Covid-19: una crisi per cambiare

Tradotto da Riccardo De Vanna, riletto da Lorena Papini

La diffusione del Coronavirus ha comportato una crisi sanitaria globale che si sta trasformando in crisi sociale e umanitaria. Questa situazione è in parte imputabile alla globalizzazione e all’ultraliberismo. L’uomo e gli sconvolgimenti che ha causato all’ecosistema ne sono la causa. Il Covid-19 non potrebbe essere un’occasione per sensibilizzare e cambiare il nostro modello economico rispetto al suo impatto sul clima? Il cambiamento climatico è una delle principali sfide macroeconomiche che dobbiamo affrontare. È fondamentale mettere in atto cambiamenti strutturali per un’inversione di tendenza nella lotta contro le emissioni di gas serra. Ma come si può raggiungere questo obiettivo in un mondo di consumo eccessivo e di massimizzazione del profitto?

Confinamento: una speranza per il pianeta?

Durante il periodo di confinamento, l’inquinamento è diminuito in seguito alla riduzione delle nostre attività economiche. L’uso delle energie rinnovabili è in aumento. Per contro, vi è un’inversione di tendenza per i combustibili fossili, in particolare a causa della chiusura delle centrali a carbone. Gli spostamenti, soprattutto per motivi di lavoro, sono stati vietati e di conseguenza sono subentrate le videoconferenze. Tutto ciò ha comportato un notevole calo del traffico. I consumi hanno subito una considerevole contrazione a causa del confinamento e la popolazione compra più prodotti locali.

Questo calo delle attività e del consumo ha avuto effetti diretti sul pianeta e sulle sue specie animali. In effetti alcune specie stanno ricomparendo. È il caso, ad esempio, delle tartarughe giganti al largo delle isole Galapagos.

Manifestazione per il clima

La popolazione e le giovani generazioni sono più sensibili nella lotta per la salvaguardia del nostro ambiente. C’è una vera presa di coscienza riguardo alla transizione ecologica. Per questo è necessario cambiare completamente il modello economico globale ultra-liberista. Ma anche comportamenti nocivi per il pianeta e le sue specie. La riorganizzazione dopo la crisi sanitaria sarà decisiva dal punto di vista dell’impatto sul riscaldamento climatico e la difesa dell’ambiente.

Tutto questo è sufficiente?

È chiaro che non è sufficiente. Esperti come Jean Jouzel spiegano che la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra durante il periodo di confinamento non è sufficiente. L’inquinamento è diminuito notevolmente durante il periodo di isolamento. In particolare, è stato riscontrato un calo del 60% degli ossidi di azoto, dannosi per la salute dell’uomo. Eppure, se si vuole avere un impatto reale sul cambiamento climatico a lungo termine, i nostri modelli economici devono essere modificati.

Il ritorno alla vita normale comporterà una forte ripresa delle attività inquinanti? Possiamo essere ottimisti, se ci ritroviamo intrappolati nel nostro modello economico concepito per massimizzare il profitto? Se vogliamo ottenere il risultato desiderato, occorre assolutamente smettere di crogiolarsi in un atteggiamento attendista e bisogna agire adesso per realizzare un’autentica giustizia nei confronti dell’ambiente.

Gli Stati e i loro governi prenderanno coscienza dell’emergenza della situazione e sfrutteranno la crisi sanitaria come un’opportunità di cambiamento?

Gli Stati, in ragione di una ripresa economica, dimenticheranno sicuramente alcuni impegni nella lotta contro il riscaldamento globale. Il rischio di un ritorno agli errori del passato è quindi ampiamente assodato. Ed è noto che dopo ogni grande crisi, la ripresa economica conta più dei problemi climatici. François Gemenne, specialista in geopolitica ambientale, nel corso di un’intervista a France Inter, ha affermato che molti Paesi ne approfitteranno per rinviare le misure adottate contro il cambiamento climatico.

In Francia, il Medef (Movimento delle imprese francesi) ha già chiesto un allentamento delle misure per l’ambiente. Negli Stati Uniti, l’EPA (Environmental Protection Agency) ha sospeso per le aziende, durante il periodo di lockdown, tutte le misure relative alle sanzioni ambientali. Le nazioni dovrebbero smettere di pensare egoisticamente e finanziare progetti pertinenti che non siano in conflitto con gli imperativi ecologici.

