La Georgia dal retrogusto sovietico

TRADOTTO DA CHANTAL DORN E CORRETTO DA VALENTINA NIEDDU

Non molto tempo fa la Georgia si emancipava dall’Unione Sovietica, accompagnata da altri territori nella sua ricerca d’indipendenza. Sebbene oggi la Georgia aspiri a modernizzarsi e a diventare una società occidentalizzata, il peso del patrimonio sovietico è ancora presente nel paese, soprattutto nella capitale Tbilisi.

Le Journal International si è recato nella capitale georgiana.

L’occupazione dei Soviet o la storia di un dolore non ancora finito.

Dal 1921 al 1991, la Georgia è stata sotto l’occupazione sovietica, durante la quale la sua popolazione è stata perseguitata e soffocata nella ricerca della libertà. Questi anni cupi sono raccontati al Museo Nazionale Georgiano a Tbilisi, dove l’URSS reincarnata nella Federazione Russa viene dipinta come un oppressore tirannico e Joseph Stalin come un potente « mass murderer » .

 

Foto : Foto di alcune vittime prima della loro esecuzione al Museo dell’Occupazione Sovietica, una delle esposizioni permanenti del Museo Nazionale Georgiano a Tbilisi. Crediti Louison Bojuc.

Dopo la morte di Stalin, il mito non è tuttavia sparito. Benché i crimini commessi da Stalin nei confronti della popolazione georgiana siano oggi riconosciuti e quantificati e benché molti edifici che lo commemorano siano stati messi al bando negli spazi pubblici dal 2003, alcuni sondaggi recenti hanno dimostrato che quasi la metà dei Georgiani conservano un’immagine positiva del vecchio « Padre dei popoli ». Innanzitutto, questo paradosso è il riflesso di un effetto generazionale: mentre la gioventù è più orientata verso l’Europa, i più anziani continuano a parlare russo e associano all’ovest un concetto estraneo e astratto. Si tratterebbe però inoltre di una ferita ancora aperta per il popolo georgiano, di un dolore non ancora finito.

« Get back on the track to the West »

La bandiera georgiana e la bandiera del Consgilio d’Europa l’una a fianco all’altra al Ministero degli Esteri. Crediti Louison Bojuc.

Dal 1991, dall’emancipazione dalla tutela sovietica, il paese affronta un cambiamento ed è richiamato dall’Occidente. « Get back on the track to the West » diventa la parola d’ordine, come disse per prima Ketevan Chumbadze, vice-direttrice politica del Ministero degli Esteri. La nuova Georgia entra in un periodo di transizione, adotta pratiche liberali, vive un’industrializzazione rapida, si apre all’estero e mette al bando l’anti-americanismo istituito. Le strade di Tbilisi sono ormai invase da marche di lusso francesi, fast-food americani, negozi del mondo anglosassone…« In 20 anni siamo stati capaci di stabilire un contatto con l’Ovest e di imparare da esso, riassume Giorgi Kanashvili, responsabile dell’ organizzazione Caucasian House, l’Europa è uno strumento d’indipendenza ». « Get back on the track to the West ».

Il paese sembra brulicare di progetti: un’Università franco-georgiana in collaborazione con alcuni istituti di formazione di Lione, Rennes e Montpellier; una linea del treno diretta tra Parigi e Tbilisi prevista per il 2018, più contratti con le aziende vinicole europee…

Questo però non impedisce alla Georgia di essere esclusa dal mirino dell’UE e tanto meno di essere considerata come un paese sofferente, con un tasso di povertà pari al 20% nel 2017 e con un consistente plico di scottanti questioni interne di cui occuparsi: le regioni separatiste dell’Abcasia e dell’Ossezia del sud, i campi di sfollati che costellano il paese, le persecuzioni delle minoranze.

Pascal Meunier, Ambasciatore di Francia a Tbilisi, afferma con dispiacere che « la Georgia ha molte belle cose ma non sa valorizzarle ».

Un patrimonio architettonico significativo

Dopo la caduta del blocco sovietico, un grosso patrimonio architettonico e culturale prende posto qua e là nel paesaggio georgiano. «Sono presenti dei resti dell’architettura sovietica, un patrimonio materiale molto consistente » afferma Giorgi Kanashvili.

