[Reportage] Femminicidi: un confronto tra i Paesi europei

Les féminicides constituent un réel problème de société aujourd’hui en France, mais qu’en est-il des autres pays européens comme l’Allemagne ou l’Espagne?

Tradotto da Letizia Garlatti, riletto da Lorena Papini

I femminicidi costituiscono un vero problema sociale nella Francia odierna, ma che ne è degli altri Paesi europei, quali Germania o Spagna?

Cos’è un femminicidio?

Innanzitutto, cos’è un femminicidio? Molti ancora si domandano quale sia il vero e proprio significato di questa parola, che occupa un posto sempre più importante sulla scena mediatica. E perché non utilizzare la parola “omicidio”, invece? Il termine “femminicidio” solleva delle domande ed è sicuramente una delle sue funzioni. Oltre ad attirare l’attenzione sulla sua radice “femmina”, è stato al centro di dibattiti che hanno avuto luogo soprattutto nel mese di marzo 2020, in particolare nella giornata internazionale per i diritti della donna l’8 marzo.

La parola “femminicidio” è la traduzione dell’Inglese “feminicide”, reso popolare da due femministe: Jill Radford e Diana Russell, che nel 1992 hanno pubblicato il libro Femicide, The Politics of Woman Killing (“Femminicidio – L’aspetto politico dell’omicidio delle donne”). Il termine è stato aggiunto a Le Petit Robert solo nel 2015. Il femminicidio è l’omicidio di una donna o di una giovane ragazza per il solo motivo di essere femmina. L’omicidio può essere commesso da chiunque. L’assassino, dunque, non è per forza un uomo. Così, un femminicidio è l’omicidio di una donna, allo stesso modo in cui un infanticidio è l’assassinio di un bambino, eccetera.

“Nonostante il recente impegno del governo francese a lanciare un dibattito maggiore sulle violenze coniugali per contrastare le violenze sulle donne, il termine “femminicidio” non è ancora riuscito a trovare il proprio posto nel Codice penale”, precisa l’ONU. Sembra che questa parola cominci a prendere piede nel linguaggio comune, in particolare negli ambienti studenteschi. Al contrario, sembra che i media ancora preferiscano l’espressione “crimine passionale”. Purtroppo, questa espressione romanticizza l’atto.

Secondo l’ONU, nel 2017 sarebbero stati commessi circa 65000 femminicidi a livello mondiale. Avere dati precisi è quasi impossibile, in quanto la parola “femminicidio” non figura in tutti i dizionari e codici penali delle nazioni. Tutti questi crimini non sono perciò classificati come tali. Secondo le classifiche realizzate dall’ONU, pare che in Francia ci siano stati 109 femminicidi “coniugali” nel 2017. Contando le coppie non sposate, il numero salirebbe a circa 130 femminicidi. L’anno seguente, il numero delle vittime di femminicidio è stato 121. Il gruppo femminista francese “Nous Toutes” (nota del traduttore: “tutte noi”) sostiene che ci siano state 151 vittime di femminicidio nel 2019. Si può dunque notare un certo aumento tra il 2018 e il 2019. Tuttavia, questo studio sulle cifre annuali è stato avviato già nel 2006. Una diminuzione generale è stata osservata tra il 2007 e il 2019, ma tale tendenza rimane soltanto all’interno di un margine di variazione da 10 a 15 persone. La parola “femminicidio” assume così un senso associato alla coppia o all’ex-coppia e non più solo all’omicidio di una donna, dovuto alla sua condizione femminile.

Il dibattito sul femminicidio non è riservato alla Francia ma si è esteso a tutto il territorio europeo. Mettendo a confronto i Paesi europei tra loro, è possibile notare che la Francia si trova tra le nazioni peggiori in classifica: infatti, occupa il penultimo posto, prima della Germania.

