Il personaggio: Maradona, icona mondiale del calcio

Tradotto da Riccardo De Vanna, riletto da Lorena Papini

Maradona ci ha lasciati. Diego Armando Maradona, sessant’anni, è morto mercoledì 25 novembre in Argentina a causa di un’insufficienza cardiaca come annunciato dal quotidiano argentino Clarin, sul proprio sito web: « Murió Diego Armando Maradona y ya es leyenda ». Per anni ha dribblato la morte, l’ha sfidata a colpi di eccessi, ricoveri ospedalieri, sniffate di cocaina, a farsi ricorrere inutilmente proprio come ha fatto correre avanti e indietro centinaia di avversari di tutto il mondo.

Maradona è uno di quelli la cui leggenda è scritta dai ricordi, dagli aneddoti, dai miti, dal racconto della sua gloria da parte di coloro che l’hanno conosciuto, perché, diciamoci la verità, tra coloro che gli renderanno omaggio, molti in realtà non l’avranno mai visto giocare dal vivo. Ecco come si misura un mito, dalla sua capacità di suscitare una tale emozione per generazioni di appassionati di calcio, di coinvolgere anche i meno interessati a questo sport alla triste notizia della sua morte, di riunire attorno ad un dolore chi ama il calcio così come chi ama le avventure di una vita.

« Avrei potuto essere meno bravo di Pelé » (Maradona in un’intervista alla Rai, 1997).

Innanzitutto, bisogna ovviamente saper rendere omaggio al grande campione. Calciatore di unica genialità, Diego Maradona rimarrà per sempre come uno dei più grandi, il più grande per alcuni. Dribblatore assoluto dal baricentro eccessivamente basso, Diego sapeva dettare come nessun altro il ritmo di corse pazzesche, calvario delle difese, dotato di un fisico super tonico, di una vista perfetta e chiaramente di gambe d’oro, dalla sommità delle sue possenti cosce fino alla punta dei suoi piedi divini. Sì, divino, perché c’è qualcosa di mistico nel vedere Maradona giocare, una sorta di sensazione di onnipotenza, un’accelerazione fulminea, una decelerazione estremamente breve e un’inversione di direzione che spezza i fianchi.

È in Argentina che inizia la stravagante storia del ragazzo, nel club polisportivo di Buenos Aires, l’Argentinos Juniors, vicino alla baraccopoli di Villa Fiorito, dove il campione è cresciuto. Dopo un esordio straordinario e notevole, il giovanissimo Diego viene reclutato dal mitico club dei Boca Juniors dove, poco più che ventenne, nel corso di una stagione leggendaria accumula una serie di gol, segno di un talento che non ha aspettato molto tempo per esplodere davanti agli occhi della sua madrepatria.

A Barcellona, dove scopre l’Europa, tutto è meno naturale per il giovane prodigio, perché le sue buffonate, le provocazioni, il fascino disinvolto, i suoi momenti esagerati scuotono un’Europa calcistica dove le linee difensive sono ancora quelle che non esitano a far capire agli occhi degli esperti che il calcio non è solo un gioco.

Ma dopo l’esperienza a Barcellona arriva Napoli. Il sulfureo Sud Italia, una modesta società di calcio, una squadra creata appositamente per lui: Diego arriva nella Terra Promessa per compiere i suoi miracoli. Qui è riuscito a far vincere al Napoli il primo scudetto della storia della squadra, durante una stagione – quella del 1986-1987- assolutamente folle, proprio sotto il naso della leggendaria Juventus dell’immenso Michel Platini, un numero 10 alle calcagna dell’altro. Napoli è il luogo dove si delinea la sua leggenda, una città che lo ha divinizzato e dove la morte dell’idolo ha provocato uno shock inimmaginabile. A Napoli, la gente prega Diego proprio come prega Dio e dipinge Diego sui muri della città, nelle case, come se si dipingesse in una chiesa. Sì, una vera chiesa, come testimoniano magnificamente i commoventi omaggi offerti da una città il cui stadio porterà d’ora in poi il nome del suo idolo.

