L’Irlanda al centro di una Brexit impossibile?

TRADOTTO DA SILVIA MONTORSI E CORRETTO DA VALENTINA NIEDDU

Lo scorso 23 marzo, il Consiglio europeo ha approvato le procedure per la fase di transizione che porterà all’uscita del Regno Unito dall’UE il 29 marzo 2019. Queste ultime stabiliscono la permanenza nel mercato unico e nell’unione doganale durante il periodo di transizione, nonostante il Regno Unito avesse già espresso l’intenzione di ritirarsi. Inoltre, le quattro libertà di circolazione, ossia quella delle persone, dei beni, dei capitali e dei servizi, non verranno più applicate in questo paese.

Di conseguenza, ciò condurrebbe, logicamente, al ritorno dei controlli alle frontiere tra le due Irlande. Questa frontiera di 500 km che separa la Repubblica d’Irlanda dall’Irlanda del Nord, annessa al Regno Unito, è attualmente al centro di tutte le preoccupazioni, perché questa eventualità minaccerebbe il Good Friday Agreement (Accordo di pace del Venerdì Santo) e vent’anni di pace nel paese. L’unica soluzione, presentata dal secondo partito politico dell’Irlanda del Nord, Sinn Féin, di orientamento nazionalista, sarebbe quindi un referendum sulla riunificazione?

La fragile pace del Good Friday Agreement

L’Irlanda del Nord celebra quest’anno i vent’anni del Good Friday Agreement, o accordo di Belfast, firmato il 10 aprile 1998, il quale ha messo fine a tre decenni di scontri tra separatisti cattolici e lealisti protestanti, che hanno causato più di 4.000 vittime.

Questo accordo si articola intorno a tre assi fondamentali. Il primo mira alla creazione di istituzioni democratiche, un esecutivo e un’assemblea di 108 membri eletti con un sistema proporzionale al fine di instaurare una divisione dei poteri tra nazionalisti e unionisti1. Il secondo asse riguarda la creazione di un consiglio ministeriale transfrontaliero. Viene inoltre riaffermato che l’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito, il che ha spinto Dublino a rivedere la sua costituzione, modificando gli articoli 2 e 3 che presentavano delle rivendicazioni territoriali sull’Irlanda del Nord. Infine, il terzo asse, dal carattere più innovatore, mira alle creazione di un Consiglio delle Isole e della Conferenza Intergovernativa britannico-irlandese. Concretamente, questo asse instaura le misure di autonomia per l’Irlanda del Nord attraverso la decentralizzazione dei poteri di Londra a vantaggio delle nazioni periferiche, come la Scozia e il Galles, al fine di soddisfare gli unionisti.

L’accordo prevede infine, e soprattutto, la consegna di tutte le armi paramilitari nei due anni successivi alla sua approvazione, votata tramite referendum. L’IRA e i gruppi paramilitari protestanti sono quindi stati sciolti da entrambe le parti, ristabilendo definitivamente la pace sull’isola.

L’accordo di pace ha chiaramente raggiunto il suo scopo di pacificazione, come notato dall’Irish Examiner, quotidiano nazionale di orientamento liberale: “malgrado le tensioni comunitarie che restano elevate … è importante sottolineare il cambiamento che l’accordo ha generato, nonostante i recenti tentativi intrapresi dai sostenitori della Brexit a Westminster per sabotare il processo di pace. Basta posti di blocco armati, scontri urbani violenti, orribili attentati dinamitardi, fanatismo quotidiano e la paura di andare in certi quartieri.

Tuttavia, sul piano dell’integrazione, questa volta il bilancio è più che modesto. Infatti, secondo l’Irish Independent, quotidiano di orientamento nazionalista, “il percorso da compiere è ancora lungo prima di raggiungere una riconciliazione totale tra cattolici, sostenitori storici della riunificazione dell’isola, e protestanti, legati all’unione con la Gran Bretagna”.

L’Irlanda, il paese più esposto alle conseguenze della Brexit, teme in particolare il ripristino di una frontiera fisica con l’Irlanda del Nord, membro del Regno Unito, che minaccerebbe questa fragile pace stabilita dall’Accordo del 1998. Garrett Carr, atipico redattore del Guardian, si è impegnato a fiancheggiare a piedi la frontiera che separa queste due Irlande. Secondo lui, se l’ipotesi della Brexit si concretizzasse, gli sforzi che i frontalieri compiono da vent’anni per vivere in armonia potrebbero essere stati vani. Più che le sole leggi o accordi di pace, c’è voluta la formidabile volontà della maggior parte dei cittadini affinché questo Accordo andasse a buon fine, e il suo mantenimento è dovuto solo a questa volontà, che sarà duramente colpita se verranno nuovamente imposti dei controlli alla frontiera.

