Covid-19: Quali Stati ce l’hanno fatta?

Tradotto da Riccardo de Vanna, riletto da Lorena Papini

La crisi dovuta al Covid-19 ha sconvolto molti Paesi, rallentando l’economia mondiale e mettendo a dura prova Stati già di per sé fragili a causa di problemi sociali, politici ed economici; ma soprattutto ha provocato milioni di morti in tutto il mondo.

Tuttavia, dinanzi al Covid-19, alcuni Paesi sono riusciti a distinguersi da altri. Attuano azioni mirate, che permettono ai loro abitanti di non essere vittime di questa pandemia, che continua ancora a provocare disastri. In questo articolo vedremo chi sono questi Paesi, come sono riusciti a combattere questa malattia, cosa contraddistingue il modo in cui operano rispetto ad altri Paesi che hanno gestito meno bene la crisi.

Il caso Taiwan

Taiwan è senza dubbio uno dei Paesi che è riuscito a gestire in maniera più efficace l’emergenza dovuta al Covid-19. Se in un primo momento la maggior parte dei Paesi non considerava questa malattia (che è rapidamente diventata una pandemia) come una minaccia, quest’isola di oltre 23 milioni di persone ha preso provvedimenti già a gennaio. Questo primo aspetto dimostra immediatamente la lungimiranza di Taiwan rispetto agli altri Stati del mondo. Taiwan ha saputo reagire a questa epidemia perché il Paese ha dovuto affrontare due epidemie conseguenti: la SARS nel 2003, il virus H1N1 nel 2009 come pure un terremoto a Chichi nel 1999. La gestione di quelle pandemie e di quel terremoto, che avevano fortemente sconvolto Taiwan, ha permesso di contrastare il coronavirus e la crisi che esso ha generato. Per questi motivi, le imprese, i sistemi sanitari e le amministrazioni locali erano preparati ad affrontare questa pandemia.

7 avril 2020, médecins chercheurs à Taiwan, durant la crise du Covid-19

Non appena l’epidemia è stata annunciata nel mese di gennaio, le autorità hanno messo in atto misure restrittive che prevedono l’obbligo di indossare maschere nei luoghi pubblici. Inoltre, Taiwan ha controllato i suoi confini nazionali per garantire che non venga introdotto nulla di potenzialmente pericoloso dal di fuori delle proprie frontiere. Successivamente, sin dai primi mesi che hanno seguito l’inizio della crisi, le fabbriche produttrici di mascherine funzionavano a pieno regime. Dopodiché sono stati messi a disposizione dei taiwanesi dei distributori di mascherine e proprio per questo motivo lo Stato di Taiwan è stato in grado di rifornire l’Europa con sette milioni di mascherine, di cui un milione per la Francia. Queste misure hanno permesso di chiudere le scuole a febbraio per sole due settimane. Lo scorso settembre Wu Chih-Chung, rappresentante di Taiwan per la commissione d’inchiesta del Senato, ha evidenziato un bilancio straordinario: 7 morti e 13 ricoveri ospedalieri in un Paese di 24 milioni di abitanti, un vero record.

Nuova Zelanda

Dall’inizio della pandemia, questa piccola isola dell’Oceania ha affrontato l’arrivo del virus mettendo in isolamento tutti i neozelandesi a partire dalla fine di marzo. Qualche giorno prima, il governo neozelandese aveva deciso di chiudere definitivamente le frontiere in modo che nessuno potesse entrare o uscire dal Paese. Questo provvedimento resterà in vigore fino a gennaio 2022. Inoltre la polizia neozelandese è addirittura arrivata a creare un sito internet che permette di denunciare eventuali violazioni delle restrizioni riguardanti il confinamento. Non appena è stato imposto il lockdown, la Nuova Zelanda ha deciso di accelerare la somministrazione di test per il coronavirus. Il paese ha anche creato un’applicazione per tracciare i cittadini che hanno contratto il virus. A seguito di tutte queste azioni, i neozelandesi hanno apprezzato la gestione della crisi Covid-19 da parte di Jacinda Ardern, il primo ministro della Nuova Zelanda. Il 9 agosto 2020 il Paese ha raggiunto il traguardo dei 100 giorni senza nessun nuovo caso di coronavirus.

Poi, il 4 settembre 2020, dopo tre mesi senza nuovi casi, il Paese ha registrato la prima vittima, che è alquanto singolare in questi tempi di pandemia. Grazie a queste azioni condotte dal governo, i neozelandesi non hanno più l’obbligo di indossare la mascherina. Dal 21 settembre 2020, il governo ha gradualmente iniziato ad allentare le restrizioni in tutto l’arcipelago. Ma ad Auckland, la capitale, le misure sono ancora in vigore. La pandemia di Covid-19 ha comunque messo a dura prova l’economia del Paese, che ha registrato un calo del PIL ed è entrato in recessione dopo tre decenni di crescita. Pertanto, a fine di settembre, il Paese si è ben difeso da questa epidemia. In questo Stato di 4 milioni di abitanti, sono stati curati 1744 casi e sono stati accertati 25 decessi, il che rimane un caso eccezionale.

Vietnam

Il Vietnam è anche senza dubbio un paese che è riuscito a distinguersi per l’efficacia delle sue azioni volte a debellare il virus. Nel gennaio 2020, non appena il virus è entrato nel Paese, il governo vietnamita ha immediatamente chiuso le frontiere con la Cina. In seguito, il Vietnam ha esercitato un controllo rigoroso sulle entrate e le uscite nel territorio nazionale. Chiunque entrasse nel Paese doveva sottoporsi a un controllo affinché venisse accettato il proprio ingresso nello Stato. Inoltre i vietnamiti che vivono in zone ad alto rischio di contagio, sono stati messi in quarantena obbligatoria. Poi, ci sono stati due lockdown: il primo, per 20 giorni, a partire da metà febbraio e il secondo in aprile, durante le prime tre settimane del mese.

