Uiguri: genocidio nel XXI secolo

Tradotto da Letizia Garlatti, riletto da Marco Schembri

La Cina, grande Potenza mondiale, è anche una potenza repressiva. Da alcuni anni, gli Uiguri sono vittime di tale violenza. La Cina ha costruito dei “campi di rieducazione”, dove i casi di mancato rispetto dei diritti fondamentali di questa comunità sono molteplici. E’ tempo di spiegare che cosa subiscono.

Rasatura, stupro, consumo forzato di maiale e alcool, pestaggio, invio in “campi di rieducazione”: ecco cosa subisce da diversi anni la comunità uigura. Ma di chi si tratta? Gli Uiguri sono un popolo turcofono che abita nello Xinjiang, una regione autonoma della Cina situata in Asia Centrale. La grande maggioranza è musulmana sunnita e parla Turco. Perciò, non sono unicamente Cinesi, ma il loro territorio è stato annesso alla Cina nel 1750. Si tratta di una comunità minoritaria all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Gli Uiguri sono sempre stati rifiutati da gran parte della comunità Hans, la principale etnia in Cina. Qualche desiderio indipendentista è nato, ma il movimento non è mai andato troppo lontano.

Una repressione di vecchia data

Didier Chaudet, politologo specializzato nell’Asia Centrale e ricercatore al Centre Russie, aveva già denunciato l’oppressione degli Uiguri nel Journal du Dimanche nel 2008. Egli spiegava come Pechino puntasse il dito contro questa comunità e la “classificasse” come terrorista dall’inizio degli anni 2000. Infatti, sono stati costruiti campi di rieducazione nella zona dello Xinjiang ed è stata messa in atto una “colonizzazione forzata”. Chaudet racconta: “Prima sotto forma penitenziaria, sono stati creati gulag cinesi nello Xinjiang. I prigionieri politici hanno popolato questa zona. Poi, Pechino ha spinto dei contadini poveri della Cina centrale a stabilirvisi. Gli era stato promesso un nuovo inizio.”

La repressione degli Uiguri si è quindi accentuata a partire dal 2000. Tuttavia, era cominciata molto prima: in effetti, negli anni ’90 le autorità cinesi avevano rifiutato la costruzione di una moschea. Migliaia di persone erano scese in strada a manifestare. Le forze dell’ordine avevano sparato sulla folla, così facendo più di 60 vittime. In luglio dello stesso anno, in un’operazione che mirava a fermare le “attività criminali dei separatisti etnici ed altri delinquenti criminali”, le autorità avevano arrestato 7900 persone. In più, il governo cinese aveva iniziato la campagna “Colpire Duro” nel 1996, il cui scopo ufficiale era fermare la crescente delinquenza. In realtà, si trattava di un pretesto per incarcerare e colpire più facilmente gli Uiguri.

La Cina ha sempre negato qualsiasi attività terrorista all’interno del Paese fino agli attentati dell’11 settembre 2001, per poi impadronirsi della tematica del terrorismo e creare un nesso tra gli Uiguri e Al-Qaeda. Didier Chaudet spiega che questa relazione esisteva ma ne sfuma i propositi. Egli afferma: “Nel video diffuso nel luglio 2008 da coloro che si presentavano come il Partito Islamico del Turkestan (movimento inserito nella lista delle “organizzazioni terroriste” dagli Stati Uniti e dall’ONU nel settembre 2002, a causa dei suoi legami con Al-Qaeda), ritroviamo la messa in scena e i mezzi di propaganda utilizzati da Al-Qaeda. Ma questi jihadisti sono in numero fortemente limitato. La minaccia terrorista è, quindi, essa stessa limitata. Tuttavia, potrebbero avere un certo impatto all’interno della popolazione uigura. In seguito alla repressione nello Xinjiang negli anni ’90, numerosi Uiguri hanno sviluppato una vera e propria xenofobia per gli Hans.”

L’attuale repressione degli Uiguri

La Cina ha recentemente creato dei “campi di rieducazione” per la comunità uigura. Alcune organizzazioni di difesa dei diritti umani stimano che il numero di prigionieri sarebbe un milione, cioè il 20% della comunità. Si tratterebbe dell’internamento di massa etnoculturale più importante dalla Seconda Guerra Mondiale. La Cina non ammette pubblicamente le pene che fa subire agli Uiguri. Ritiene che tali “campi di rieducazione” abbiano il fine di “deradicalizzare” i terroristi. Nonostante ciò, la fuga di lavoratori, di testimoni e sopravvissuti di questi campi possono mettere a conoscenza di cosa vi accade.