Tuttavia, la crisi sanitaria può servire da esempio per l’emergenza climatica. Diversi Paesi sono riusciti a trovare il denaro per finanziare e salvare vari settori di attività. È importante che questi Stati investano in settori che tengano conto delle sfide ambientali e della transizione ecologica. Quest’ultima deve interessare tutti i settori e in particolare i valori dei nostri stili di vita. Il prezzo di queste iniziative non è una scusa, come dice Nicolas Hulot: «Moriamo a causa del Covid-19, delle ondate di caldo, non per il debito».

C’è bisogno assoluto di una ripresa economica intelligente che dia priorità a settori attenti alle problematiche ecologiche e che ci permetta di cambiare il nostro modello di produzione attraverso una “ripresa verde”. Gli Stati sono tenuti a sostenere gli agricoltori locali e a promuovere un’agricoltura biologica. Essi hanno anche il compito di riequilibrare il bilancio di importazione ed esportazione tramite un’indipendenza dai prodotti esteri, in particolare da quelli che sono in contrasto con le nostre norme sociali e sanitarie. Le strategie di sviluppo dei nostri Paesi devono prendere in considerazione le questioni legate alla biodiversità perché già oggi subiamo i costi economici e geopolitici dei nostri comportamenti nocivi.

Gli aiuti finanziari internazionali non dovrebbero limitarsi a fornire ai paesi i mezzi che permettano di realizzare una transizione più ecologica. Le istituzioni hanno il compito di affiancarli e di monitorare i loro investimenti. Questi devono essere utilizzati per la tutela della biodiversità. I governi hanno la responsabilità di mettere in atto regolamenti e strumenti per poterla tenere sotto controllo.

I governi dovrebbero ascoltare gli esperti di biodiversità e gli enti come l’IPBES (piattaforma intergovernativa di politica scientifica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici) e il GIEC, gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. È anche importante che i governi ascoltino gli specialisti in scienze dell’evoluzione, che consentono di prevedere l’evoluzione degli agenti patogeni.

Abbiamo bisogno di politiche che vietino il turismo legato alle aree protette a causa dell’estinzione della fauna e della flora. Aumentare il numero di aree protette è fondamentale. Anche il commercio di animali selvatici deve essere bloccato. I circhi, ad esempio, devono essere vietati come anche il commercio di tigri negli Stati Uniti. Ricordiamo che ci sono più tigri in cattività negli Stati Uniti che in libertà in tutto il mondo.

Infine, i governi hanno l’obbligo di smettere di prendere soltanto “provvedimenti a zero ambizioni”, come li definisce l’economista Robert Stavins, che ovviamente non sono sufficienti per combattere il riscaldamento globale.

Il Green Deal sopravviverà?

Il Covid- 19 è un’occasione che non si deve lasciar sfuggire per poter rilanciare la nostra economia con una “ripresa verde”. L’Unione Europea ha adottato misure per un importo di oltre 3.000 miliardi di euro al fine di aiutare i Paesi membri. Pertanto, questo denaro può essere utilizzato al meglio per investimenti “verdi”.

L’Unione Europea deve dimostrare il suo ruolo e non darla vinta a Paesi come la Polonia o la Repubblica Ceca che chiedono di abbandonare il Green Deal.

Come possiamo cambiare il nostro stile di vita?

La globalizzazione a oltranza è uno dei fattori che causa l’inquinamento massivo. Inoltre, occorre bloccare la deforestazione, il bracconaggio e l’allevamento intensivo. È quindi necessario pensare a un nuovo modello che ci permetta di produrre e consumare in una prospettiva differente. Come dice l’esperto Jean Jouzel, ex vicepresidente del GIEC, è necessario che i governi delocalizzino alcuni settori, ad esempio quello tessile. Per fare questo, occorre dotarsi di modelli di produzione alternativi rispetto alle nostre procedure e alle nostre attività economiche. A questo proposito è fondamentale la salvaguardia delle aree naturali e rurali.