Nel 1999 viene adottata una legge relativa al patrimonio culturale della Georgia come base giuridica per la protezione e la preservazione di monumenti immobiliari ma non di composizioni urbane. Tbilisi può quindi essere trasformata.

Vista sul centro modernizzato di Tbilisi. Crediti Louison Bojuc.

Vista sulla parte vecchia di Tbilisi in periferia. Crediti Louison Bojuc.

Mikhaeil Saakachivili, salito al potere in seguito alla « Rivoluzione delle Rose » nel 2003, ha voluto cancellare ogni traccia del passato facendo demolire le statue comuniste e alcuni memoriali che rendevano omaggio ai soldati russi caduti dell’epoca. Parallelamente vengono intrapresi grandi progetti architettonici nel centro della capitale, simbolo di un paese in piena transizione. Il nuovo presidente si pone come riformatore intransigente, scegliendo un asse pro-europeo e pare intenzionato a sbarazzarsi dei fantasmi del passato.

Tra rigetto, fascino, nostalgia e indifferenza, la questione del patrimonio nelle società post-sovietiche viene accolta in diversi modi dalla popolazione georgiana. Chi ha vissuto sotto l’URSS sarebbe infatti più amareggiato nei confronti di un passato sinonimo di grandezza.

Però per alcuni, se Saakachivili non è stato rieletto nel 2012, in parte è a causa del cambiamento radicale che ha imposto al paese e alla popolazione, che non era ancora pronta. « Oggi si prospetta una riabilitazione. Le generazioni emergenti rivendicano la patrimonializzazione di alcuni edifici » fa notare il fotografo Frédéric Chaubin. Ma lo spazio politico georgiano è particolarmente frammentato, le statue di Stalin rimesse in piedi vengono dissacrate molto rapidamente. È difficile attuare una politica di preservazione.

I fantasmi del passato

Percorrendo le strade di Tbilisi o avventurandosi nella campagna georgiana è possibile trovare le prove che segnano il territorio della repubblica caucasica e che ci fanno tornare indietro di qualche anno.

Durante « l’occupazione » sono state importate auto da tutte le parti del mondo, a volte con il volante a sinistra, a volte a destra; e marche come Lada, Wolga o ancora UAZ possono essere trovate facilmente nonostante sia cessata la produzione. Nel sud della Georgia i cartelli stradali sono ancora in tre lingue: georgiano, russo e armeno, la cui comunità è molto presente. Quasi tutti i georgiani parlano russo, anche se la nuova generazione, principalmente orientata verso l’Occidente, parla più spesso inglese. Inoltre può capitare spesso di vedere immobili di quattro o cinque piani chiamati « Krusciov » dall’iniziativa dell’omonimo presidente che ne fece costruire in massa tra gli anni ‘50 e ‘60 per rispondere alla crisi immobiliare. Se diversi paesi ne hanno iniziato la demolizione, i « Krusciov » sono ancora molto presenti tra le strade della Georgia.

« Krusciov » del periodo sovietico rimasti nel paesaggio georgiano. Crediti Louison Bojuc.

Sovietica, per sempre

Sebbene la Georgia abbia scelto l’Occidente, rimane la difficoltà di tagliare il cordone che la lega alla Russia, che resta uno dei suoi abbeveratoi commerciali più importanti e che gestisce i conflitti nelle regioni dell’Ossezia e dell’Abcasia, per conservare una forma di pressione sulla sua « sorella minore » sovietica. L’attuale presidente Giorgi Margvelashivili, eletto nel 2013, ha preso le distanze dalla posizione pro-occidentale del suo predecessore e si è impegnato in un dialogo costruttivo con Vladimir Putin. Un approccio più equilibrato che sbarra la strada verso la famiglia europea.

Vedersi affibbiato il titolo di ex-colonia sovietica è difficile…in ogni caso il messaggio è chiaro: « Finche non si staccherà dal passato, la Georgia non potrà andare avanti » conclude Olivier Reisner, professore specializzato in storia della Russia e del Caucaso all’Università di Stato Ilia di Tbilisi.

Foto di copertina : La madre Patria che domina e protegge Tbilisi. Crediti Babak Fakhamzadeh

 

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