Russia, la partenza di Arktika rilancia la lotta per lo sfruttamento dell’Artico

Tradotto da Letizia Garlatti, riletto da Lorena Papini

La nave rompighiaccio russa a propulsione nucleare Arktika è rientrata al porto di San Pietroburgo lo scorso 17 settembre. Il 22 settembre 2020, la nave è salpata dalla stessa città per raggiungere Mourmansk, suo futuro porto di attracco. La tratta permetterà un’ultima volta di testare le sue capacità in condizioni estreme.

L’imponente nave, classe LK-60Ya, misura 173,3 metri di lunghezza per 14000 tonnellate di dislocamento. Essa è capace di rompere ghiacci di tre metri di spessore. Destinata al trasporto di idrocarburi, la nave dovrebbe permettere a Mosca di facilitare le consegne a destinazione dell’Asia sud-orientale.

La partenza di questo fiore all’occhiello russo, rimandata diverse volte, rilancia il dibattito sulla lotta per l’influenza sull’Artico, ma anche sui danni prodotti dal riscaldamento climatico nell’Estremo Nord. Un riscaldamento climatico che sarebbe, proprio in questa regione, due volte più rapido rispetto che nel resto del pianeta. Per Mosca, si tratterà quindi di sfruttare la tratta che unisce Murmansk allo stretto di Bering, una nuova via commerciale che sarà presto resa praticabile dallo scioglimento dei ghiacci.

Risorse inesauribili come oggetto di desiderio

Da alcuni anni, ormai, l’Artico è l’oggetto di una lotta di influenza. Infatti, numerosi Paesi si impegnano in una battaglia per l’appropriazione delle risorse: in prima linea, le potenze polari quali Canada, Russia, Stati Uniti, Norvegia e Danimarca, ma anche attori più inattesi, come Europa e Cina. Ed a maggior ragione, la ricchezza dei fondali marini risulta invitante, in quanto vi si troverebbero il 18% delle risorse petrolifere e di gas mondiali. Eppure, le estreme condizioni climatiche non permettono che queste siano una risorsa redditizia, in quanto il loro sfruttamento risulta troppo costoso al momento.

La partenza della nave Arktika, la più potente al mondo, permette alla Russia di confermare la sua avanzata e di assumere una posizione leader nello sviluppo e nello sfruttamento economico, energetico e strategico dell’Artico. Il Paese è presente nella regione dal 1957 e, militarmente, da sette anni. A partire dal 2013, sette basi militari vi sono state costruite o modernizzate. Secondo Alexandre Taithe di Les Echos, “la rimilitarizzazione dell’Artico da parte di Mosca deve innanzitutto interpretarsi come una volontà di difendere le proprie risorse artiche, mentre le risorse nei territori siberiani si esauriscono”.

Il ruolo pacificatore del Consiglio Artico di fronte alle rivendicazioni territoriali

Attualmente, “il 90% delle risorse dell’Oceano Artico appartiene ai cinque paesi costieri, da quando questi hanno esteso la propria ZEE a 350 miglia”. Da allora, l’Artico si gestisce internamente. Il restante 10% rimane regolato dal diritto internazionale. Oggi, rimangono pochi conflitti di appropriazione territoriale, ma si tratta di mettere d’accordo le volontà degli otto membri permanenti del Consiglio Artico: Stati Uniti, Danimarca, Canada, Norvegia, Russia, Finlandia, Svezia e Islanda. E non è sempre facile. Così, nel 2016, la Russia aveva presentato all’ONU una domanda di espansione della piattaforma continentale artica, domanda recentemente appoggiata da studi geologici condotti sulla dorsale di Mendeleïev.

Per il momento, la Russia mantiene un gran vantaggio nello sfruttamento commerciale dell’Artico, che conta di consolidare con la costruzione di due nuove navi rompighiaccio a propulsione nucleare dello stesso modello: l’Ural e il Sibir. Di fronte a ciò, gli Stati Uniti e il Canada, per esempio, non sono paragonabili. Come spiega Hervé Baudu, queste nazioni “hanno difficoltà a trovare i finanziamenti e le ambizioni politiche per sviluppare una flotta di rompighiaccio all’altezza delle loro pretese marittime”. Mosca può stare tranquilla, per il momento, la concorrenza in questo settore non è all’altezza.

Foto di copertina: Hanko “Ледокол “Арктика”, 2016 г”

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