All’interno dei campi, gli Uiguri sono sotto costante sorveglianza. Sono “rieducati” con la forza e subiscono condizioni di lavoro e di vita totalmente inumani. Infatti, sarebbero tra le 40 e le 60 persone per camera. Poiché il numero dei letti è insufficiente, dormono a turni. Sono state rivelate altre violazioni evidenti dei diritti umani. Infatti, alcune donne e ragazzine sono stuprate e obbligate a sposare degli Hans. Ma queste vengono anche sterilizzate con la forza per evitare un aumento della popolazione. Inoltre, i detenuti subirebbero test ed esperimenti biologici. Il giornale Vice ha recentemente rivelato che questi esperimenti abbiano lo scopo parziale di creare una base di dati di futuri donatori di organi. Gli Uiguri subirebbero dei prelievi forzati di organi, che sarebbero in seguito rivenduti ai ricchi compratori dei Paesi del Golfo.

Gulhumar Haitiwaji, una uigura la cui madre è prigioniera in questi campi, ha rilasciato un’intervista per il media Konbini. La donna denuncia le persecuzioni della Cina verso gli Uiguri, racconta dell’estensione di queste prigioni e riassume le violenze subite dalla madre e dal resto della comunità. Conclude in questo modo: “Penso davvero che la Cina ci stia… ci stia sterminando”.

Le reazioni delle potenze straniere

Le reazioni delle potenze straniere sono diverse e insufficienti. La repressione degli Uiguri dura da anni e, nonostante le denunce dell’ONU e di certe nazioni, niente è cambiato. Il 29 ottobre 2019, una ventina di Paesi membri dell’ONU hanno domandato alla Cina di fermare la detenzione degli Uiguri, invano.

Ancor peggio, alcuni sostenitori della politica di repressione cinese si fanno sentire. Infatti, nel luglio 2019, nove Paesi hanno firmato una lettera destinata al Segretario Generale dell’ONU per esprimere il proprio sostegno alla Repubblica Popolare Cinese e alla sua politica sugli Uiguri. Queste nove nazioni sono: Algeria, Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Egitto e Siria. Tra questi figurano alcuni Stati che comprano organi “halal”. Si complimentano con la Cina per la sua “gestione dei problemi” ed il “trattamento riservato agli Uiguri e alla altre minoranze cinesi nella regione dello Xinjiang”.

Il 5 luglio 2020, in occasione della 44esima sessione del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, il sostegno verso la Cina e le sue pratiche è aumentato. Secondo alcune informazioni pubblicate dal deputato europeo Raphaël Glucksmann, 46 nazioni hanno firmato una lettera ufficiale in sostegno alla politica cinese sugli Uiguri. In un tweet, il deputato mostra la “lista della vergogna”, ma denuncia anche gli Stati che, col loro silenzio, sostengono implicitamente la Cina: “Ci sono quelli che sostengono il crimine come quei 46 governi. Ci sono quelli che tacciono e, così facendo, lo permettono, come noi dirigenti europei”.

Alcuni Stati hanno, però, denunciato le azioni della Cina. Una dichiarazione britannica all’ONU, sostenuta da numerose nazioni come gli Stati Uniti, la Germania, il Belgio e la Francia, ha denunciato le “informazioni attendibili sulle detenzioni di massa, gli sforzi per limitare le pratiche culturali e religiose, la sorveglianza di mazza e disproporzionata contro gli Uiguri e le violazioni ed abusi commessi nella regione autonoma uigura dello Xinjiang”.

Gli Stati Uniti sono andati oltre, sanzionando la Cina. Il 17 giugno 2020, il Presidente americano Donald Trump ha firmato una legge adottata quasi all’unanimità dal Congresso: questa mira ad applicare sanzioni contro i responsabili delle repressioni degli Uiguri in Cina. Il 21 giugno 2020, in un’intervista per il giornale anglofono Axios, Donald Trump riconosce di non aver imposto le sanzioni prima per preservare gli accordi commerciali. Egli afferma: “Quando sei nel bel mezzo di una negoziazione e all’improvviso cominci a buttarci dentro sanzioni supplementari… è tanto. Ho imposto dei dazi doganali alla Cina che sono ben peggio di qualsiasi sanzione possibile immaginabile”.

Tuttavia, l’impegno del Presidente americano va relativizzato. Infatti, il 23 giugno 2020, l’ex consigliere del Presidente, John Bolton, ha pubblicato un libro sulla propria esperienza alla Casa Bianca. In esso, Bolton racconta che, in occasione del G20 a giugno 2019, Donald Trump avrebbe cercato di ottenere il sostegno di Xi Jinping in vista delle future elezioni presidenziali. Egli desiderava che la Cina comprasse dei prodotti agricoli per ottenere il sostegno degli agricoltori. John Bolton rivela anche gli elogi sui campi di detenzione che Trump avrebbe fatto a Xi Jinping. Egli avrebbe affermato che il Presidente cinese doveva costruire tali campi perché pensava che “era esattamente la cosa giusta da fare”. Queste confessioni sono in contraddizione con le azioni pubbliche del Presidente americano. E’ così possibile pensare che le sanzioni alla Cina siano prima di tutto motivate da strategie elettorali e dalla rivalità tra i due Stati, più che da una reale preoccupazione per questa comunità perseguitata.

