Crédit Muriel Epailly.

Oppressione etnica in Myanmar: le oscure strategie del governo

TRADOTTO DA CLAIRE SIRITO-OLIVIER E MARGHERITA PELLEGRINI

In Myanmar i musulmani Rohingyas dello Stato dell’Arakan sono vittime di persecuzioni da parte della maggioranza buddhista. Mentre la comunità internazionale si preoccupa della sorte di questa minorità etnica, il governo rimane in silenzio e inattivo.

Grazie soprattutto ad Aung San Suu Kyi il Myanmar assomiglia a una giovane democrazia tranquilla. Questa donna di Stato, agli arresti domiciliari per 21 anni fino alla fine della giunta militare nel 2011, è conosciuta per la sua opposizione non violenta alla dittatura e per il Premio Nobel per pace del 1991.

“Utilizzate la vostra libertà per promuovere la nostra.” (Aung San Suu Kyi)

Ma la pace non è una realtà per tutti i birmani. Nell’Arakan, i Rohingyas, una minoranza musulmana, vivono un inferno. La comunità internazionale, in particolare le ONG e i diplomatici, si aspettava che Suu Kyi avrebbe migliorato questa situazione. Oggi, al contrario, sembra non preoccuparsene.

Fonte: Muriel Epailly.

La sua reputazione è stata inizialmente danneggiata da un commento che avrebbe fatto un anno fa. Dopo un’intervista con la conduttrice della BBC Mishel Hussain, avrebbe rimproverato che nessuno l’aveva avvertita che sarebbe stata intervistata da una musulmana. In interviste più recenti, ha rifiutato il termine “pulizia etnica” che giudica “troppo forte” per la situazione. Certe zone e certi villaggi distrutti dell’Arakan sono vietati ai media stranieri. Silenziosa su questo tema, Aung San Suu Kyi è accusata di anti-islamismo.

Fonte: Louis Bertrand.

Progresso democratico a metà

Suu Kyi è la consigliera speciale di Stato. Se non è presidente per via dei suoi legami di parentela britannici, possiede un potere importante accanto al capo di Stato Htin Kyaw. È il simbolo del superamento di una tappa verso democratizzazione del Paese. Prima che le violenze peggiorassero nel 2016,  l’ONG Crisis Group aveva preso la difesa del governo. “Non si deve dimenticare che il Myanmar è sempre uno dei migliori esempi di transizione democratica in quest’epoca moderna, scriveva allora l’analista politico Richard Horsey. I compiti che il governo deve affrontare sono enormi. Deve stabilire un processo di pace con tutti i gruppi etnici del Paese”.

Nonostante sia ottimista, Horsey riconosce i limiti della situazione del Myanmar. La giunta militare corrotta, seppur sconfitta alle elezioni nel 2015, possiede sempre una grande influenza, soprattutto tramite la corruzione. Secondo lui, i centri burocratici militari sparsi per Paese giocano un ruolo fondamentale in questo fenomeno. Spera in una riforma sociale della giunta. La questione della manipolazione della consigliera e del suo governo da parte di quest’ultima è, in ogni caso, al centro della discussione.

Minaccia alla sicurezza nazionale

Suu Kyi prende certamente in conto i rischi legati a un aiuto verso i musulmani. I Rohingyas avevano perso la cittadinanza nel 2015, prima della sua vittoria alle elezioni. Certi buddisti, temendo un’“islamizzazione del Paese”, minacciano di inasprire il conflitto se questo diritto venisse nuovamente accordato. Questa minaccia alla sicurezza nazionale blocca la consigliera nell’andare avanti nel processo di democratizzazione. La tensione sale da entrambe le parti. Il 9 ottobre scorso, i Rohingyas hanno partecipato a manifestazioni di notevole violenza in segno di protesta. La situazione dell’Arakan diventa senza uscita. Qualsiasi cosa speri la premio Nobel per il futuro dei Rohingyas, il loro presente ne paga un prezzo elevato.

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