Reami del Commonwealth: verso la rottura con la monarchia?

TRADOTTO DA ELEONORA MARCHIONI E CORRETTO DA BENEDETTA MARIA CAIAZZO

Sono ancora sedici gli stati a considerare la regina Elisabetta II come loro capo di Stato. Nonostante siano indipendenti, alcuni dei reami del Commonwealth aspirano a tagliare il cordone ombelicale con la monarchia britannica. È il caso dell’Australia e della Nuova Zelanda che desiderano approfittare della fine del regno del monarca più longevo al mondo per trasformarsi in repubbliche.

Il 1° gennaio 2018 il Primo ministro australiano, Malcolm Turnbull, ha più volte espresso l’auspicio di veder diventare l’Australia una repubblica alla fine del regno di Elisabetta II. Nel rispondere alle domande del quotidiano The Australian, ha espresso l’idea di un plebiscito o di un voto via posta, com’è già accaduto lo scorso novembre in occasione della legalizzazione del matrimonio omosessuale.

Un referendum simile era stato organizzato già nel 1999. Il risultato aveva indebolito i liberali al potere, tra cui Malcolm Turnbull, all’epoca a capo della campagna. Il 55% degli elettori aveva ritenuto infatti, che il paese-continente dovesse restare una monarchia costituzionale. A spingere gli australiani a votare contro era stata la modalità di elezione: il presidente sarebbe stato nominato dal Primo ministro e poi eletto con sistema maggioritario (due terzi dal Parlamento), cosa che andava contro le aspettative dei fautori del suffragio universale diretto e dei monarchici.

L’obiettivo del Primo ministro, che tra l’altro ha precisato che non parteciperebbe alla campagna, sarebbe quello di rivitalizzare il dibattito e così arrivare all’organizzazione di un referendum per modificare la Costituzione. Quest’ultimo avrebbe luogo solo nel caso in cui i liberali fossero sempre a capo del governo quando la regina finirà la sua corsa.

Anche il presidente dell’Australian Republic Movement (ARM), Peter Fitzsimons, pensa che sia giunto il momento per l’Australia di avere il proprio capo di Stato. Stando alle sue dichiarazioni riportate dal giornale inglese Express, il voto sulla Brexit avrebbe causato un sensibile aumento degli effettivi del suo movimento. Secondo lui l’Australia non dovrebbe «attaccarsi alle calcagna» di un Regno Unito che sta perdendo la sua grandiosità. Aggiunge che preferisce ringraziare la regina dal vivo mentre i repubblicani sono divisi sul fatto di votare prima o dopo il suo decesso o la sua abdicazione al trono.

Secondo alcuni non si tratta di una questione urgente perché ci sarebbero questioni ben più importanti di sapere chi è il capo di Stato. È questa, infatti, l’opinione di Ellen, una studentessa di Sydney di 21 anni:

«Ci sono delle cose molto più importanti alle quali il nostro governo dovrebbe interessarsi (il tema dei rifugiati, i diritti degli aborigeni, gli alloggi ecc.…). Non è una priorità. Se ne parla da una sessantina d’anni. Penso che non cambierebbe nulla se avessimo un presidente e se fossimo una repubblica. È solo una formalità».

Peter Fitzsimons spera che il referendum venga organizzato entro il 2022. Tuttavia verrà prima condotta una lunga inchiesta pubblica per evitare di commettere gli stessi errori del 1999.

La successione al trono innescherà la rottura?

Il principe Carlo, primogenito della regina, erediterà il trono dopo la madre. Tuttavia la maggioranza dei britannici preferirebbe che la corona passasse a suo figlio, il principe William, duca di Cambridge. Un sondaggio condotto dal The Sun sottolinea che circa il 51% degli intervistati desidererebbe avere William come monarca.

