Sovraccarico di armi all’orizzonte

Tradotto da Riccardo De Vanna, riletto da Lorena Papini

Bisogna davvero rimpiangere la guerra fredda, la corsa agli armamenti e la tensione internazionale di quegli anni? Molti avevano previsto che la sua fine avrebbe generato un periodo di incertezza e instabilità e che dovevamo aspettarci un aumento di conflitti e crisi. Non avevano torto. Le guerre e i vari interventi, nei Balcani, nel Kosovo, nel Golfo, in Georgia, in Iraq, in Libia, in Ucraina e in Siria, a cui si aggiungono alcuni fenomeni di manifestazioni “arancioni” o islamiste e la nuova tensione sino-americana, avrebbero poi confermato questi scenari pessimistici.

Una guerra nucleare che non può essere “vinta”

Il contesto internazionale è cambiato e questa rinnovata conflittualità fa parte di una prospettiva completamente diversa da quella che ha animato la guerra fredda, ossia un conflitto ideologico tra due sistemi che intrattengono pochissimi rapporti economici ma cercano di espandersi a discapito dell’altro. Il vecchio mondo aveva gradualmente prodotto le proprie regole del gioco, le linee rosse da non oltrepassare, insomma, aveva stabilito un codice di buona condotta. Le due grandi potenze si erano convinte a vicenda dell’effetto devastante di una qualsiasi guerra nell’era del nucleare e avevano costruito un’architettura di accordi di “disarmo” in grado di ispirare fiducia al fine di presentare una parvenza di buon senso all’interno di un assetto che restava, nonostante tutto, quello di cercare il vantaggio sull’altro, almeno fino al summit di Reykjavik alla fine del 1986 tra un Ronald Reagan, alla fine del suo secondo mandato, e un Mikhail Gorbaciov in ascesa al potere. Questo Vertice pose le basi per il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF) che fu stipulato l’anno successivo.

L’equilibrio tra potere e terrore che si era imposto si basava sull’idea di una mutua distruzione assicurata. Quest’ultima si basava allo stesso tempo sia sulla parità dei mezzi disponibili e impiegabili, sia sulla buona fede dei due Paesi, i quali andavano d’accordo grazie ad un trattato che vietava il dispiegamento di sistemi antimissili, cioè di qualsiasi scudo (trattato sui missili anti-balistici, ABM, Anti Ballistic Missiles, 1972) per non proteggersi e quindi offrire, in ostaggio e come prova di fiducia, la popolazione civile, in particolare quella delle loro grandi città. Poiché il territorio dell’avversario era “accessibile”, diventò secondario aumentare indefinitamente le scorte di missili intercontinentali e di testate nucleari capaci di distruggere il pianeta una ventina di volte, ammesso che ci fosse ancora qualcuno in vita a premere il bottone dopo la seconda salva. Da quel momento in poi è diventato logico negoziare massimali di armi sempre più limitati (il trattato Salt1 nel 1972 e successivamente, nel 1991 e nel 1993, i trattati Start di riduzione progressiva). L’assenza di barriera impedisce l’uso delle armi nucleari in possibili rappresaglie e quindi in una distruzione reciproca assicurata. Ne consegue che non c’è una guerra atomica che si possa vincere contro un avversario nucleare. Tutt’al più si può scegliere di morire per secondi piuttosto che per primi. Gli Stati Uniti presero in considerazione la possibilità di interrompere questo principio con l’aiuto di uno scudo antimissili (lo “Star Wars”), che hanno tentato invano di realizzare e che poi alla fine hanno abbandonato completamente per ragioni di costi e di scarsa efficacia.

La Francia rivendicava il suo status di potenza nucleare giustificandolo sulla base del principio del potere livellatore dell’atomo, ossia la capacità di una potenza media dotata di quest’arma di dissuadere qualsiasi altro paese se considera minacciati i suoi interessi vitali. Questa strategia non rimetteva in discussione il suicidio reciproco. Tuttavia, comprometteva l’idea di una necessaria parità e apriva la strada a delle riflessioni sulle nozioni di “stretta sufficienza”, la quale avrebbe potuto comportare una riduzione dei massimali di armi. Purtroppo, con il suo esempio, la Francia mostrava anche, con il suo esempio, la strada verso la proliferazione nucleare, che avrebbe tentato alcuni Stati di seconda categoria, malgrado l’impegno preso da una gran parte di essi ratificando il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).

Questa architettura del “controllo degli armamenti” era stata integrata con divieti – la militarizzazione dello spazio, le armi antiuomo, zone denuclearizzate – e con la trasparenza sul commercio delle armi convenzionali, e tramite accordi di “buona fede” come il Trattato “Cieli Aperti”, che permetteva all’avversario di sorvolare i territori dei Paesi aderenti per monitorare eventuali attività militari secondo procedure codificate e reciproche.

Alla fine della Guerra Fredda, l’“equilibrio del terrore” fu raggiunto sul piano militare, anche se l’Unione Sovietica rimase un nano economico senza dinamismo e ancora sotto shock per via del fallimento della spedizione militare in Afghanistan.
Poi è giunta quella che oggi è una sorta di parantesi, ossia una riduzione storica della spesa militare mondiale: – 30% tra il 1988 e il 1998. Si parlava quindi dei “dividendi della pace”, la cui tracciabilità non è mai stata individuata. L’attentato dell’11 settembre 2001 fu un vero colpo di fortuna per i sostenitori di una ripresa della corsa alle armi, i quali hanno avuto grande influenza sul presidente Bush.

