“Il capitalismo é la guerra”: slogan o veritá?

Tradotto da Letizia Garlatti, riletto da Lorena Papini

“Il capitalismo é la guerra” porta alla constatazione evidente che la guerra é esistita prima del capitalismo. Come aveva giustamente detto Jaime Torres Bodet: “Le guerre hanno inizio nello spirito dell’uomo” e “la pace é prima di tutto, allo stesso modo della guerra, uno stato di coscienza” [1]. Cosí, come il capitalismo é la guerra, anche la religione é la guerra, il nazionalismo é la guerra. In piú, citando San Tommaso: “Una guerra giusta puó essere descritta come un osso che vendica i torti”, liberarsi dell’invasore o della colonizzazione obbliga i popoli alla guerra.

La guerra é una realtá, ma affermare che “il capitalismo é la guerra” é uno slogan o una veritá? La volontá e l’affermazione di potenza sono un elemento intrinseco alla guerra, ma i meccanismi, le logiche, le finalità, le ragioni e irragionevolezze che portano alla guerra variano nell’antichità, l’ordine medievale o il sistema interstatale capitalista. In poche parole, nell’Antichità un sovrano idolatrato conquistava terre, beni e schiavi, poi gli déi e nell’Alto Medioevo, é Dio a decidere sulla guerra. Il Rinascimento segna il passaggio dalla guerra cavalleresca e dai condottieri all’arruolamento di eserciti di mercenari finanziati dalle banche per le guerre dei Papi, dei re e degli imperatori, eserciti che serviranno anche a sopprimere le rivolte contadine. “Non solo la guerra dei Cent’Anni, ma anche la colonizzazione delle Americhe fu finanziata in gran parte dal capitale commerciale italiano” [2]. Dalla Rivoluzione Francese nasce l’esercito-Stato che istituisce la coscrizione, ed é nel contesto delle guerre napoleoniche che Clausewitz definisce la “guerra assoluta”. Nella fase del capitalismo industriale, la conquista coloniale del mondo si razionalizza con il passaggio, nel nome della civilizzazione e del progresso, degli empori per il commercio e la tratta, alla fase coloniale della possessione di terreni, sottomissioni delle popolazioni, sfruttamento del suolo e del sottosuolo, negazione dell’altro, attraverso la guerra.

Il capitalismo reale é perfettamente definito da Fabian Scheidler: “Un’economia che mira all’accrescimento infinito del capitale; degli Stati-nazioni dotati di apparati militari, polizieschi ed amministrativi centralizzati; ed una ideologia che presenta l’espansione di questo sistema come una missione providenziale nella storia dell’umanitá” [3]. Meccanismi, logiche, finalità, razioni e irragionevolezze che fondano la sentenza di Jaurès: “il capitalismo porta in sé la guerra, come la nube porta il temporale”.

Realtà tragicamente verificata nel 1914, ma il corso presente della Storia dimostra la permanenza del giudizio di Jaurès? Si ripete continuamente che, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa occidentale ha conosciuto un lungo “periodo di pace”. Significa dimenticare che i popoli del Terzo Mondo hanno affrontato, dalla fine della secondo confitto mondiale, decolonizzazione ed effetti collaterali del confronto Est-Ovest, le guerre imperialiste e la violenza della repressione. A cavallo degli Anni ’90, il mondo occidentale, con gli Stati Uniti nel ruolo di potenza dominante, é diventato egemonico. Non conosce, fra le potenze che ne fanno parte, contraddizioni importanti che siano antagoniste e, per la difesa dei propri interessi e profitti, il mondo occidentale dispone di una forte alleanza militare, la NATO. Il capitalismo, crogiolandosi nella propria egemonia, allarga quindi la fandonia sulla “fine della Storia” e George Bush senior, presidente della maggiore potenza economica e militare che il mondo ha conosciuto, proclama: “Ci incontriamo oggi di fronte ad un momento unico e straordinario… Un’era nella quale le nazioni del mondo -Est e Ovest, Nord e Sud- possano prosperare e vivere in armonia… Un mondo distinto da quello che abbiamo conosciuto. Un mondo dove lo Stato di diritto prenda il posto della legge della giungla. Un mondo nel quale le nazioni riconoscano la propria responsabilità comune di garantire la libertà e la giustizia. Un mondo dove il forte rispetti i diritti del debole… Una nuova epoca, più libera dalle minacce e dal terrore, più forte nella ricerca della giustizia e più sicura nella ricerca della pace” [4]. Qual’é stato questo mondo di pace, libertà e giustizia che ci é stato annunciato? Un mondo di guerre in ragione della natura stessa del capitalismo.

