TRADOTTO DA CLAIRE SIRITO-OLIVIER E RILETTO DA LORENA PAPINI

Il conflitto afghano illustra tutte le difficoltà che delle truppe straniere hanno a occupare un paese, malgrado la loro superiorità tecnologica. Oggi, i recenti tentativi di trattative per la pace tra la presenza americana e il campo talebano hanno permesso a Kabul di sperare in una tregua nei combattimenti, che durano sin dall’inizio della “lotta contro il terrorismo” di Washington nel 2001. Questo stato di guerra, tuttavia, potrà cessare soltanto alla risoluzione della questione dell’identità propria alla nazione afgana contemporanea.

Un paese priva di un’autentica etnia nazionale

“ Non si trova une pietra che non sia stata tinta dal sangue” diceva il tenente generale Molesworth durante l’indipendenza afgana nel 1919. La nazione ha visto le sue frontiere determinate nel 1893 dalla linea Durand, tracciata dai coloni britannici. Delle zone tribali sono ugualmente state delimitate. Questi spazi autonomi ospitavano delle reti fondamentaliste molto inter-dipendenti. Gli abitanti di queste tribù cercano un’autarchia già largamente acquisita. Sono provienenti del popolo pashtun, un’etnia di lingua iraniana. Queste popolazioni tradizionali, a cavallo tra l’Afghanistan e il Pakistan, sono state disperse in questi paesi dai confini posti dagli inglesi. Eppure quest’ultima avrebbe dovuto farne una federazione grazie ai territori affidati ai clan. Il fenomeno si spiega con la decentralizzazione storica del Pakistan, plurietnico, come per il suo vicino sunnita.  L’Afghanistan è composto per il 40% di Patshun, Tagiki, Uzbeki e sciiti.

Il ritiro delle forze sovietiche contro la resistenza islamica afghana ha fatto nascere il movimento talebano nel 1994. Questi individui sono dei contadini patshun opposti al confine stabilito nel XIXesimo secolo. Hanno controllato Kabul dal 1996 al 2001.

L’intervento dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) dopo l’11 settembre 2001 ha permesso di restaurare un potere percepito dai talebani come “il burattino degli Stati Uniti”. Sono convinti che l’Afghanistan debba diventare un santuario patshun di diritto tribale. Oggi, i patshun dell’Afghanistan rimangono influenzati da questo legame tra etnia e fede. Coloro che vivono nelle campagne valorizzano la loro fede islamica storica, mentre i cittadini, meno esposti all’influenza talebana, accettano il multietnicismo.

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Un soldato afgano di pattuglia nelle capitale Kabul, Jalil Rezayee, EPA, 3 agosto 2017. Pubblicazione della fotografia di Jim Michaels sul sito Mansfield News Journal, 15 dicembre 2019.

Il fallimento di uno Stato afgano, incubatore di reti terroristiche

Il popolo patshun rimane separato da una frontiera : il Pakistan favorisce i Kashmir contro l’India anziché i talebani. Questi ultimi tentano di attrarre la minorità patshun pakistana allo scopo d’instaurare uno Stato totalmente patshun. La prevalenza delle usanze islamiche tra i talebani ha motivato il trasferimento di combattenti in Afghanistan.

La minoranza sciita, ad esempio, è stata il bersaglio di un attentato il 6 marzo scorso da parte del “Khorasan”, lo Stato islamico afgano, presente dal 2015, che pensa che che l’etnia patshun debba imporre un Islam esclusivamente sunnita. I suoi attacchi si distinguono per un anti-sciismo che tenta di alimentare le tensioni tra etnie, per indebolire l’altro campo. La sua pericolosità ha condotto l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) a classificarlo come “terrorista” tramite una risoluzione in gennaio.

Il gruppo si esporta, ed è composto da veterani d’Iraq e Siria. Più moderati, i talebani invocano anche l’argomento patshun, ma non si attaccano mai alle minoranze religiose, molto marginali in Afghanistan.

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Defezione di militanti talebani allo Stato Islamico in Afghanistan “Khorasan”, alle fine del 2015. Fotografia originale di Boris Rozhin, pubblicata sul blog « Colonel Cassad », 6 dicembre 2015. 

Delle discussioni tumultuose, indizio della sconfitta americana in Afghanistan

Questa violenza complessa sottolinea la tensione creatasi intorno all’accordo di Doha del 27 Febbraio tra Americani e Talebani, che negoziano per la pace dal 2018. Sebbene la tregua di nove giorni conclusa con i talebani sia stata revocata, questi ultimi si erano impegnati a non attaccare le forze della NATO schierate dal 2001. Ormai attaccano solo le truppe afghane. La ripresa degli attacchi è stata motivata dal rifiuto di scambi di prigionieri. Questo ha spinto la NATO ad effettuare un “attacco difensivo” il 4 marzo sulle posizioni talebane.

Lo stato maggiore dei talebani concepisce la pace secondo le sue esigenze. In effetti, la squadra di negoziatori proposta da Kabul, che include ex-signori della guerra, è stata rigettata. Richiedono la rappresentanza di Abdullah Abdullah, sostenitore di un regime parlamentare. Questa sostituzione ha spinto il governo a proporre la liberazione ad inizio agosto di 1 500 talebani, al posto del centinaio suggerito dall’ONU.

Questa proposta è stata rifiutata dai talebani il 7 aprile : “Abbiamo inviato una squadra tecnica alla Commissione dei prigionieri di Kabul per identificare i nostri detenuti. Sfortunatamente la loro liberazione è stata rimandata fino ad adesso. La nostra squadra tecnica non parteciperà più a delle riunioni sterili.” Questa questione è pertanto il prerequisito al proseguimento delle concertazioni.

I talebani hanno bisogno di riconoscimento. Un ritorno con la forza sarebbe condannato. La loro partecipazione a un governo d’unione nazionale sembra l’unica opzione. Facendo questo, le loro operazioni proseguirebbero. Sarebbero attivi nel 60% del territorio.

Un conflitto senza fine, portatore di catastrofi

I gruppi insorti acquistano visibilità : il Khorasan, che ha trovato rifugio in Afghanistan, moltiplica gli attacchi contro le minoranze. Il paese sembra molto indebolito, come mostra il COVID-19. In effetti, i depistaggi sono deboli, e il rimpatrio dei rifugiati compromette la quarantena.

La pandemia impedisce il ritiro delle forze internazionali. Riguardo al compromesso di Doha, Washington si è impegnato al ritiro di 16 000 membri del personale della NATO entro la metà del 2021, e di 12 000 soldati americani prima della fine dell’anno.

Un problema storico di ordine interno

La pace in Afghanistan sembra eternamente rimandata, malgrado il ritiro delle unità straniere. Il processo di pacificazione prosegue a velocità sostenuta, lo testimonia l’entusiasmo del ministro indiano degli Affari esteri per la visita dell’inviato per la pace Zalmay Khalizad questo 18 febbraio.

Così, la questione patshun sembra insolubile : le avanzate talebane non sono decisive, ma una negoziazione rapida sembra incerta, malgrado un primo scambio di prigionieri il 13 aprile scorso. La maggioranza del “popolo” afghano non capisce veramente questa inversione di rotta verso la pace, e questa violenza rimane ancorata alla semplice visione d’insieme del loro paese.

Credito fotografico : fotografia del giornalista Bryan Denton per il New York Times, dall’articolo di David E. Sanger nello stesso giornale, in data del 19 maggio 2012

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