In Argentina, è soprattutto il passaggio ai Mondiali che abbaglia il cuore di un intero popolo quando, ai quarti di finale contro la nazione madre del calcio, l’Inghilterra, Maradona consegnò la partita più suggestiva. Un gol con la mano, la “Mano di Dio”, proprio davanti all’immenso Peter Shilton. Uno slalom pazzesco, il “gol del secolo”, che tuttavia ha permesso di condurre la debole squadra dell’Argentina verso la consacrazione mondiale. Una semifinale spettacolare contro il Belgio. Una finale contro la mitica Germania Ovest. Ed ecco l’Argentina di Diego sul tetto del mondo, un sogno d’infanzia, che nel 1971 all’età di undici anni alla trasmissione televisiva Sabados Circulares affermava: «Il mio sogno è giocare un Mondiale e vincerlo».

« Volevo fare una cura di riabilitazione negli Stati Uniti, ma Bill Clinton, con la sua testa a forma di thermos, mi ha rifiutato l’ingresso nel suo Paese » (Maradona al quotidiano sportivo “Olé”, nel 1999).

Si potrebbe e ci piacerebbe scrivere ancora per ore sull’immenso genio del pallone, esaltare le sue incredibili capacità fisiche, l’aspetto vigoroso di un toro con i piedi di seta, la capacità senza pari di prendere una squadra sulle proprie spalle, in un’epoca in cui, rispetto ad oggi, i talenti erano molto più diffusi nelle società di calcio.

Ma sarebbe disonesto non parlare dell’ombra, costantemente e meccanicamente ampliata dall’intenso bagliore di una carriera. Maradona è leggendario anche in quanto espone a chiunque i suoi difetti, specialmente quelli di un uomo troppo solo, o troppo male circondato, che si rifugia nella droga. La cocaina tormenterà la sua carriera, soprattutto negli anni successivi all’esperienza calcistica nel Napoli, con il tramonto che arriverà molto presto subito dopo il successo. Maradona viene poi più volte sospeso a partire dagli anni ’90 a causa dei controlli antidoping che rivelano consumi illegali. Il periodo a Siviglia lo indebolisce fortemente e la sua partecipazione ai Mondiali del 1994 è quella di un giocatore travolto dai suoi eccessi e sull’orlo di una nuova squalifica.

I contatti e gli impegni di Maradona sono travagliati anche sul piano politico e relazionale. A Napoli è molto vicino alla camorra e fa del fiammeggiante Guillermo Coppola il suo agente: la mafia gli fornisce protezione e consumo di cocaina, ma gli dà anche un’immagine internazionale ormai decaduta, quella di un uomo nelle mani dell’organizzazione criminale.
Meno sulfurea è la fortissima propensione politica a sinistra e n’è prova il rapporto molto stretto con Fidel Castro che gli farà scoprire Cuba, dove l’argentino troverà una casa, un sentimento di benessere, donne, coca, e lascerà strumenti ideali di rivendicazione per il regime, un’immagine deplorevole per gli Stati Uniti e alcuni bambini indesiderati.

La vita del D10S (contrazione di Dios e 10, il suo numero feticcio) è quindi quella di un uomo che è partito dal basso, ma proprio dal basso, ed è arrivato in alto, in cima. Un giocatore eccezionale è un idolo assoluto per intere generazioni di appassionati di calcio di tutto il mondo. Tra l’altro, per i non appassionati di calcio, è sicuramente il calciatore più noto. Uomo di eccessi da tutte le parti, Diego Armando Maradona è morto giovane, ma come lui stesso ha dichiarato in occasione dei suoi quarant’anni:

« Fino ad oggi ho vissuto 40 anni, ma ne valgono almeno 70. La mia vita è stata molto intensa: ho lasciato Villa Fiorito per raggiungere il tetto del mondo, lassù, in cima al successo. Ma una volta arrivato lì, ho dovuto cavarmela da solo ».

Immagine di copertina: Foto tratta da El Grafico, un ex mensile argentino, pubblicata il 29 giugno 1986 (immagine royalty free (+ 25 anni))

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