StopCovid: i conti non tornano

TRADOTTO DA FEDERICA SALZANO, RILETTO DA LORENA PAPINI

Esplode il dibattito sull’applicazione di tracciamento del contagio citata dal Presidente Macron durante la sua conferenza il 13 aprile 2020. Sabato 18 aprile il gruppo di ricercatori franco-tedeschi responsabile della realizzazione messa in atto dell’applicazione “StopCovid” ha risposto a una parte delle domande che si sono posti milioni di cittadini europei. Ma i conti non tornano.

La tecnologia a servizio della sanità pubblica

StopCovid è stata creata per limitare la propagazione del virus dopo la fine del lockdown. L’applicazione permetterà a ciascun individuo di sapere se è entrato in contatto con una persona contagiata oppure no, attraverso la condivisione di dati personali. In poche parole, le persone risultate positive al Covid-19, condivideranno una lista di identificativi utenti anonimi corrispondente alle persone con le quali sono entrate in contatto durante il periodo di incubazione del virus. StopCovid si baserà sulla tecnologia Bluetooth degli smartphone, e non su quella GPS per geolocalizzare gli utenti.

La Germania cambia idea

Il 28 aprile i parlamentari francesi dovranno pronunciarsi in merito. Non mancheranno di interrogare il domande al governo circa il funzionamento e l’utilità di questa applicazione. Qual è la sua efficacia? Che impatto avrà sulla vita di tutti i giorni? Qual è il livello di sicurezza delle informazioni trasmesse? Esiste un rischio che queste vengano divulgate? In poche parole, quali sono i suoi limiti? Ci sono ancora molti dubbi da chiarire. La Commission Nationale de l’Informatique et des Libertés (CNIL) deve appurare la conformità dell’applicazione con il GDPR l’RGPD. Questa ha anche espresso la volontà di «potersi pronunciare di nuovo dopo il dibattito parlamentare». Verificherà inoltre che vengano prese le misure di sicurezza necessarie. La Germania ha invece cambiato idea e ha deciso che le informazioni raccolte non saranno oggetto di alcun tipo di trattamento da parte dell’applicazione. La Francia resta dunque l’unico paese europeo a sostenere un trattamento dei dati sensibili.

Una disuguaglianza nell’accesso a questo strumento

Nonostante le premesse siano buone, è l’attuazione di questo progetto che crea molti dubbi. Se stabiliamo un parallelo tra i soggetti più a rischio e il numero di persone che possiedono uno smartphone, i conti non tornano (il 98% delle persone di 18-24 anni lo possiede contro il 44% dei over 70). In più l’uso dell’applicazione sarà volontario. Quindi, ammettendo che ogni cittadino europeo possieda uno smartphone, bisogna sperare che questo scarichi l’applicazione per il bene comune. Possiamo essere ottimisti sulla sua efficacia? Bisognerà ovviamente incitare i cittadini al suo utilizzo, ma in che modo? I governi hanno ancora molto lavoro da fare.

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