La Germania, Paese europeo dai numeri spaventosi

Soltanto nel 2017, il gruppo Eurostat ha registrato 189 casi di femminicidio in Germania, il Paese europeo con il più alto tasso di omicidi di donne, appena prima della Francia. Il termine “femizid”, traduzione letterale di “femminicidio”, è però sempre più utilizzato dai media tedeschi. Ciò può eventualmente essere segno di una certa presa di coscienza collettiva.
Tuttavia, una denuncia rimane attuale: la mancanza di posti nei centri di accoglienza per le vittime. La Germania possiede 2000 posti in più della Francia (7000 in tutto) ma i centri sono pieni e non possono accogliere nuove persone. Secondo Christian Stolle, responsabile dell’associazione Terre des Femmes (nota del traduttore: “Pianeta delle donne”) intervistata dal canale televisivo France 2, “la Germania rimane un Paese molto patriarcale”. Stolle sottolinea come la violenza sulle donne sia spesso legato ad uno stato di disparità. Infatti, in Germania molte donne non lavorano, o lo fanno a tempo parziale. Al contrario, in Francia il numero delle lavoratrici è più elevato.

Angela Merkel ha recentemente sbloccato 35 milioni di euro per finanziare una campagna di sensibilizzazione, oltre a posti di accoglienza. Sembra possibile, quindi, constatare un’evoluzione positiva sull’argomento, un impegno del governo riguardo del problema delle violenze ed un riconoscimento di quest’ultime. Inoltre, le notizie sui femizid sono sempre più diffuse dai media. Inoltre, nuove misure sono in fase di discussione per adattare le strutture alla domanda. Eppure, è difficile trovare misure esatte, o decisioni giuridiche concrete per contrastare i femminicidi.

La questione dei femminicidi in Spagna e il caso di Ana Orantes

Un Paese il cui numero di femminicidi ha evidenziato un’evoluzione positiva è la Spagna, considerata un pioniere nella lotta alle violenze sulle donne. Nel 2004, questo argomento ha iniziato ad attirare l’attenzione ed è diventato un vero e proprio dibattito nazionale. In seguito, nel 2008, sono state prese misure legislative per contrastare il fenomeno delle violenze di genere.

La pietra angolare del movimento sociale spagnolo contro le violenze coniugali risale al 1997. In un’emissione televisiva locale andalusa, una donna sulla sessantina era stata invitata a denunciare le violenze coniugali che aveva subito da parte del marito nell’arco di quarant’anni. La donna, Ana Orantes, fu ritrovata assassinata nel suo giardino meno di due settimane dopo la diffusione del programma. Il marito l’aveva ricoperta di benzina e bruciata viva. Questo evento tragico è stato vissuto come un elettroshock dalla popolazione spagnola.

                                           

Nel 2004, la Spagna ha creato tribunali speciali che si occupino esclusivamente di questioni di violenze coniugali commesse da uomini sulle donne. In queste corti, vittime e accusati affrontano il processo. Tale procedura è stata creata col fine di agire rapidamente. Se le prove contro l’accusato sono giudicate sufficienti, viene organizzato un processo entro una quindicina di giorni. Se l’udienza dura a lungo o viene rimandata, l’accusato è messo in detenzione provvisoria.

Se le prove sono inconfutabili, è possibile trovare un terreno d’intesa prima del processo. L’accusato può, allora, dichiararsi colpevole e la condanna viene ridotta. Ciononostante, la vittima rimane sotto protezione, poiché vengono stabiliti divieti di entrare in contatto con la vittima, tramite ordinanze restrittive. Un altro punto importante da evidenziare è il fatto che non è sempre la vittima ad agire contro l’accusato. Perché venga avviato un processo, la persona non ha effettivamente bisogno di denunciare l’autore delle violenze. Lo Stato stesso agisce contro l’accusato. Ciò permette una maggiore protezione delle vittime, che spesso non osano o non possono permettersi di sporgere denuncia per paura delle conseguenze.

Questo sistema è stato avviato in Francia solo di recente, nonostante fosse richiesto da molto tempo. Il problema era che, se una donna non denunciava, l’autore delle violenze non poteva essere indagato. Con uno Stato che interviene, però, esistono ripercussioni legale, anche se la vittima non espone nessuna denuncia.

La pena in Spagna è una pena carceraria o il servizio alla collettività. Anche la copertura mediatica è cambiata per dare importanza alle donne che subiscono violenze e perdono la vita. Nei giornali, ad esempio, tali notizie, che tradizionalmente si trovavano nella rubrica dei fatti di cronaca, hanno ormai i propri titoli, il proprio posto.