Una società civile indignata

Finora, i media mainstream non si sono dilungati sulla questione degli Uiguri. Tuttavia, i cittadini hanno potuto informarsi su questa realtà grazie ai social media e al lavoro delle organizzazioni internazionali. Testimonianze, video e fughe d’informazioni hanno permesso di far prendere coscienza della gravità della situazione. L’indignazione è cresciuta sui social media ed hashtag quali #UyghursLivesMatter o #SaveUyghurs sono divenuti molto popolari.

Questa indignazione, però, sorpassa di gran lunga il quadro della rete e si manifesta attraverso una mobilitazione pubblica. Infatti, si sono tenute manifestazioni in diverse zone del mondo, dalla Turchia ad Hong Kong, o agli Stati Uniti… In Turchia, nel dicembre 2019, circa 2000 persone hanno protestato per denunciare la sofferenza degli Uiguri e richiedere la chiusura dei “campi di concentramento”. Sono anche state bruciate bandiere cinesi. Anche le manifestazioni ad Hong Kong hanno visto prodursi degli eccessi, con le forze dell’ordine che hanno tirato gas lacrimogeni e sparato proiettili di gomma.

Un ulteriore mezzo di mobilitazione è il boicottaggio. Negli ultimi giorni, gli utenti del web hanno fatto appello a boicottare la marca Nike, in seguito al suo rifiuto di dimostrare di aver fatto il necessario con il suo fornitore cinese Teakwang Group perché non fossero più sfruttati dei prigionieri Uiguri nelle fabbriche. Nike non è il solo brand accusato di sfruttare gli Uiguri. L’Istituto Australiano di Strategia Politica ha, infatti, pubblicato un rapporto che dimostra che la Cina abbia trasferito decine di migliaia di Uiguri prigionieri verso delle fabbriche che forniscono almeno 83 delle principali marche mondiali, quali Zara, Microsoft, Volkswagen, ecc. Tuttavia, di fronte alle richieste degli utenti e di alcuni politici, i marchi hanno dovuto reagire. E’ il caso, ad esempio, di Adidas e di Lacoste, che si sono impegnate a fermare ogni attività con fornitori e subfornitori coinvolti nello sfruttamento dei lavoratori forzati uiguri. Questi casi dimostrano che la mobilitazione degli utenti può portare a delle vittorie.

Le organizzazioni internazionali svolgono anche azioni per venire in aiuto agli Uiguri esiliati. Rebiya Kadeer, un’uigura in esilio negli Stati Uniti, è stata intervistata dal media SaphirNews. Durante il dialogo, la donna ha denunciato le pressioni subite dagli Uiguri esiliati all’estero. Infatti, dieci anni prima, Rebiya Kadeer è stata ospedalizzata per 6 mesi dopo che una macchina le era piombata addosso, rompendole le gambe. Rivela che anche oggi subisce intimidazioni. In questa situazione, Kadeer ritiene necessaria l’indipendenza della propria comunità: “dobbiamo recuperare il nostro Paese, è la cosa più importante. E’ di importanza vitale. E’ una questione di vita o di morte. I Cinesi esercitano una pressione totale su di noi. Sempre. DI conseguenza, separarsi da loro permetterebbe di evitare un genocidio già in corso. Senza indipendenza, non c’è possibilità di vivere”.

Violazione dei diritti umani… ma nel silenzio generale

La repressione degli Uiguri in Cina può essere qualificata come genocidio. Erkin Sidick, membro del Congresso Mondiale Uiguro, mette a confronto la repressione degli Uiguri con l’Olocausto: “Sembra che la gente abbia dimenticato l’Olocausto. Tuttavia, proprio un Olocausto sta avvenendo sotto i nostri occhi, nel XXI secolo. Si imprigionano uomini in campi di concentramento, dove fanno lavori forzati, dove sono condotti esperimenti su di loro, gli si prelevano gli organi”.

Lo Stato cinese fa di tutto per mantenere il segreto sulle proprie pratiche e per eliminare le critiche. Controllando il sistema giudiziario, l’apparato poliziesco e la stampa, il Partito Comunista Cinese si assicura il controllo sulla sorte degli Uiguri e sulle informazioni rese pubbliche. Personaggi influenti e organizzazioni internazionali tentano, nonostante tutto, di aiutare gli Uiguri e d’informare la popolazione. Tuttavia, si scontrano con la potenza dello Stato cinese e con la mancanza di reattività della comunità internazionale.

La Cina viola i diritti fondamentali della comunità uigura, ma non ha riscontrato una forte opposizione da parte delle altre nazioni. I diritti umani valgono meno nel caso in cui bisogna opporsi a uno Stato ricco e influente? Fin quando la comunità internazionale non si deciderà a prendere misure concrete contro la Cina, quest’ultima continuerà a reprimere gli Uiguri e forse riuscirà a sterminarli.

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