Time out: come mai le nostre vite sono diventate così frenetiche?

Tradotto da Agnese Biliotti, riletto da Lorena Papini

“Non ho tempo!” questa frase sarà già stata pronunciata più di un miliardo di volte. Tra il tempo passato a lavoro, a fare la spesa, nei trasporti pubblici, a casa…, il tempo ci manca sempre. O è solo un’impressione? I nostri stili di vita sempre più frenetici ci danno l’impressione di rincorrere il tempo. Viviamo nel film Time Out di Andrew Niccol? Potrebbe essere, dopo tutto.

Dal cibo agli hobbies passando per l’attualità, siamo sempre a contare il tempo a nostra disposizione, a volte anche in modo inconsapevole. La crescente popolarità dei fast food riflette una società che non si prende nemmeno più il tempo di mangiare e non guarda più ciò che mangia. L’episodio 1 della docu-serie Jamais la même histoire su Netflix spiega il successo dei fast food nel mondo occidentale. Ci dimentichiamo di prenderci del tempo per mangiare? Certo. In Costa Rica, una comunità di espatriati ha formato un eco-villaggio con lo scopo di mettere in discussione lo stile di vita occidentale, riprendersi il tempo per mangiare e nutrirsi di cibi locali non esportati.

Il successo delle serie è una conseguenza dell’accelerazione delle nostre vite? Probabile. Il format dei cortometraggi funziona a meraviglia in un mondo dove ogni secondo conta. I film più lunghi richiedono un margine di tempo più ampio che probabilmente non abbiamo.

La velocità dei nostri stili di vita è un problema per la nostra coscienza, e una droga per il nostro inconscio. La nostra coscienza si trova annegata dalle informazioni da analizzare rendendo il processo di apprendimento problematico. Il nostro inconscio è stimolato da tutte queste informazioni, un flusso che ci provoca un piacere comparabile a una droga. L’avvento di nuove tecnologie favorisce l’immediatezza delle comunicazioni e delle informazioni. Abbiamo peraltro la tendenza a essere più attratti da grandi titoli o informazioni corte rispetto a lunghi testi esplicativi. Ora però non preoccupatevi, siamo quasi alla fine dell’articolo!

E se vi dicessi che la nostra capacità di concentrarci è inferiore a quella di un pesciolino rosso, mi credereste? 8 secondi1 è il tempo medio di attenzione della popolazione. La rivoluzione tecnologica lo spiega in parte.

Quando ha avuto inizio l’accelerazione delle nostre vite?

Secondo Christophe Charles, storico francese e professore di storia contemporanea, questa accelerazione è cominciata “dalla prima metà del XIX secolo, con la crescente velocizzazione degli spostamenti e dell’informazione grazie alle ferrovie, poi le navi a vapore, il telegrafo visivo poi elettrico, i cavi sottomarini”. Da questa epoca, la rapidità dei mezzi di trasporto e delle nostre comunicazioni non ha smesso di crescere. Ciò permette soprattutto alla stampa di beneficiare dell’informazione istantanea. Ma, d’altro canto, le fake news si diffondono più velocemente…

Quali sono gli effetti di questa accelerazione?

Emile Durkheim parla di “anomia”, una perdita di punti di riferimento e un indebolimento dei vecchi schemi della nostra società. Osserviamo dunque un diffuso nervosismo causato dall’instabilità delle nostre vite, secondo Christophe Charles. Ormai quasi tutti percepiamo lo stress del ritardo, la paura di non andare mai abbastanza veloci. Questa sensazione di rincorrere il tempo può diventare faticosa ed esaurirci. Ciò spiega forse il successo dello yoga e della meditazione che ci offrono una parentesi nel nostro mondo frenetico.

1Arnaud Chomette, Actu 2020: comprendre le monde du XXIe siècle, Ellipses, 2020, p. 50.

Foto di copertina: foto personale di Margaux Courbon scattata al Museo d’Orsay di Parigi

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