Un nuovo contesto

La presidenza di Donald Trump rimette in discussione il groviglio di accordi stipulati in passato, disfandoli uno dopo l’altro. Naturalmente gli Stati Uniti percepiscono ancora la Russia come un avversario temibile. Ma la loro preoccupazione, per non dire il loro incubo, si è spostata verso l’Asia e si è concentrata sulla Cina, considerata il principale rivale, i cui successi economici sono percepiti come una minaccia per il proprio ruolo di leader mondiale. Perché nel giro di una decina di anni si è passati da una cooperazione sicuramente diffidente ma reale, assimilabile ad una sorta di condominio condiviso con il resto del mondo, a una rivalità esacerbata, e ancor più pericolosa in quanto i protagonisti non sono vincolati da alcun accordo sul controllo degli armamenti, come invece era per gli avversari della Guerra Fredda. Passando da una partita a due a una partita a tre, i cui principali rivali non sono più gli stessi, le regole dell’equilibrio strategico sono scomparse in un lampo. Questo è ciò che rende la nuova situazione instabile e gravida di rischi.

Non solo lo smantellamento del controllo delle armi è già ben avviato, ma a ciò si aggiunge anche lo sviluppo di nuove armi di distruzione di massa. Gli Stati Uniti hanno annunciato la loro intenzione di rendere effettiva entro la fine dell’anno la decisione di ritirarsi dal Trattato “Cieli Aperti”, dopo più di 30 anni della sua esistenza. Il loro rifiuto del principio del multilateralismo e la volontà di cancellare l’era Obama, in questo ambito come in altri, li ha spinti a ritirarsi nel 2018 dall’accordo nucleare iraniano firmato nel 2015 (JCPOA) e ad attuare misure coercitive economiche e finanziarie. Dal 1992, in virtù di accordi passati, nessun test nucleare su suolo, sottoterra, nell’atmosfera o sott’acqua è stato sperimentato da nessuno Stato, tranne che dalla Corea del Nord. Solo l’India e il Pakistan lo avevano fatto nel 1998. Si è passati così da più di 2000 test nucleari nel secolo scorso a meno di una dozzina a partire dal 2000. L’ipotesi di ripristinare questo tipo di esperimenti viene sollevata ufficialmente da Washington, provocando sgomento nella maggior parte delle cancellerie, poiché manderebbe in frantumi per la volontà di mandare in frantumi il Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (TICE). Donald Trump non vorrebbe rinnovare il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF). Anche il trattato bilaterale New Start, firmato tra Mosca e Washington per un periodo di 10 anni nel 2011, riguardante la riduzione delle armi strategiche, corre seri pericoli. Gli Stati Uniti sostengono che in entrambi i casi la Cina non sarebbe coinvolta. La Cina chiede tuttavia, per farne parte, che la riduzione si allinei con il livello dei suoi arsenali, che è molto più basso di quello degli altri due Paesi.

Mosca, dal canto suo, ha annunciato di aver testato un nuovo missile “ipersonico” munito di testata termonucleare e capace di raggiungere una velocità di 6.000km/h. Sono anche sospettati di mettere a punto un nuovo sistema di armi, il gigantesco siluro Poseidon a carica nucleare, che si muove grazie ad una propulsione nucleare a una velocità mai raggiunta in acque profondissime e irrintracciabile. Una tale arma renderebbe obsoleto qualsiasi sistema di difesa missilistica progettato contro i missili strategici, e avrebbe quindi un grande potere destabilizzante. Sarebbe una risposta allo spiegamento dei sistemi antimissili installati in prossimità della Russia dalla NATO in Polonia e Romania. I Russi non nascondono di aver già iniziato a installare, nell’enclave di Kaliningrad, missili balistici “Iskander” con capacità nucleare, e sono molto infastiditi dall’ostinazione della NATO ad espandersi nei Paesi al confine con l’Europa orientale, provocando un senso di accerchiamento.
Sebbene la Cina abbia aumentato la sua spesa militare dell’85% dal 2010, a un ritmo proporzionale alla sua crescita economica, rimane comunque un nano rispetto alle due maggiori potenze nucleari. La sua spesa militare è un terzo di quella La sua spesa militare è da una a tre volte tanto quella degli Stati Uniti e per il momento, in questo settore, può solo aspirare a un’influenza regionale, anche se molto sensibile.

Stiamo quindi entrando in un periodo di crescente pericolo, con tutti i codici stabiliti che sono ormai diventati obsoleti e che rendono inoperante l’architettura di controllo degli armamenti.

Questa rubrica è realizzata in collaborazione editoriale con la rivista Recherches internationales, alla quale collaborano diversi docenti accademici e ricercatori e il cui campo di analisi è costituito dai temi caldi che oggi scuotono il mondo, le sfide della globalizzazione e le lotte di solidarietà che emergono e appaiono indissolubilmente legate a ciò che accede in ogni Paese.
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