Sudan del Sud: allarme UNICEF sui bambini rapiti dai gruppi armati

TRADOTTO DA CLAIRE SIRITO-OLIVIER E CORRETTO DA BENEDETTA MARIA CAIAZZO

Lo Stato più giovane del pianeta – l’età media è di 17 anni – vive una guerra civile devastatrice generata dalla lotta interna del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan (SPLA), che è a capo del Paese dal 9 luglio 2011, data della sua stessa indipendenza. Questa guerra vede opporsi il presidente del Sudan del Sud, Salva Kiir e il suo vicepresidente, Riek Machar, appartenenti ai due principali gruppi etnici del paese: i Dinka per Salva Kiir e i Nuer per Riek Machar.

Le Nazioni Unite sono preoccupate per la sorte dei bambini presenti nel conflitto. Dall’inizio della crisi sarebbero, infatti, più di 16.000 i minori ad aver preso parte forzatamente ai combattimenti.

Il sogno che avevamo in comune per i bambini di questo giovane paese si è trasformato in un incubo […]. A questo punto precario della breve storia del Sudan del Sud, l’UNICEF teme un aumento nel reclutamento di bambini.  Il vicedirettore dell’UNICEF, Justin Forstyn, ha descritto la situazione dei minori sudanesi con parole allarmanti dopo il suo rientro da una missione a Bentiu, nel nord del paese, e nella capitale Giuba nel 2016.

Una situazione di crisi

Dal 2013 più di 16.000 bambini sarebbero già stati forzati dai gruppi armati ribelli ad arruolarsi, pertanto l’ONU ha suonato il campanello d’allarme affermando che un “nuovo picco” era stato raggiunto l’anno scorso. Questo aumento si spiegherebbe con l’inasprimento delle violenze armate che oppongono il governo di Giuba del presidente Salva Kiir ai ribelli diretti dal suo ex rivale ed ex vicepresidente Riek Machar.

Nel 2015, l’UNICEF aveva coordinato la liberazione di 1.775 ex bambini soldato nella regione del Grand Pibor tramite la più grande operazione di demilitarizzazione di minori mai organizzata. Mahimbo Mdoe, rappresentante dell’UNICEF in Sud Sudan, aveva allora dichiarato: “Speriamo che [questa] liberazione […] sia seguita da molte altre affinché i 16.000 bambini che sono ancora nei ranghi dei gruppi armati possano tornare dalle loro famiglie”. Continua affermando: “I bambini del Sudan del Sud hanno bisogno di sicurezza, di protezione e di opportunità. La nostra priorità è di rimandarli a scuola e di fornire servizi alle loro comunità affinché possano intravedere un futuro migliore”.

La gioventù sudanese di fronte a «supplizi orribili»

La ripresa dei combattimenti e dei reclutamenti ha indebolito così tanto i progressi compiuti in precedenza, che l’UNICEF invoca regolarmente l’immediata cessazione del reclutamento e la liberazione incondizionata di tutti i bambini nei gruppi armati. Secondo l’organizzazione mondiale, i bambini continuerebbero però, ad essere reclutati e sfruttati da gruppi di forze armate a discapito del movimento politico generale che si batte per mettere fine a questa pratica. “I bambini continuano a vivere orribili supplizi” ha dichiarato Forsyth, che ha poi aggiunto: “Recenti informazioni indicano il dilagare delle violenze sessuali su donne e bambine. L’uso sistematico dello stupro, dello sfruttamento sessuale e dei rapimenti come armi da guerra in Sudan del Sud devono cessare immediatamente, così come l’impunità di tutti i colpevoli.”.

Gli arruolamenti si svolgono mentre il paese attraversa un periodo di caos, marcato non solo dalla malnutrizione generale ma anche dai rischi di carestia in certe regioni. Dall’inizio dei combattimenti, l’UNICEF ha registrato oltre 900.000 bambini trasferiti all’interno del paese, circa 13.000 sono stati dichiarati dispersi o separati dalle loro famiglie, più della metà non è scolarizzata e 250.000 tra loro soffrono di malnutrizione.

Uno Stato ricco di petrolio teatro dello scontro sino-americano

Crediti: Diploweb.fr

Pur ottenendo la sua indipendenza nel 2011, il Sudan del Sud ha ugualmente ereditato l’80% delle riserve petrolifere dell’ex Sudan. Nel suo studio, Severin Tchetchoua Tchokonte, assistente in scienze politiche dell’università di Maroua, mostra come l’indipendenza del Sud Sudan sia il risultato della diplomazia americana piuttosto che del desiderio d’indipendenza del popolo sud sudanese.

L’ex consigliere alla sicurezza nazionale americana, Susan Rice, affermava già nel 1996 che “il Sudan [era] l’unico Stato africano subsahariano a costituire una minaccia per gli interessi e la sicurezza degli Stati Uniti”. Secondo il suo parere, il regime di Khartoum “doveva cadere”, poiché considerato come “sostenitore del terrorismo” dopo il soggiorno di Bin Laden tra il 1991 e il 1996.

C’è stata poi una vera “diplomazia delle risorse” quando, all’inizio del XXI secolo, la Cina stava accrescendo la sua potenza e, necessitando di maggior energia, si alleò col governo di Khartoum. La Cina, le cui importazioni di petrolio grezzo provenivano per il 10% dal Sudan, costituiva dunque un problema per la diplomazia americana. La dipendenza di fronte ai fornitori stranieri, combinata alla nazionalizzazione del petrolio da parte di Hugo Chavez nello stesso periodo, hanno spinto la totalità della classe politica americana a ridefinire le nuove zone d’interesse strategico per i suoi approvvigionamenti di energia.

Per riuscirci, l’ex ministro della sicurezza interna israeliano affermava, senza farne mistero, che: “Bisogna[va] evitare che il Sudan diventasse una potenza regionale capace di influenzare l’Africa e il mondo arabo […], pertanto ci sono negli USA delle forze importanti che, per ottenere l’indipendenza del Sud Sudan sarebbero stati favorevoli ad un intervento in Sudan e in Darfur, sul modello del Kosovo.” Una constatazione appoggiata da Roger Winter, relatore speciale per il Sudan, che affermava: “(c’è) il totale sostegno del governo americano per una guerra destinata ad abbattere il governo di Khartoum, nonostante si [sappia] che darà luogo ad una catastrofe umanitaria […]. Il Sud, al quale forse saranno date piccole zone di conflitto, sia dissociato dal Nord Sudan e costituisca realmente un paese indipendente e sovrano”.

Il Sudan del Sud è indipendente, la catastrofe umanitaria è sempre in corso malgrado l’aumento della produzione petrolifera dell’anno scorso, ma è considerabilmente calata rispetto al 2010: tutto si è svolto come previsto.

 

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