La collera aumenta anche nel Maghreb

Tradotto da Letizia Garlatti, riletto da Lorena Papini

Mentre le immagini di contestazione sociale ed economica in Francia fanno il giro del mondo, anche i paesi del Maghreb potrebbero, otto anni dopo la primavera araba, essere soggetti ad importanti movimenti di rivolta.

Per questo motivo, le elezioni che si terranno in Algeria la prossima primavera si annunciano delicate per i poteri in carica, tanto la situazione economica del Paese è inquietante. 

Il livello di disoccupazione giovanile raggiunge dei picchi massimi

I tre Stati del Maghreb – Marocco, Algeria e Tunisia -, oltre alla Libia, sono eterogenei. Tuttavia, essi hanno in comune un tasso di disoccupazione medio del 50%. Tali cifre nascondono disuguaglianze territoriali i cui effetti sono stati aggravati dalle politiche implementate per decenni. Ad Algeri, il tasso di disoccupazione giovanile è del 15%, mentre in Cabilia e nel Rif marocchino raggiunge addirittura l’80%. “Nell’insieme, la situazione economica e sociale è peggiore rispetto al 2011 nei paesi del Maghreb”, dichiara l’economista El Mouhoub Mouhoud. Un’economia che si è polarizzata sulla regione costiera mediterranea, di cui l’apertura della prima linea ad alta velocità del continente africano, Tangeri-Rabat-Casablanca, ne è un simbolo. Stimato a 2,3 miliardi di euro, questo progetto ha causato diverse contestazioni, specialmente da parte di alcune associazioni che hanno denunciato uno spreco di denaro pubblico: una somma che equivarrebbe a 25000 scuole in zona rurale o 6000 ettari messi in viabilità di zone industriali – 36000 unità industriali.

Perché al momento, i diplomati negli stati del Maghreb non mancano. “Ma il lavoro privato formale rappresenta soltanto il 10% del lavoro totale, mentre si raggiunge il 30% per il settore pubblico. Il resto rappresenta il lavoro informale”. Di conseguenza gli elementi più qualificati emigrano, non permettendo al Paese di svilupparsi, creando un circolo vizioso con cui le politiche si conciliano perfettamente, accontentandosi di raggiungere “la pace sociale”.

Una rondine non fa primavera”

L’Algeria di Bouteflika, alla quale lui dovrebbe presentarsi per un quinto mandato la prossima primavera, è caratterizzata da un’economia poco diversificata, che si basa quasi unicamente sulla rendita petrolifera, rappresentante l’80% delle esportazioni. Lo sfruttamento delle risorse minerarie a discapito di altri settori d’attività – o “male olandese” -, dipendente dai prezzi del petrolio, rende l’economia di oggi esangue a causa del crollo del prezzi dell’oro nero. Un petrolio costoso permetteva al governo di dare l’illusione che tutto andasse bene. Attraverso la ridistribuzione – parziale – delle entrate petrolifere, il governo era in grado di comperare la pace sociale. O almeno, temporaneamente.  La marcia in onore di Saïd Mekbel, il blogger assassinato nel 1994, è giunta a ricordare quanto numerosi siano i mali della società algerina. Un’economia tesa, una libertà d’espressione in riduzione e un tasso di fecondità in rialzo dagli ultimi quattro anni – più di 2,5 bambini per donna – sono tanti segni che lasciano pensare, secondo Sofiane Tahi, economista all’IUT dell’Oise, “che la prossima rivoluzione sarà molto più violenta di quella avvenuta nel 2011”. Ed aggiunge: “Nel 2011, si è voluto credere a una primavera araba. Ma era soltanto una rondine. E una rondine non fa primavera”.

Privatizzazioni, arricchimento indebito e “regimi mafiosi”

Confinante con l’Algeria, il Marocco è scosso da qualche anno problemi sociali rilevanti. Ultimo episodio, la condanna del giornalista Hamid el Mahdaoui a tre anni di prigione lo scorso giugno, dopo la copertura degli eventi avvenuti nel Rif il 26 ottobre 2016. Una protesta aveva seguito la morte del pescatore Mouhcine Fikri, rimasto schiacciato in un camion tritarifiuti mentre cercava di recuperare il proprio carico di pesce spada, sequestrato e distrutto dalla polizia. Un dramma che aveva spinto migliaia di abitanti del Rif a manifestare in strada e creato il movimento Hirak. Il Rif costituisce la maggior parte dell’area settentrionale del Marocco, da Tetouan ad Al Hoceïma, passando per Chefchaouen. Perciò, questo territorio in cui la cultura della cannabis è la principale fonte di reddito assieme alla pesca è abbandonato dal potere, al margine delle politiche pubbliche. “Le privatizzazioni degli Anni ’90 hanno visto i politici abbandonare il governo dalla porta ma rientrare dalla finestra, per mezzo delle imprese private” constata in tono amaro Aboubakr Jamaï, decano della Scuola di relazioni internazionali all’American College of the Mediterranean ad Aix-en-Provence. “C’e un evento che ha fatto scalpore nel Rif. Le autorità locali hanno autorizzato l’apertura di supermercati nella regione. Migliaia di piccoli commercianti, temendo per il proprio lavoro, sono scesi in strada. Più tardi, si scoprì che l’azionario principale della catena di grande distribuzione Marjane era… proprio il re! Siamo ormai in presenza di un regime dalle pratiche mafiose” si lamenta A. Jamaï.

 

I paesi del Maghreb saranno o integrati o integralisti”

Secondo l’ex ministro dell’industria e delle miniere in Algeria, Abdenour Keramane, una delle soluzioni per frenare la crisi che attraversa i Paesi del Maghreb “deve passare attraverso una maggiore cooperazione”. Citando l’esempio del settore energetico, egli spera di “sviluppare le energie rinnovabili. Esiste un forte potenziale in questo settore. Serve integrazione prima di tutto, poiché’ gli scambi tra i Paesi del Maghreb rimangono marginali”.

Nell’insieme, la regione vanta una manodopera giovane e qualificata, che può rappresentare uno strumento considerevole, se fornita di opportunità. “Quando la gente manifesta in strada, è perché ritiene che i comandi politici non funzionino più”, constata A.Jamaï. Che avvenga in Algeria o in Marocco, la repressione contro i manifestanti diventa sempre più grave. “Così, i giovani si organizzano e lo stadio diventa un’arena in cui esprimersi” nota Selma Mhaoud, giornalista d’inchiesta. I cori intonati dai tifosi del Raja Casablanca lo scorso ottobre sono la prova di un malessere che supera lo sport.

Secondo Soufiane Tari, sono possibili diversi scenari: “un’uscita dalla crisi attraverso una cooperazione magrebina, a cui personalmente non credo. Oppure un ruolo più importante dell’Europa e soprattutto della Francia, accettando il passato; senza il quale, i Paesi del Maghreb saranno o integrati, o integralisti”.

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