Quali soluzioni di fronte alla Brexit?

Come spiegato da Michel Barnier, principale negoziatore della Brexit per l’Unione Europea, “la Brexit è ciò che crea il rischio in Irlanda”. Infatti, il pericolo deriva, innanzitutto, dalla volontà dei britannici di lasciare il mercato unico e l’Unione doganiera, benché l’uscita dall’UE non lo imponga. È questa decisione, votata dall’Irlanda del Nord con il 56% dei voti nel referendum del 23 giugno 2016, che crea problemi nel paese.

Per quanto riguarda la frontiera tra le due Irlande, un accordo politico raggiunto lo scorso dicembre propone tre soluzioni: la firma di un ampio accordo di libero scambio tra l’UE e il Regno Unito, che annullerebbe qualunque frontiera doganale ; l’applicazione di nuove soluzioni per i controlli doganali ; o l’assenza di un accordo e l’applicazione all’Irlanda del Nord delle regole del mercato unico e dell’Unione doganale. Quest’ultima soluzione, in mancanza di un accordo, condurrebbe, secondo Michel Barnier, ad un controllo sugli scambi di merci provenienti dal resto del Regno Unito. Un controllo che ristabilirebbe una frontiera? Michel Barnier non è d’accordo. Questo controllo frontaliero non verrebbe effettuato alla frontiera tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, che deve rimanere virtuale al fine di preservare gli accordi di pace del 1998. Il controllo si effettuerebbe nei porti britannici e avrebbe come conseguenza la creazione di una frontiera all’interno dello stesso Regno Unito.

L’UE rimane tuttavia aperta alla proposta di una soluzione migliore da parte del Regno Unito entro ottobre 2018.

Dalla parte britannica, Teresa May si indigna verso quest’ultima proposta e rifiuta qualunque possibilità di una frontiera operante all’interno del Regno Unito. Secondo la May, questa opzione minaccerebbe “l’integrità costituzionale del Regno Unito, creando una frontiera doganale e regolamentare nel mare d’Irlanda, e nessun primo ministro britannico l’accetterebbe”.

Di conseguenza, il Regno unito ha presentato due proposte. La prima prevede una cooperazione doganale tra l’Unione Europea e il Regno Unito, la seconda un regime doganale molto razionalizzato allo scopo di minimizzare qualunque tensione commerciale, che prevedrebbe delle disposizioni specifiche per l’Irlanda del Nord e implicherebbe dei controlli di minima restrittività.

In ogni caso, la questione rimane spinosa e ci si rammarica dell’assenza di un’iniziativa britannica per quanto riguarda la frontiera irlandese, il che porterebbe ad accettare l’opzione dei negoziatori europei. Le soluzioni presentate dai britannici rimangono infatti molto vaghe e poco pratiche. Secondo l’ex-primo ministro conservatore John Major tocca al Regno Unito trovare urgentemente una soluzione: “è nostra responsabilità britannica trovarne una, noi abbiamo creato il problema, non l’Unione Europea”.

Eventualità di un referendum sulla riunificazione?

Una nuova eventualità è ormai aperta come possibile conseguenza della Brexit: si tratta di un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda. Infatti, secondo Mary Lou Macdonald, nuova presidente del partito repubblicano Sinn Féin, l’unico partito presente sia in Irlanda del Nord che nella Repubblica d’Irlanda, la decisione dei Britannici di uscire dall’UE offre “una grande occasione non solo per riunificare territorialmente il paese, ma anche per rinforzare un’Irlanda moderna democratica”. Il partito spera in un referendum entro i prossimi dieci anni.

Il Good Friday Agreement prevede infatti lo svolgimento di un referendum se i sondaggi mostrano un ampio sostegno nel Nord in favore dell’unificazione. Per la popolazione nord-irlandese, a maggioranza protestante e pro-britannica, l’unione non è così scontata per il momento.

1 Nome dato ai sostenitori, in Inghilterra e in Irlanda, del mantenimento parziale o totale dell’Irlanda all’interno del Regno Unito.

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