Inoltre, occorre rafforzare le regole a livello internazionale. Il Protocollo di Kyoto e il mercato dei diritti di emissione negoziabili, dato il basso prezzo del carbone, sono un fallimento. Di conseguenza, l’introduzione di una tariffazione internazionale può essere una soluzione. Se non fosse così, è necessario trovare delle alternative. Gli impegni volontari dei paesi, ratificati durante la COP21, sono lodevoli ma insufficienti. La pratica del greenwashing è decisamente diffusa e i paesi sembrano essere meno inquinanti di quanto non lo siano.

Figure politiche come Trump e Bolsonaro, che non credono nel cambiamento climatico per interesse, non dovrebbero rappresentare un ostacolo per gli altri Stati che desiderano perseguire politiche verdi. La coesione internazionale deve far fronte a governi come quello di Trump. Questi governi sono fortemente orientati verso il mercato del libero scambio e devono essere sanzionati con imposte sulle vendite se non giungono ad un accordo ecologico.

Infine, le promesse fatte dai singoli governi devono essere mantenute. È facile prendere un impegno e apparire eco-responsabili quando non si richiede alcun tipo di indennizzo se l’impegno non viene rispettato.

Sull’orlo di una crisi umanitaria e sociale

Covid-19 e il confinamento hanno provocato la perdita di circa 300 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo. Di conseguenza, questa forte perdita occupazionale farà sprofondare il mondo in una significativa crisi umanitaria e sociale. Alla fine del periodo di contenimento, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) stima che da 5 a 25 milioni di persone non troveranno lavoro.

Secondo Oxfam, la crisi sanitaria che stiamo vivendo potrebbe far regredire la lotta contro la povertà di 10 o 30 anni. In diversi paesi, l’accesso all’acqua, all’elettricità e al cibo non è più possibile senza redditi. Inoltre, il Programma alimentare delle Nazioni Unite (PAM) ritiene che, a livello mondiale, il numero di persone colpite dalla fame raddoppierà. Raggiungerà quindi 250 milioni di persone entro la fine del 2020.

Attualmente, gli aiuti alle persone più povere del mondo e ai migranti sono diminuiti. Questa fascia di popolazione risentirà maggiormente della crisi di Covid-19.

Guy Ryder, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in un’intervista a Le Monde avverte che la prossima pandemia sarà quella della fame.

In breve, sarà necessario operare collettivamente per una transizione economica e sociale a favore del clima e della biodiversità.

Un sistema finanziario in parte a rischio

L’economia mondiale è governata dalla finanza, che funziona tramite gli interessi e gli stanziamenti economici. Il credito ci permette di acquistare ciò che non possiamo avere. Un incremento di stanziamenti equivale a una crescita dell’attività economica. Come dice Anice Lajnef, il finanziamento è un acceleratore dei consumi, che crea un debito ecologico. Il nostro sistema bancario si basa sui prestiti e le banche sono obbligate ad aumentare il prestito per guadagnare interessi bancari. Il problema è tale che senza finanziamenti non è possibile pagare gli interessi. È così che il sistema bancario fallisce.

La soluzione, come sostiene Anice Lajnef, sarebbe quella di proibire la creazione di denaro da parte delle banche commerciali «al momento della concessione del credito». Questo sarebbe poi il ruolo delle sole banche centrali. Anche la produzione di liquidità da parte delle banche centrali dovrebbe essere accompagnata da una crescita economica sostenibile. È necessario anche incentivare gli investimenti.

La banca, protagonista del mondo finanziario

Un’economia per il bene comune

In economia il cambiamento climatico è un bene comune. Gli Stati pensano egoisticamente: aspettano che siano gli altri ad agire o pensano soltanto ai propri interessi. Ogni Paese beneficerà delle azioni ecologiche che un altro Stato intraprenderà. Al contrario, ogni Paese subirà le ripercussioni dei mancati interventi di un altro. Il virus Covid-19 ne è un chiaro esempio. Possiamo pertanto parlare della tragedia dei beni comuni – nell’ambito del cambiamento climatico – analizzata dall’ecologo statunitense Garrett Hardin.