Ed è ció che Il capitalismo é la guerra cerca di dimostrare, raccontando, attraverso trent’anni di interventi militari, gli obiettivi egemonici delle potenze occidentali nel corso della prima guerra d’Iraq, della guerra civile nell’ex-Yugoslavia, delle guerre in Kosovo e in Serbia, dellintervento militare in Somalia, del genocidio in Rwanda, delle guerre dette “giuste” in Afghanistan, Iraq e Libia, del dissidio in Siria e dell’impasse nel Sahel. Delle guerre condotte con il pretesto del “diritto d’ingerenza umanitaria” e poi della “responsabilità di protezione”, che hanno devastato Paesi e mutilato popoli; guerre alle quali i dirigenti di grandi potenze hanno fatto ricorso per giustificarsi a fake news; guerre “legalizzate” manipolando e strumentalizzando l’ONU, calpestando la sua missione fondatrice di preservare la pace; guerre dove la NATO fu il braccio armato in ripetute occasioni; guerre nelle quali, in violazione della Convenzione di Ginevra, si sono accumulati crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

In questo modo, invece di adottare politiche di riduzione delle contraddizioni tra potenze regionali o di pacificazione quando tensioni religiose, etniche, culturali o storiche dividono popoli, le potenze occidentali capitaliste, ormai libere da avversari, sono ricorse alla violenza militare sotto forma di coalizioni internazionali o nel quadro della NATO. Hanno così dimostrato la natura del capitalismo di voler sempre rafforzare la propria egemonia, estendere la globalizzazione economica neoliberale, assicurarsi il controllo delle vie commerciali, imporre la propria visione della democrazia.

Tuttavia, l’evoluzione dei rapporti di forza tra le principali potenze ha subito una forte accelerazione dalla fine del XX secolo. Il nuovo ordine mondiale proclamato dopo la scomparsa dell’ordine internazionale instauratosi con la fine Seconda Guerra Mondiale é durato una sola generazione. Se, a causa della disuguaglianza delle forze presenti – anche se la guerriglia rimane una trappola per gli eserciti piú forti -, tutti questi conflitti furono vinti militarmente, la pace non é stata stabilita da nessuna parte. Ciò marca la fine dei tempi in cui alle potenze coloniali bastava brandire la spada per imporre la “pace”.

Le profonde trasformazioni comparse nel rapporto di forza tra potenze storiche od emergenti; lo spostamento del centro di gravità delle tensioni internazionali della zona euroatlantica verso l’Asia-Pacifico; le minacce di scontri tra potenze regionali pesantemente armate e l’espansione del campo di battaglia allo spazio extra-atmosferico per i principali attori… Questi fattori iscrivono oggi i potenziali conflitti non più in un quadro di guerre asimmetriche, ma in un ritorno alle guerre tra Stati di alta intensità, una realtà di cui bisogna prendere piena coscienza in un mondo egemonicamente capitalista, altamente concorrenziale, attraversato da crisi sociali ed economiche, etiche e religiose, sanitarie e politiche. Un mondo in cui, a causa delle tensioni, il dominio occidentale viene contestato.

“Il capitalismo é la guerra” dev’essere compreso nel contesto odierno e saranno soltanto le forze dei popoli a potervisi opporre.

NILS ANDERSSON Ex editore, saggista. Autore di Le capitalisme c’est la guerre, Éditions Terrasses, 2021, 151 p., 11,50 €

Fonti
[1] Discorso del 10 dicembre 1984 di Jaime Torres Bodet, direttore generale dell’UNESCO, tratto da Chloé Maurel, Les Grands Discours de l’UNESCO, 2021
[2] Fabian Scheidler, La fin de la mégamachine, Éditions du Seuil, 2020. Libro fondamentale sulle strutture del dominio
[3] Fabian Scheidler, opera citata
[4] Discorso davanti al Congresso degli Stati Uniti, l’11 settembre 1990

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