Questo sentimento è condiviso anche dall’altra parte del mondo. Un sondaggio organizzato dall’ARM dimostrerebbe che più della metà di un campione di 1008 persone desidererebbe che un capo di stato australiano sostituisse il principe Carlo quando succederà alla regina Elisabetta II. Il primo ministro neozelandese, Jacinda Ardern, condivide lo stesso desiderio del suo corrispondente australiano. Tuttavia i suoi interventi a proposito restano moderati. In un’intervista al Times ritiene che «alcuni dei [suoi] compatrioti abbiano deciso di non schierarsi per questa ragione». Quello che le sta a cuore «è il posto della Nuova Zelanda nel mondo» precisa.

Nel 2016 un sondaggio sembrava indicare un aumento dei pareri dell’opinione pubblica a favore della repubblica. Infatti il 60% dei neozelandesi ha manifestato la sua preferenza per un ipotetico capo a scapito del principe Carlo. Solo il 30% era favorevole al futuro re.

Secondo un sondaggio realizzato da Ipsos per Global News, oltreoceano una gran parte dei canadesi pensa che «la regina e la famiglia reale, che non sono altro che delle celebrità, non dovrebbero rivestire alcun ruolo ufficiale nella società canadese» La metà dei canadesi si dichiara a favore dell’abbandono dei legami con la monarchia alla fine del regno della regina stessa, ma una maggioranza (63%) ritiene necessario di ricordarsi della storia del paese intimamente legata al Regno Unito.

Ci sarebbe comunque un abisso tra il dire e il fare. Infatti secondo Raphaël Crevier, professore di scienze politiche all’Università del Québec a Montréal, prima della questione della priorità c’è la questione della fattibilità: «In Canada per modificare il legame con la Corona è necessaria l’unanimità delle dieci province e del governo federale». Ricorda che il Canada non ha più nessun legame con il regno Unito dal rimpatrio della Costituzione nel 1982 e insiste inoltre sul fatto che il Canada sia un Paese completamente indipendente.

D’altro canto, però, una parte del Canada sarebbe contraria al distacco con la corona: «Sono dell’idea che la popolazione canadese-inglese sia ancora affezionata a questo legame con il Commonwealth». Quanto al Québec (provincia a maggioranza francofona), una spiegazione permetterebbe di indebolire il desiderio di rottura: «Una volta spiegato il ruolo del sovrano e del governatore generale (che non è simbolico ma che rappresenta un guardiano della Costituzione nel processo legislativo e un arbitro dei possibili conflitti elettorali), la volontà di abolire la monarchia è nettamente meno pronunciata».

E il politologo Raphaël Crevier conclude: «Salvo un capovolgimento improvviso (un tentativo di colpo di stato del principe Carlo, cosa che rivelerebbe una crisi psicotica acuta) la monarchia in Canada avrà lunga vita».

Commonwealth e regni del Commonwealth

Bisogna distinguere il Commonwealth dai regni del Commonwealth. Nel primo caso si tratta di un insieme di 52 Stati membri. Tra questi ci sono ex territori britannici, tutti considerati partner «liberi e uguali». Il Commonwealth è stato formato alla fine della Prima Guerra Mondiale in un contesto di decolonizzazione e formalmente stabilito nel 1949 in occasione della Dichiarazione di Londra. Elisabetta II è a capo di questa libera associazione di Stati. Il suo è solo un ruolo onorifico e non ereditario. Accomunati dalla lingua, dalla storia e dalla cultura, questi paesi come il Sudafrica, il Bangladesh o la Nigeria condividono valori comuni riguardanti la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto.

Il secondo caso riguarda 16 paesi indipendenti come l’Australia, le Bahamas o la Papua-Nuova Guinea che fanno del sovrano britannico il loro capo di Stato e monarca costituzionale. Questi regni rappresentano 19 milioni di km2 nel mondo, ovvero più del 12,5% delle terre emerse del pianeta. La regina Elisabetta II è rappresentata da un governatore che si assicura della stabilità politica e democratica del paese. I governi locali sono assolutamente indipendenti dal governo britannico.

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