Così, è possibile notare un certo miglioramento, grazie a diversi fattori. Tra questi, i tribunali specializzati precedentemente menzionati, o gli aiuti alle donne che abbiano un congiunto violento, e ancora, ordinanze restrittive e braccialetti elettronici. Inoltre, 10000 centralini telefonici sono stati organizzati per le urgenze. In Francia, invece, ne esistono solo 3000. Si può dunque dire, o almeno pensare, che sono le decisioni politiche, più precisamente quelle legislative, a permettere di migliorare la situazione attuale a livello delle violenze coniugali. Infine, la Spagna stanzia 200 milioni di euro all’anno alla lotta ai femminicidi. Per quanto riguarda la Francia, il budget dedicato è di 79 milioni di euro.

Ho avuto l’opportunità di intervistare una giovane ragazza spagnola che ha vissuto in Francia. Mi ha dato la sua opinione sulla questione dei femminicidi e il modo in cui Francia e Spagna gestiscono questa crisi.

L’intervista a Paula, studentessa spagnola in Francia

Ana Orantes 1997: decesso e dibattito sono avvenuti nella tua prima infanzia, ma ne hai sentito parlare? Qual è stato l’impatto mediatico, che ruolo può aver avuto?
“Sì, ho sentito parlare di quel caso. In Spagna, quella storia è conosciuta per essere stato il caso che ha permesso di aprire gli occhi sul problema delle violenze coniugali. E’ una storia triste ma è grazie alla larga copertura mediatica del caso che la gente ha preso coscienza della gravità del problema in Spagna.”

Hai notato una differenza tra Francia e Spagna nella copertura mediatica di questo argomento? E nel discorso pubblico (tra la gente, gli studenti, ecc.)?
Quando sono arrivata in Francia, cinque o sei anni fa, l’idea del femminismo non era molto ben vista, da quello che ho provato. Autoproclamarsi femminista era difficile, perché la gente tendeva a percepirlo in maniera negativa. Al contrario, in Spagna, non dichiararsi femminista era mal visto nella mia cerchia di conoscenze. Per quanto riguarda i femminicidi, mi avevano scioccato molto, perché in Spagna, da quando sono piccola, in televisione o nelle notizie, se una donna moriva sotto le mani di un aggressore maschile o se si trattava di violenze sessiste, l’omicida era contato fra le violenze maschiliste e i media ne parlavano subito. Tutti sono a conoscenza di questi numeri. In Francia non è così, forse c’è stato un cambiamento solo dal 2019. Ho fatto le mie ricerche e ho notato che, invece, non c’erano cifre precise sui femminicidi in Francia. Esistono alcuni studi al riguardo ma non sono numerosi e contano solo gli omicidi di donne commessi dai loro congiunti ed ex-congiunti e non il resto degli assassini di donne. Personalmente, penso di aver capito che in Francia le persone non trovano che ci sia bisogno di femminismo, perché le violenze non sono visibili. Ritengo che fosse un po’ come la Spagna prima dell’omicidio della signora Orantes, di cui mi hai parlato nella prima domanda. La gente non si rendeva conto delle violenze, non riteneva che queste leggi anti-femminicidio fossero necessarie. Non era cosciente della realtà e dei numeri di violenze e femminicidi. Bisogna parlare di femminicidi in questo contesto, e non di violenze coniugali. Mi ricordo anche, da parte dei media, che i media francesi non parlavano di violenze. In Spagna, se ne sentiva parlare tutto il tempo.
Allo stesso modo, avendone preso parte, mi rendo conto che il numero di manifestanti agli eventi dell’8 marzo è molto più alto nelle città spagnole che in quelle francesi, il ché resta un fattore maggiore. Per me, questa rimane la questione più importante: le persone, gli studenti, non si pongono domande, se non sono i media ed il governo a parlarne. Se non si parla di problemi seri come i femminicidi, perché’ aver bisogno del femminismo? La gente ha cominciato a parlarne solo di recente e si rende conto che le violenze esistono. In Francia, il discorso rimane in sordina, non esistono davvero discussioni sul soggetto, neanche tra donne. C’è un gran bisogno di parlare chiaro, perché le vittime non si sentano sole e non si considerino dei casi a parte. E’ la differenza che noto con la Spagna: le persone parlano delle violenze e ne prendono coscienza.”

