23% della popolazione vive in una situazione di estrema povertà nel 2020, a differenza dell’8% del 2019. Il 45% della popolazione si trova sotto la soglia di povertà. La CESAO ha aggiunto che “la vera sfida per il Libano è che questo gruppo (la classe media, Ndr), che rappresenta il grande capitale umano della nazione, possa voler sfuggire all’incerta situazione economica e cercare di emigrare”. Secondo l’ONU, la classe media rispecchia soltanto il 40% della popolazione libanese, rispetto al 57% del 2019.

Popolazioni emarginate e in difficoltà

Il Libano accoglie 1,5 milioni di rifugiati, per una popolazione di 6 milioni di persone. I rifugiati sono per la maggior parte Siriani che sono fuggiti dalla crisi. Questa parte della popolazione rischia di essere maggiormente colpita dalla crisi.

Anche lo status precario delle “domestiche” straniere che lavorano in Libano è messo a rischio. Queste donne lavorano sotto il sistema della Kafala, una tutela amministrativa degli impiegati che hanno tutti i diritti su di loro, compreso il sequestro dei loro documenti. Perciò, queste non hanno alcuna protezione giuridica. Recentemente, hanno testimoniato il malvagio trattamento che subiscono da parte dei loro datori di lavoro: sequestro dei passaporti, stipendio basso, aggressioni fisiche e verbali… Questo evento rischia di mettere in pericolo il loro futuro in Libano.

Source image : AFR : STR

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