Jean Tirole nel suo libro “Economia del bene comune” (Premio Nobel nel 2014) cita il politologo Elinor Ostrom (Premio Nobel per l’Economia nel 2009), per dimostrare che i meccanismi informali di incentivi e di sanzioni non possono limitare i clandestini su scala globale. Per quale motivo? Perché ad oggi non esistono istituzioni sovranazionali che assicurino «il rispetto di un approccio classico all’internalizzazione dei costi, come proposto dalla teoria economica, per gestire questo bene comune», afferma Jean Tirole. E il problema consiste in ciò: è una vera aberrazione l’assenza di un’istituzione che si imponga e sanzioni, in caso di mancata ottemperanza, ai Paesi che non rispettano le regole per lo sviluppo sostenibile. Comunque sia, sarebbe utopistico pensare che i Paesi si uniscano in questo impegno.

Si deve assolutamente raggiungere un accordo globale per salvaguardare il pianeta. Ma in che modo? Inoltre, come sottolinea Jean Tirole, i Paesi più inquinanti e fortemente responsabili delle emissioni di carbonio si ritrovano in una posizione di vantaggio quando ci si accorda per richiedere indennizzi ben più alti.

Il benessere sociale e il progresso a cui crediamo di avere diritto sono illusori. L’alimentazione di origine industriale, povera e inquinata, ma anche i problemi che provoca, non possono essere sinonimi di benessere e progresso, come sottolinea padre Serge Martin Ainadou.

L’attuale crisi sanitaria: un avvertimento che non deve essere ignorato

Come alcuni specialisti sostengono, tra i quali Paolo Guidetti, è l’Uomo ad essere responsabile della situazione attuale. «È la necessità di avere più risorse alimentari che ha spinto l’uomo a invadere e distruggere numerosi habitat naturali per creare aree coltivabili e l’allevamento intensivo. In questo modo gli animali da allevamento, e poi gli esseri umani, sono stati esposti ad agenti patogeni fino a poco tempo fa sconosciuti», spiega Paolo Guidetti in un’intervista per Franceinfo.

La crisi di Covid-19 ha smascherato le debolezze del nostro sistema, che dobbiamo affrontare nell’immediato. Abbiamo bisogno gli uni dagli altri per le risorse basilari, e nondimeno vitali, come il cibo e la salute.

È assolutamente necessario che anche l’umanità si rimetta in discussione. Come afferma l’ecologista della salute Serge Morand in un’intervista per France Inter, è stato proprio l’uomo che, a causa del suo modo di operare, ha creato «nuove condizioni ecologiche che favoriscono le epidemie». Non è il colmo che una specie a rischio di estinzione a causa dell’Uomo sia il motivo di una crisi sanitaria che ha sconvolto il nostro stile di vita e ucciso tanti nostri simili? Dobbiamo essere pienamente consapevoli che la nostra salute è legata all’ecosistema e alle altre specie.

Bracconaggio di pangolini

Come fa notare il CNRS (Centro nazionale francese di ricerca scientifica), è la riduzione della diversità delle specie e quindi della biodiversità che rende sempre più frequente la trasmissione di agenti patogeni e malattie. Sono i comportamenti umani ormai radicati nella nostra cultura che stanno distruggendo la natura. Il bracconaggio del pangolino è solo uno dei numerosi esempi possibili.

Secondo alcuni scienziati la crisi attuale è solo l’inizio. Altre epidemie si verificheranno, se non cambiamo il nostro modo di vivere e se i governi non cambiano le loro politiche. Stiamo distruggendo il nostro ambiente e le zoonosi ne sono una conseguenza. L’estinzione della biodiversità mette in causa tutti quei fattori che l’hanno provocata: la deforestazione, la sovrappopolazione e il cambiamento climatico. È accertato che la deforestazione generi fenomeni di malaria in Asia. La riduzione della diversità genetica, dovuta all’estinzione di alcune specie e alla standardizzazione delle specie animali da allevamento, è anche uno dei motivi della moltiplicazione delle zoonosi.

I due terzi di tutte le malattie sono zoonosi. Ciò significa che gli agenti patogeni si trasmettono dagli animali all’uomo e viceversa. La maggior parte di queste zoonosi provengono da animali selvatici vittime di bracconieri. Nel corso degli ultimi anni il numero delle malattie è in forte aumento. Lo dimostrano malattie come l’Ebola, l’HIV, l’H1N1… Tuttavia, tutto questo è solo una parte del problema poiché ci sono anche alterazioni di tipo climatico.