In Spagna, fin dal 2000 sono state emanate leggi per contrastare il problema dei femminicidi e il numero di donne uccise annualmente è passato da 76 nel 2008 a 47 nel 2018. Pensi che operare secondo i termini di legge sia il modo migliore di affrontare il problema? Se sì, perché’?

“Credo che la legislazione sia importante ma bisogna anche istruire! E’ importante parlarne con i più giovani. I femminicidi in Spagna non sono scomparsi e non penso che l’educazione sarà la chiave per diminuire ulteriormente il numero dei casi di violenza. Tuttavia, non c’è solo l’educazione dei giovani, anche quella dei poliziotti che raccolgono le denunce è importante. E’ necessario che sappiano come reagire e intervenire nel caso in cui si trovino di fronte a casi di violenza coniugale. Ed anche l’educazione di tutti gli attori presenti quando le donne sporgono denuncia. Ritengo che succeda già in Spagna, ma bisogna ancora migliorare.”

Sta prendendo piede la teoria che il numero delle violenze sulle donne, o degli uomini, o delle aggressioni sessuali aumenti perché si parla chiaro e, quindi, le statistiche non siano indicative della realtà. Cosa ne pensi?
“Non supporto affatto questa teoria. Le statistiche in Francia non sono reali perché non registrano la realtà dei femminicidi. Per esempio, si possono guardare le immagini d’archivio del gruppo INA, in cui dei giornalisti chiedevano a degli uomini se questi picchiassero le mogli negli Anni ’70 e molti di loro – all’epoca non era una vergogna – rispondevano di sì. Oggi, è un atto mal visto e se si tace, ma ciò non significa che le violenze siano finite. Il numero non è aumentato probabilmente ma ora è sotto gli occhi di tutti e si presenta come un iceberg: esiste la parte emersa del problema ma c’è tutta una parte sommersa, nascosta, che non si vede e di cui non si parla.”
“Anche le donne, vedendo che altre donne ne parlano, trovano il coraggio di esprimersi a loro volta. Quando in televisione si vedono donne che ne discutono, donne famose, forti e capaci di andare avanti, ci si dice che anche noi possiamo farlo. Sono d’accordo su una cosa, che le statistiche non siano indicative della realtà. Penso che, in Francia, se si cominciano a registrare i numeri, quelli veri, tutti ne saranno spaventati. Inoltre, se il modo in cui le donne possono denunciare venisse cambiato, e diventasse più accessibile, farebbe una grande differenza. Esistono chiaramente, come dappertutto, persone malvagie che potrebbero denunciare solo per “importunare” i mariti eccetera, ma tale numero rimane infimo.”

Per concludere, pensi che la condanna alla prigione sia adeguata?
“Personalmente, ritengo che il problema di questa domanda sia che non ho un’opinione precisa. Ci sono molte cose da giudicare in quell’ambito. Bisognerebbe spingere ad inserire corsi di integrazione e di rieducazione per gli uomini condannati per violenza o omicidio di donne? Credo di sì. O a cosa serve la prigione? Ma d’altra parte, è complicato per le famiglie che non vogliono più rivedere queste persone in giro… Il tema è molto vasto e meriterebbe uno spazio a parte!”

La situazione attuale

Il virus COVID-19 ha reso obbligatorio un confinamento in molti Paesi. Di fronte a tale situazione, si è creata inquietudine all’interno dei gruppi femministi e di lotta contro le violenze coniugali: quella per le vittime confinate con i loro carnefici.
Una diminuzione del 30% è stata recentemente registrata sulle linee telefoniche di aiuto, come il 3919, numero di aiuto contro le violenze. A prima vista, sarebbe possibile pensare che il problema si sia attenuato. Invece, al contrario, le chiamate diminuiscono perché’ le vittime non possono più assumersi il rischio di parlare a causa del confinamento. In effetti, i media francesi hanno evidenziato un aumento delle violenze coniugali del 30%.

Durante il confinamento, per tali vittime o potenziali vittime di violenze è ovviamente vietato fuggire dal proprio domicilio. Eppure, con la mancanza di posti nei centri di accoglienza, il problema rimane lo stesso: dove andare? Il gruppo “Collages féminicides Paris”, tra gli altri, ha chiesto al governo un rafforzamento del dispositivo di ascolto 3919 “Violenze Donne info”. Tale dispositivo, in azione dal primo gennaio 2014, è gratuito da un telefono fisso. Il gruppo ha anche richiesto posti supplementari nei centri di accoglienza, oltre alla presa a carico di eventuali notte passate in albergo dalle vittime di violenze. Ad oggi, il termine “femminicidio” non appare nel Codice penale francese.

