Il calvario di Ghouta raccontato sui social media

TRADOTTO DA BENEDETTA MARIA CAIAZZO E CORRETTO DA SILVIA MONTORSI

Gli abitanti di Ghouta, un’enclave ribelle nei pressi della capitale siriana, si affidano ai social network per testimoniare il loro calvario. Bombardati dagli aerei di Bachar al-Assad, assediati e soggetti alle penurie e alle malattie, i civili siriani non smettono di soffrire a causa di questo interminabile conflitto. Il regime siriano blocca l’accesso a Ghouta orientale sia ai convogli di aiuti umanitari che ai giornalisti, mentre dal 18 febbraio l’inasprimento dei bombardamenti lascia intravvedere il pericolo di un’offensiva terrestre.

In questa zona, descritta come l’“inferno in terra” dal segretario generale dell’ONU Antonio Guterres, l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR) ha registrato più di 400 civili uccisi, di cui un centinaio sono bambini.

Il dramma del popolo siriano non smette di commuovere

Su Twitter, Facebook e YouTube la popolazione riporta delle testimonianze, spesso filmate, di coloro che tentano di sopravvivere in questa trappola in cui sono imprigionate circa 400.000 persone.

Mohamed Najem è un adolescente di 15 anni che posta regolarmente sul suo account Twitter dei video girati col cellulare tra le rovine del suo quartiere, per testimoniare l’orrore della guerra. I suoi messaggi, pubblicati in inglese, gli hanno permesso di acquistare grande visibilità e di diventare una figura emblematica del martirio di Ghouta. In uno dei suoi ultimi video, Mohamed fa appello ancora una volta alla Comunità Internazionale affinché reagisca e imponga la fine dell’assedio di Ghouta orientale.

Perché il nostro sangue è diventato insignificante?” si domanda l’adolescente davanti a un mucchio di macerie di un edificio distrutto da un attacco.

A Duma, località principale dell’enclave, il fotografo Firas Abdullah posta sulla sua pagina Facebook il catastrofico dramma vissuto dalla sua città. Di ora in ora, i suoi post individuano gli attacchi aerei per far capire al mondo esterno la portata della distruzione sistematica del territorio, ma anche per informare coloro che seguono la sua pagina che è ancora vivo.

Anche Nivin Hotary, un’abitante di Ghouta Est, pubblica costantemente sulla sua pagina Facebook dei messaggi in cui conta i morti e le segnalazioni degli attacchi. Raccontando la quotidianità dell’enclave assediata, ricorda anche l’esistenza di molto abitanti reclusi nei loro seminterrati per scappare ai bombardamenti: “Prigionieri nelle cantine […] non possiamo dormire. Ogni dieci minuti un missile di artiglieria esplode per assicurare a chi bombarda che nessuno dormirà.”

Il personale medico è in prima linea per tentare di salvare chi può essere salvato. Di fronte al dolore e alla morte, fanno di tutto per contrastare la grave scarsità di attrezzatura e medicine. Gli ospedali sono i bersagli degli attacchi del regime, ed è in queste condizioni sempre più degradanti che il personale medico continua ad esercitare e a pubblicare regolarmente su Facebook le foto dei feriti.

L’inerzia della Comunità Internazionale

Mentre la popolazione siriana sprofonda sempre più nell’abisso dell’orrore umano, la Comunità Internazionale tergiversa sui modi con cui far cessare questa guerra. Il voto del Consiglio di Sicurezza su una tregua di un mese in Siria, ed in particolare a Ghouta orientale, tarda a concretizzarsi.

La Russia, alleata con il regime di Damasco, temporeggia sull’adozione di questo testo presentato dalla Svezia e dal Kuwait. L’Iran, altro alleato di Bachar al-Assad, si è espresso a favore del proseguimento dei bombardamenti per preparare l’attacco terrestre di cui i guardiani della Rivoluzione del regime iraniano sono i principali artefici.

Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno chiesto al presidente russo Vladimir Putin di approvare il progetto di risoluzione. Dal canto suo, Donald Trump ha dichiarato che “Ciò che la Russia, l’Iran e la Siria hanno fatto recentemente è una vergogna umanitaria”, senza pero’ fare nient’altro per influire sulla situazione.

Foto del banner: Aleppo sotto le macerie, fonte: http://mil.ru/index.htm

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