Quote di rifugiati: l’Ungheria deve attenersi alle istruzioni

TRADOTTO DA CHANTAL DORN E BENEDETTA MARIA CAIAZZO

Circa due anni dopo la costruzione del muro anti-migranti ai confini tra Ungheria e Serbia e in seguito alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 6 settembre 2017, è necessario un bilancio della politica del primo ministro ungherese, Viktor Orbán.

La solidarietà, «fondamento della costruzione europea», riaffermata con determinazione dalla CJUE

La recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea – «CJUE 6 sett.. 2017, Slovacchia c. Consiglio, aff. C-643/15 e C-647/15» – del 6 settembre 2017, pone fine al dibattito sulla crisi migratoria nell’Unione europea. Bersaglio diretto: la politica migratoria sviluppata dal primo ministro ungherese, Viktor Orbán.

Si ricorda che in reazione all’istituzione di un meccanismo provvisorio di ricollocazione dei richiedenti asilo in arrivo in Grecia e in Italia attraverso il voto delle quote migratorie del Consiglio europeo nel 2015 – decisione 2015/1601, Consiglio dell’UE, 22 settembre 2015-, l’Ungheria e la Slovacchia avevano contestato questa decisione davanti alla più alta giurisdizione dell’Unione europea. Quest’ultima aveva però respinto il ricorso e giudicato necessarie e adeguate le misure provvisorie fissate dall’UE riguardanti le quote di rifugiati.

In questo modo la CJUE ha riaffermato il principio di solidarietà e di giusta ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri in virtù dell’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE). Questa sentenza della CJUE è vincolante per tutti gli Stati membri dell’Unione europea. L’Ungheria e la Slovacchia non hanno quindi altra scelta e devono conformarsi alla posizione europea. Yves Bot, avvocato generale alla CJUE, rivendica con forza e senza equivoci il fatto che la solidarietà in quanto «quintessenza di ciò che costituisce la ragion d’essere del progetto europeo e allo stesso tempo il suo obiettivo »  e  « principio esistenziale e fondatore dell’Unione», rappresenta la prima esigenza di tutti gli Stati membri dell’Unione europea.

Budapest non abdica

Non intenzionata a sottomettersi, Budapest rifiuta categoricamente l’esito della sentenza della CJUE. Sono presenti forti opposizioni sia nella cerchia ministeriale sia, in parte, nella stampa ungherese vicina al governo.  Péter Szijjarto, ministro degli Esteri ungherese, crede infatti che questa decisione sia «irresponsabile», di carattere «politico» e che «minacci la sicurezza di tutta l’Europa». Promette inoltre che l’Ungheria «continuerà a battersi contro le quote obbligatorie di ricollocazione».

Nel quotidiano ungherese Magyaz Idök -pro-governativo- il giornalista Zsoltz Bayer, ritenuto razzista, testimonia con virulenza il rifiuto della decisione europea: «Molto tempo fa l’Europa occidentale creò un gigantesco impero coloniale. Il Regno Unito, la Francia, la Spagna, I Paesi Bassi, il Belgio e persino l’Italia avevano delle colonie. Questi paesi hanno distrutto senza pietà le civiltà e le loro culture… Oggi questo impero coloniale presenta la fattura ai sui antichi schiavisti. Ma il peggio di tutto questo affare è il fatto che l’Occidente abbia deciso di ripartire in modo uguale in tutta l’Unione Europea tutto il sudiciume e i peccati di cui è colpevole. Tutto questo è ingiusto e disgustoso». Ricordiamo che il Primo ministro ungherese, Viktor Orbán, alcuni mesi fa si compiaceva del fatto che l’Ungheria «continuasse ad essere una delle ultime regioni d’Europa senza migranti». Non c’è da meravigliarsi di fronte a tale rifiuto per uno Stato che ritiene di essere il guardiano della cristianità europea.

Diffidenza tedesco-ungherese e europea: quale futuro nell’UE per l’Ungheria?

All’interno dell’Unione europea, la reazione ungherese rispetto al verdetto europeo è stata particolarmente disconosciuta dalla Germania. Intervistata il 10 settembre 2017 dal quotidiano berlinese, Berliner Zeitung, Angela Merkel ha descritto il rifiuto dell’Ungheria di conformarsi alla sentenza della CJUE, come «inammissibile» e « in grado di compromettere il suo statuto di paese membro dell’Unione. »

Il quotidiano tedesco di orientamento centro-sinistra, Süddeutsche Zeitung, ha parlato dell’ipotesi di una «opzione nucleare» attraverso l’avvio di una procedura d’infrazione contro l’Ungheria e la Polonia, eludendo così la possibilità di far esercitare il diritto di veto alla Polonia.

Quando, recentemente, Viktor Orbán ha chiesto alla Commissione europea il finanziamento della metà dei costi per la costruzione del muro anti-migranti che considera come un «confine esterno dell’UE», Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, ha risposto in modo pungente che la solidarietà «non è un piatto del menù».

Sembra chiaro che il risultato della politica ungherese sia stata la perdita di fiducia, o addirittura la diffidenza da parte degli Stati occidentali. Di fronte a un’Europa fino a quel momento paziente, queste ultime reazioni risuonano però come degli avvertimenti nei confronti di Budapest.

Il mondo al contrario

Tuttavia nel momento in cui la solidarietà viene dichiarata come principio fondante dell’Unione, un nuovo fenomeno noto, diffuso da Franceinfo (radio francese ndt.) a inizio novembre, segna il contrappunto della politica europea. Infatti alcune «persone attive prossime alla pensione o in pensione» stanche dei flussi migratori in Germania, delle aggressioni commesse da questi ultimi e più generalmente della politica della Merkel, hanno deciso di trasferirsi in Ungheria nei pressi del lago Balaton, paese che considerano più sicuro della loro terra d’origine.

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