Durante il confinamento, è stata emessa un’ordinanza di protezione per venire in aiuto delle donne vittime di violenze coniugali. Questa ordinanza può essere ottenuta senza aver denunciato ed è firmata da un giudice degli affari familiari. Permette l’allontanamento dal congiunto violento, con l’imposizione di un nuovo luogo di confinamento. E’ anche possibile richiedere l’ordinanza online. Tuttavia, rimane più efficace contattare un’associazione di accompagnamento delle donne vittime di violenze, come Solidarité Femme o Planning Familial, tra le altre. Oggi in Francia, 33 donne sono già decedute a partire dal primo gennaio 2020 (dati aggiornati il giorno 6 maggio 2020).

In Germania, circola una petizione da novembre 2019 per spingere il governo a reagire di fronte all’inquietante statistica di un decesso ogni tre giorni, “Stoppt das Töten von Frauen #saveXX”. La parola “feminizid” non è sempre riconosciuto in Germania, effettivamente. Uno studio avrebbe permesso di provare che ci sarebbero stati almeno 251 femminicidi nel 2019. Tuttavia, i poliziotti tedeschi non classificano le violenze in base al motivo, il che può far pensare che ce ne siano state molte di più.

I gruppi rivendicano l’applicazione della Convenzione di Istanbul, un trattato internazionale del Consiglio d’Europa. Questo documento sulla prevenzione e la lotta alla violenza sulle donne e alla violenza domestica è stato aperto alle firme nel 2011, e firmato da 46 stati nel 2018, tra cui l’Unione Europea. Tale convenzione mira ad eliminare tutte le forme di violenza sulle donne, incluse le violenze coniugali e i femminicidi in generale. Essa ha un effetto giuridico vincolante per gli Stati firmatari del trattato, ed offre soprattutto un quadro giuridico completo per prevenire le violenze, proteggere le vittime e mettere fine all’impunità degli autori di violenze.

L’allestimento di un sistema di aiuto ed allarme per le donne confinate viene ugualmente invocato. Infatti, i posti nei rifugi di accoglienza per donne che abbiano subito violenze sono ancora estremamente scarsi (mancano circa 15000 posti).
La Spagna è stato il primo Paese a reagire di fronte alla possibilità’ dell’aumento delle violenze domestiche durante il periodo di confinamento. Più precisamente, è stato il governo delle Isole Canarie ad essere il più reattivo. Un sistema di allarme è stato avviato a partire da metà marzo, chiamato “Mascarilla-19”. Infatti, basta chiedere una “Mascarilla-19”, tradotto letteralmente come una “Mascherina-19”, in farmacia. Si tratta, in realtà, di un codice per cui il farmacista o la farmacista contattino subito il 112, il numero di emergenza in situazioni di violenza.

                                       

Questa campagna è stata condivisa velocemente sui social media. In seguito, è stata estesa alle regioni di Madrid e Valencia ma è risuonata anche a livello internazionale. In Francia, il Ministro dell’interno si è ispirato alla Spagna per avviare un dispositivo di allarme in farmacia e permettere l’intervento delle forze dell’ordine.

Numeri da contattare in caso di violenza:
39 19 “Violences Femmes infos” per qualsiasi tipo di violenza: coniugali, sessuali, matrimoni forzati, mutilazioni genitali femminili, violenze sul lavoro: anonimo, numero gratuito da telefono fisso o da un cellulare in città, linea disponibile da lunedì a venerdì, dalle 9 alle 22, e sabato e domenica e giorni festivi dalle 9 alle 18.
0 800 05 95 95 “SOS Viols Femmes Informations”: anonimo, gratuito da telefono fisso dal lunedi’ al venerdi’ dalle 10 alle 19.
119 “Allô enfance en danger”: gratuito, disponibile 24/24h e 7/7giorni.
Per ulteriori informazioni, visita il sito del governo: https://www.gouvernement.fr/ o direttamente il sito di Solidarité Femmes: http://www.solidaritefemmes.org/

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