Un’anticipazione insufficiente

Il mondo globalizzato nel quale viviamo favorisce la trasmissione di agenti patogeni e stiamo facendo fronte alle diverse epidemie. Un team di ricercatori cinesi già nel 2007 aveva avvertito dei pericoli legati al consumo di specie esotiche come il pangolino e delle malattie respiratorie che esso provocava.

Ecco perché le misure preventive, con la realizzazione di strutture sanitarie ecologiche, sono fondamentali. È necessario mettere in atto strategie che funzionino a lungo termine. Occorre assolutamente ampliare le nostre conoscenze in biologia evolutiva finanziando i progetti degli scienziati. Ma anche aprire nuovi posti di lavoro per la ricerca e per gli studiosi del settore.

L’approccio «One Health»: un solo mondo, un’unica salute

La nostra salute è strettamente legata alla biodiversità e all’ambiente. L’iniziativa globale “One Health” contiene tre obiettivi principali: la sicurezza sanitaria alimentare, la lotta contro le zoonosi e la lotta contro la resistenza agli antibiotici (antibioresistenza).

È necessario creare catene alimentari sane e impedire il bracconaggio di animali, ma anche l’uso di prodotti nocivi all’interno degli allevamenti. Occorre modificare i nostri metodi di produzione come anche i contatti con altre specie animali. Dobbiamo smettere di distruggere gli habitat naturali degli altri esseri viventi.

La salvaguardia e la protezione delle ultime specie selvatiche e delle aree protette è una condizione fondamentale per la biodiversità e la riduzione delle zoonosi. La possibilità di piantare 1200 miliardi di alberi non è così semplice e per di più non si deve trascurare il microbioma.

Rappresentazione grafica di “One Health”

Quali piccoli gesti possiamo fare?

Ognuno di noi produce in media 600 kg di rifiuti all’anno. Dobbiamo smettere di pensare che gli altri agiranno al nostro posto e di essere al sicuro di fronte alle questioni climatiche. Il sistema in cui viviamo deve diventare più sostenibile.

La sensibilizzazione delle giovani generazioni rimane una questione importante per la tutela dell’ambiente.

Investire in azioni ecologiche può essere un modo per favorire la salvaguardia della biodiversità.

Dobbiamo porci domande riguardo i nostri acquisti e sul consumo eccessivo. Sono davvero necessari? Abbiamo davvero bisogno di acquistare o possiamo valutare altre alternative? Ad esempio, possiamo noleggiare oggetti che useremo una sola volta o fare acquisti di seconda mano.

Comprare all’ingrosso è uno dei tanti modi per liberarsi di tonnellate di imballaggi. Le bottiglie di plastica sono note per essere molto inquinanti. Preferire le bottiglie d’acqua in vetro o l’uso di caraffe filtranti è un’ottima alternativa.

Rifiuti sulla spiaggia

Possiamo evitare di buttar via un foglio di carta dopo il suo primo utilizzo e poterlo successivamente riciclarlo come foglio di brutta copia. Bisogna smettere di gettare per strada i propri rifiuti, mozziconi di sigaretta, guanti e mascherine.

Anche le nostre e-mail inquinano: eliminare quelle che non sono più utili sarebbe un piccolo passo avanti.

Inoltre, preferire canali di distribuzione a corto raggio sarebbe vantaggioso per l’ambiente, ma anche per l’economia. Anche l’acquisto di frutta e verdura a chilometri zero, anziché nei supermercati, sarebbe un impegno a favore del nostro pianeta. O per lo meno l’acquisto di prodotti nazionali contribuirebbe a ridurre l’inquinamento.

Sarebbe altresì opportuno mangiare meno carne proveniente da allevamenti intensivi e preferire invece i macellai di quartiere.

Infine, anche i mezzi di trasporto sono importanti ed è necessario utilizzare mezzi di mobilità sostenibili. Perché non fare uno sforzo scegliendo di non prendere la nostra macchina per andare a prendere il pane che è a solo 5 minuti di distanza da casa nostra?

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