L’assenza di consenso sul diritto alla fin’ di vita in Europa

Il parere del Comitato consultativo nazionale dell’etica reso ultimamente pubblico in Francia sulla legalizzazione dell’eutanasia rilancia più che mai il dibattito sul consenso europeo. In assenza di consenso comune, i cittadini dell’Unione europea non godono degli stessi diritti davanti alla morte.

L’insieme della comunità europea ha ratificato la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. L’alinea 1 dell’articolo 2, che garantisce una protezione della vita, indica che “il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il reato sia punito dalla legge con tale pena”. Nonostante ciò, questo diritto alla vita pone oggi la domanda del diritto alla morte. In tutti i paesi sviluppati, il mantenimento artificiale in vita delle persone malate o immerse in un coma irrevocabile, conducono alla richiesta della scelta personale degli individui del momento della loro morte. Il La battaglia per la legalizzazione dell’eutanasia si è dunque accentuata ma sembra molto eterogenea da un paese a l’altro.

Crediti : Selma Zem

In Europa, l’eutanasia assume più forme che non hanno altra via tranne quella di alimentare gli amalgami. Può essere attiva o passiva. Nel primo caso, la morte risulta di un atto positivo diretto. Nel secondo caso, segue la cessazione volontaria del trattamento medico. Può ugualmente caratterizzare l’aiuto al suicidio, nel caso in cui il malato è condotto da un terzo per darsi la morte. La pratica dell’eutanasia è esercitata da un medico o sotto il suo controllo e mira così a provocare il decesso di un individuo la cui malattia inguaribile gli infligge delle sofferenze intollerabili. Eppure, se la definizione richiama la compassione e dunque un parere favorevole per la legalizzazione dell’eutanasia, pone dei problemi giuridici quando il paziente non ha dato il suo consenso e che è in incapacità di farlo o quando è minorenne. Ma ugualmente dei problemi etici e morali riguardo al giuramento d’Ippocrateo prestato dai medici.

La scelta della morte parzialmente penalizzata

I paesi che rifiutano il diritto di morire sono maggioritari in Europa. O per lo meno, quelli che rigettano la possibilità esplicita di morire per scelta e non in seguito a una malattia. Le risposte al questionario relativo all’eutanasia che ha indirizzato il Comitato direttore per la bioetica nel 2001 esprime questo rifiuto e, aldilà, la penalizzazione parziale dell’eutanasia. Se i Paesi Bassi, il Belgio o pure il Lussemburgo fungono di eccezione autorizzando l’eutanasia attiva, l’Italia, il Regno-Unito oppure la Francia, ammettono soltanto un aiuto alla morte. La protezione della vita è tale che una pena di carcere è prevista nella maggioranza dei paesi per i medici che praticano l’eutanasia. La Grecia, la Romania, la Croazia, la Polonia e l’Irlanda vietano così l’eutanasia qualsiasi sia la forma e a volte puniscono a delle pene lorde come per un omicidio. In Francia, il legislatore sancisce altrettanto questa violazione alla vita. Pertanto, certe decisioni giudiziarie sottolineano una certa ipocrisia dello Stato. Ne è testimone il caso Nicolas Bonnemaison. Questo medico è stato indagato per avere iniettato delle sostanze mortifere a delle persone anziane in fin di vita. Mentre l’eutanasia è paragonata a un omicidio volontario nel codice penale francese, Nicolas Bonnemaison è stato assolto per avere praticato l’eutanasia su sei dei suoi pazienti incurabili. Se si riconosce l’assoluzione di un medico, perché non legalizzare l’eutanasia? Non è una singolarita che caraterizza soltanto la Francia. Dunque, une consenso è, più che mai, necessario.

Un consenso europeo ben difficile a trovare

Il 29 aprile 2002, la Corte europea dei diritti dell’Uomo eresse due principi fondamentali nel caso Pretty c/ Regno-Uniti. In specie, la ricorrente stava morendo di una malattia neuro-degenerativa incurabile impendendola di suicidarsi da sola. Voleva beneficiare dell’aiuto del suo marito senza che sia indagato per assistenza al suicidio. In questo caso, la Corte riconosce un diritto all’autodeterminazione inerente ad ogni persona. In questo caso, ammette che il divieto del suicidio assistito del diritto penale di uno Stato possa costituire un’ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata. Intanto, limita il principio di autonomia personale refutando la possibilità di una riconoscenza di un diritto di morire. Per giustificare questo rifiuto i giudici di Strasburgo non si appoggiano soltanto all’obbligo fato agli Stati di proteggere la vita ma pure a quello di procedere ad un’interpretazione testuale dell’articolo della CEDU. Rammendano pure il carattere sacro della vita e enumerano i casi in cui la morte può essere inflitta volontariamente – nel caso della condanna a morte ad esempio-.

Gli Stati sono guardiani: il principio dell’autonomia personale è riconosciuto ma l’ingerenza dello stato è capitale per proteggere la vita. Con le sue decisioni, la Corte europea dei diritti dell’Uomo assicura il rispetto degli ingaggiamenti sottoscritti dagli Stati firmatari della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. Pertanto, gli Stati rimangono sovrani delle loro politiche e dei loro diritti interni. Ciò che spiega perché ci sono così tante disparità da un paese all’altro. Tra i paesi che lasciano al paziente soltanto la possibilità di lasciarsi morire, quelli che vietano formalmente ogni forma di eutanasia et quelli che l’autorizzano pienamente, sarebbe quasi discriminatorio di volere vietare al paziente la possibilità di andarsene prima. A più di un titolo, dei dibattiti tra i paesi europei sono aspettati. Si tratterebbe di stabilire un’omogeneità legislativa, rispondere alle attese degli individui e cancellare la discriminazione di fronte alla morte.

Foto. Crediti : Alberto Biscalchin

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