365 giorni dopo l’elezione di Donald Trump

TRADOTTO DA CHANTAL DORN E SILVIA CATALDI

In occasione dei 365 giorni dall’elezione di Donald Trump – e non dalla presa di potere -, il gruppo IGS ha organizzato una conferenza per fare un bilancio, un anno dopo l’elezione, sul 45esimo Presidente americano.

Attorno al tavolo, Anik Cizel, docente di storia e civiltà degli Stati Uniti, e Laure Mandeville, grande reporter presso il giornale Le Figaro e autrice dell’opera pubblicata nel 2016 « Qui est vraiment Donald Trump ? » (ndt. « Chi è veramente Donald Trump? »). 

« Il sistema democratico si è espresso »

La conferenza è iniziata con una domanda molto semplice « Qual è stata la vostra reazione dopo lannuncio dei risultati? ». Questa domanda avrebbe innanzitutto dimostrato che a un anno di distanza alcuni esperti e universitari non hanno ancora elaborato il dolore legato a quest’elezione e, in secondo luogo, che alcuni non hanno tuttora capito – o rifiutano di capire – le ragioni della vittoria di D. Trump. Anik Cizel è una di loro, benché riconosca che « il sistema democratico si è espresso».

Anik confessa di essere rimasta a bocca aperta alle prime luci del 9 novembre 2016. La dott.ssa Cizel sembra comunque far parte di coloro che si limitano ad avere le proprie certezze, il che è umano. Ma se queste certezze vengono radicate e solidificate dentro di sé, allora riusciranno a trasmettere un’immagine distorta del mondo che ci circonda. « Non leggo la stampa repubblicana » ha dichiarato lei al microfono. « È un grosso errore » ha replicato Mandeville, che è stata responsabile dell’ufficio America al giornale Le Figaro dal 2009 al 2016 e conosce bene gli Stati Uniti. Questo si vede, e si sente.

« A un certo punto si sono chiesti: Trump potrebbe davvero vincere ? »

«Ero stata invitata agli studi di BFM, a New York, per la serata speciale dedicata alle elezioni americane. Tutte le persone sedute attorno al tavolo erano convinte che Hilary Clinton avrebbe vinto. Si chiedevano addirittura come sarebbe stato Bill Clinton in veste di « first gentleman ». Per quanto mi riguarda, ero la sola a pensare che Trump avrebbe potuto vincere. Avendo viaggiato attraverso il paese, soprattutto nei vecchi Stati industriali – la rust belt – ho avuto modo di notare un grosso rancore nei confronti dell’« establishment » democratico. Mandeville mette in evidenza i mali di media, esperti ed universitari che, confortati dalle loro certezze, hanno una visione distorta del mondo e della realtà. Washington non è Pikeville. Los Angeles non è Wichita. Quando i risultati iniziavano ad essere annunciati, i giornalisti di BFM si sono detti « aspettate, ma davvero Trump potrebbe vincere? » Non se lo sarebbero mai aspettato e lo riconoscono con imbarazzo.

« Obama non aveva attuato grandi riforme nei primi 18 mesi del suo primo mandato »

Mentre Donald Trump detiene la maggioranza di senatori ed alti rappresentanti, Anik Cizel si è chiesta: « Cosa ha fatto Donald Trump dal suo arrivo al potere? Niente! ». Motivo per cui Laure Mandeville ha fatto notare: « Bisogna essere oggettivi, è stato necessario aspettare 18 mesi perché Obama realizzasse la sua prima grande riforma l’Obama care, 23 marzo 2010».

Se Trump non è riuscito ad abolire l’Obama care, è prima di tutto a causa della profonda divisione al riguardo nello schieramento repubblicano. « Non è certo che Trump volesse davvero la sua soppressione. Trump appoggia il sociale più di quanto non voglia farci credere. Devo ricordare che originariamente – prima del 1987- Trump era democratico e che è tornato ad esserlo tra il 2001 e il 2009? » sottolinea l’autrice di « Qui est vraiment Donald Trump ? ». Nel frattempo l’economia americana « procede bene. La disoccupazione è del 4,4%, non è mai stata così bassa negli ultimi dieci anni. Si potrebbe quasi parlare di completa occupazione. Wall Street batte tutti i record, in un anno sono stati creati 1 milione di posti di lavoro. È una realtà. » aggiunge.

Non sono numerosi i media ad aver trasmesso queste informazioni, concentrandosi piuttosto sui tweet, le « brevi affermazioni » del presidente americano. Queste ultime riguardano in particolar modo la politica estera e gli scambi – ridicoli – di tweet con il leader nord coreano Kim Jong Un.

« Nazionalismo e isolazionismo sono stati confusi»

Per Mandeville « Trump interpreta la parte di « Madman » con la Corea del Nord », concetto sviluppato da Henri Kissinger – politologo e ex diplomatico americano – e praticato dal presidente Nixon per mettere fine alla guerra del Vietnam (1963-1975). Una teoria che consiste nel far credere di essere irrazionali e quindi imprevedibili. « Questa« tattica » mi fa pensare che ci sia del realismo in Trump. Ad esempio per quanto riguarda il dossier sulla Siria, non comparerei Trump e Obama. Quest’ultimo aveva già messo in atto una tattica fondata sulla prudenza degli Stati Uniti in Siria. Spesso è stato detto che Trump è isolazionista. Non credo. D’altronde, gli Stati Uniti non hanno chiuso le frontiere, né tantomeno cessato le relazioni economiche e diplomatiche. Non bisogna confondere nazionalismo e isolazionismo.» osserva la giornalista di Le Figaro. È però evidente che il presidente americano non è « internazionalista ». Trump infatti non condivide i valori del dopoguerra promossi dalle Nazioni Unite che puntano a limitare, se non abolire, qualsiasi forma di nazionalismo.

« Ambire a un secondo mandato o non arrivare al termine del primo, tutto è possibile ! »

Nel frattempo, il nazionalismo di Trump continua a sedurre la sua « base elettorale». Un recente sondaggio gli accreditava il 40% delle opinioni a favore. I media potranno anche trasmettere le loro frasi e i loro gesti sconvenienti, Trump però continua ad essere sostenuto da coloro che l’hanno votato. Non si tratta di un partito democratico messo alle strette, fatta eccezione per Bernie Sanders, che sembrerebbe in grado di farlo cadere.

L’esempio più probativo, nel caso ne servisse uno, è la pubblicazione del libro di Hilary Clinton « What happened » – ndt. « Cosa è successo» -, nel quale l’ex first lady spiega che non si ritiene affatto responsabile della propria sconfitta. Se i democratici sembrano incapaci di far crollare Trump, allora la sua destituzione potrebbe provenire dalla sua stessa fazione. Il che sembra improbabile per il momento. Tuttavia, lo storico Pascal Blanchard sembra crederci. Venerdì 3 novembre al microfono, in occasione della trasmissione 28 minuti, ha affermato che « ciò che farà cadere Trump non sono gli scandali provenienti da tweet o da altre dichiarazioni, ma gli affari. Trump gestisce la propria presidenza come un « business ». Uscirà tranquillamente dalla storia […] nel giro di un anno e mezzo verrà ratificato l’impeachment contro di lui». A buon intenditore.

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