Lo scorso marzo, il paese ha sviluppato un kit per i test rapidi: permette di diagnosticare in 2 ore se una persona è affetta da coronavirus. Tutte queste iniziative del governo hanno dato i loro frutti. Infatti, il Vietnam registra il suo primo decesso solo il 31 luglio 2020. Alla fine di agosto 2020 il Vietnam aveva effettuato più di un milione di test. Il Paese disponeva inoltre di 71 centri in grado di eseguire i test Covid-19, in grado di svolgere un totale di 34.000 test al giorno. Nonostante in estate il Vietnam abbia affrontato una nuova ondata, il Paese se l’è cavata benissimo. Alla fine di settembre 2020, su 1.069 casi dichiarati positivi, 999 sono guariti e sono stati registrati soltanto 35 decessi. Inoltre, il governo ha creato una canzone per la prevenzione del coronavirus, che potete vedere qui sotto.

Corea del Sud

Come Taiwan, la Corea del Sud ha anticipato la crisi del Covid-19. Già nel gennaio 2020 la Corea del Sud ha sviluppato un kit diagnostico per individuare i potenziali portatori del virus. Un mese dopo, sono stati aperti i centri diagnostici e strutture drive-in. Il drive-in è un sistema che permette di effettuare il test senza dover scendere dalla propria autovettura. Durante queste campagne sono state sottoposte a test 500.000 persone.

Secondo un ricercatore dell’Università di Denver in Colorado (Stati Uniti), il successo nella gestione della crisi Covid-19 in Corea del Sud è dovuto a una serie di fattori: in primo luogo, la sorveglianza e il tracciamento delle persone infette, ma anche la realizzazione di “ospedali di protezione dedicati al Covid-19”. Ciò ha permesso di separare le persone affette da coronavirus dai pazienti che avevano contratto altre malattie. Ma anche la trasparenza del governo avrebbe rappresentato un elemento non trascurabile per la corretta gestione della crisi. Il governo, già a gennaio, si è mobilitato per creare misure di prevenzione per combattere il Covid-19. A differenza di altri Paesi, la Corea del Sud non ha adottato il confinamento. Però il governo ha messo in atto misure di distanziamento sociale.

Tuttavia, dopo l’allentamento delle misure, si è verificato un aumento dei contagi. Alla fine di giugno, il Paese aveva rilevato 46 nuovi casi. A luglio, peraltro, nonostante il successo delle misure restrittive, il Paese è caduto in recessione a causa della mancanza di esportazioni.

Poi, ad agosto, la Corea del Sud ha subito una rapidissima rimonta dell’epidemia, dovuta di certo al turismo, malgrado lo screening in aeroporto dei passeggeri provenienti dall’estero. Questo aumento dei contagi è continuato fino a settembre, colpendo in particolare le persone anziane. Ciononostante, alla fine di settembre 2020, su più di 51 milioni di abitanti, solo 395 sudcoreani sono morti.

Giappone

Covid-19 au Japon, illustration

Anche il Giappone è un Paese che ha avuto successo nella gestione del Covid-19. In effetti, il Giappone è un modello in termini di gestione di questa crisi. A partire dalla fine di gennaio 2020, il governo giapponese ha varato diverse misure: in primo luogo, è stato approntato un controllo più rigoroso dei pazienti. In seguito, i contagiati dal Covid-19 sono stati sottoposti alla quarantena. Poi, a marzo, è stata predisposta la chiusura delle scuole primarie e secondarie del Paese. Da aprile a fine maggio 2020, il Giappone ha dichiarato lo stato di emergenza. Grazie a tutte queste disposizioni, lo Stato è stato in grado di controllare il numero di morti.

Ciononostante, a giugno, il Paese era di nuovo in stato di emergenza. La governatrice di Tokyo, Yuriko Koike, ha fatto diverse raccomandazioni agli abitanti della città. Ha chiesto di “evitare ristoranti e locali notturni che non rispettano i protocolli sanitari”, ma anche di “rinunciare a spostamenti non necessari e non urgenti al di fuori della prefettura di Tokyo”.

La seconda ondata, è arrivata a causa della campagna turistica “Go To Travel” e di Obon, la festa dei morti, che si festeggia con la famiglia. Eppure, nonostante un picco tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, il numero dei decessi è in costante diminuzione. A partire da ottobre 2020, le domande di visto così come l’ingresso in Giappone dei viaggiatori d’affari provenienti da sette Stati (Vietnam, Tailandia, Taiwan ecc.), si sono rese nuovamente possibili. Tuttavia, il Giappone continua a chiudere i suoi confini a più di 100 Paesi.

Alla fine di settembre 2020, il Giappone ha visto appena 1549 decessi, il che conferma che i metodi applicati hanno dato i loro frutti.

Conclusione

In sintesi, nonostante alcuni Stati come la Francia, l’Italia o gli Stati Uniti abbiano avuto difficoltà a fronteggiare la crisi causata dal Covid-19, molti Paesi sono riusciti a gestirla relativamente bene grazie alla loro reattività di fronte alla pandemia. Hanno così dimostrato che questa epidemia era gestibile, a condizione di agire prima ancora che il primo caso si manifestasse.

Non dobbiamo dimenticare l’Africa subsahariana, che ha tenuto testa al Covid-19 mentre gli scienziati europei scommettevano su una diffusione massiccia del coronavirus e sulle ripercussioni che la pandemia avrebbe causato nel continente. Ma le cose sono andate diversamente.

Source illustration : Angelina Bambina / Instagram

Source photos : Prachatai / Flickr

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